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Spunti

In una cura psichica l'obiettivo implicito a tutti gli altri obiettivi è quello di favorire la creatività del soggetto per poter così trasformare le proprie ferite in feritoie.

La psicoanalisi lacaniana è una delle terapie psicodinamiche. Nella prospettiva psicoanalitica il sintomo è innanzitutto il frutto di una storia. I sintomi non sono disturbi da aggiustare o da eliminare, sono semmai degli indicatori preziosi per scoprire la dimensione più intima e soggettiva dei pazienti.

I sintomi - come per esempio l'anoressia e la bulimia - ci parlano di un mondo che ha fatto fatica a esprimersi e che ha trovato sbocco solo attraverso una forma psico-pato-logica.

In una cura si tratterà di capire in che modo il sintomo sia il condensato da un lato del mondo relazionale del paziente e dall’altro delle sue modalità di soddisfazione. E inoltre va anche considerato il modo in cui ciascun soggetto, attraverso il sintomo, ha messo (e continua a mettere) in gioco la propria soddisfazione nella relazione con gli altri.

Indice

Di quale Reale si fa esperienza in una cura psicoanalitica?

In una psicoterapia il soggetto – indipendentemente dal suo livello di funzionamento – farà esperienza di un Reale asemantico impossibile da simbolizzare, ci sarà sempre un resto. Questo resto Reale potrà essere comunque suscettibile di un destino diverso rispetto a quello che gli era stato concesso fino ad allora dalle manifestazioni del sintomo.

Memoria e avvenire

Durante una psicoterapia l’esperienza del tempo vissuto si snoda lungo due direzioni: memoria e avvenire. La questione soggettiva attorno a cui ruota il lavoro psicoterapeutico riguarda in primo luogo il modo in cui può realizzarsi il rapporto tra appartenenza e separazione dalla propria storia. L’obiettivo terapeutico diventa quindi quello di agganciarsi al passato per potersi proiettare verso il futuro.

Trascendenza e soggettivazione

Nella cura fenomenologico-dinamica il gesto decisivo per sostenere la trasformazione soggettiva non consiste nel padroneggiare le conoscenze o i dispositivi che assoggettano la nostra vita. Le crepe del nostro sapere e la vulnerabilità della nostra esistenza ci presentano un’occasione diversa che è data dal tempo della trascendenza.

Nel movimento della trascendenza (o, in termini psicoanalitici, della soggettivazione) si apre la possibilità di prendersi cura delle proprie crepe senza più considerarle come ferite perché in realtà esse non sono lo strappo della trama con cui ci proteggiamo ma il punto privilegiato da cui poter accedere a quella luce o quelle tenebre che ci avevano spinto a costruire quella stessa trama che dà corpo alla nostra identità narrativa.

Ecco perché l’approccio fenomenologico-dinamico ci permette di cogliere la posta in gioco di ogni cura psichica, che come suggeriva lo psicoanalista Aldo Carotenuto in Una lettera aperta a un apprendista stregone (1998) consiste nel trasformare le proprie ferite in feritoie.

Creatività e generatività

Dal punto di vista clinico possiamo interpretare i problemi o i sintomi come alterazioni del processo creativo. Possiamo pensare i disturbi mentali come una cristallizzazione o come una frantumazione dell’esperienza della generatività. Come ha anche sottolineato lo psicoanalista Wilfred Bion gli esseri umani vivono la creatività con molta paura e trepidazione, evitando di mettere in gioco quella parte emotiva e affettiva che può far emergere una dimensione Reale dell’esistenza che appare ingovernabile, catastrofica e senza alcuna garanzia.

La particolarità del modello della generatività consiste nel pensare il lavoro con il singolo soggetto aprendo il lavoro terapeutico al campo familiare. Si tratta di un modello che presuppone una variabilità del setting di intervento. L’intervento clinico “con” e “sulla” rete dei legami familiari è infatti un’occasione per evidenziare ciò che appartiene alle vicissitudini dello scambio generazionale, distinguendo però la ricezione soggettiva che ciascun paziente fa della propria eredità “famigliare”.

 

Spunti tratti dal libro A ciascuno la sua relazione

Se non passiamo attraverso l'esperienza del silenzio non potremo mai vivere il nostro rapporto con l'inconscio.

Altro, immagine, corpo: in ciascuno di questi livelli di esperienza il silenzio si fa segno di una presenza e, al contempo, di un’assenza. La cura psicoanalitica è uno dei modi per esplorare le forme in cui tale presenza-assenza si manifesta nel rapporto con il proprio inconscio. L’inconscio si rivela infatti come parola e silenzio, come eco del passato e come segno ancora muto che attende di essere tradotto in avvenire.

Il rapporto tra inconscio e silenzio attraversa il viaggio psicoanalitico. Una cura psicoanalitica è un’occasione per mettersi sulle tracce di ciò che era stato già scritto nel destino del soggetto e sulle tracce silenziose che custodiscono un nuovo avvenire del desiderio inconscio. Un avvenire che, come in ogni pratica finalizzata alla crescita personale, pone all’orizzonte la capacità di essere soli in presenza dell’Altro.

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L'Altro del linguaggio

Nasciamo nel mondo del linguaggio grazie a una relazione con un Altro che si prende cura di noi, un Altro che ha saputo interpretare il nostro pianto o le nostre grida come una domanda. Senza questa prima interpretazione i suoni inarticolati di un bambino (o di una bambina) rimarrebbero solo un brusio che interrompe il silenzio e non diventerebbero mai l’espressione di una domanda che concerne i bisogni primari di una soggettività. Sarebbero delle grida o dei pianti senza traduzione. È la presenza amorevole dell’Altro che li fa diventare dei messaggi. Quei suoni inarticolati vengono considerati dei significanti che potranno acquisire un significato.

“In questo momento sta piangendo perché vuole essere cambiata, in quest’altro momento sta gridando perché ha fame e vede i fratellini che hanno già iniziato a mangiare”. È l’Altro che attribuisce un senso a qualcosa che rimarrà per diverso tempo in esilio dall’articolazione del linguaggio. Basterà però soltanto questo gesto di accoglienza del pianto e delle grida per introdurre il soggetto nel campo del linguaggio e della relazione intersoggettiva.

Il silenzio del significante

C’è un silenzio che dialoga con la parola e vuol dire qualcosa. In questa accezione il silenzio funziona come un qualsiasi altro significante: va considerato come una parola che rimanda a un’altra parola costruendo così una trama di senso. C’è poi un silenzio che si chiude in se stesso e non rimanda alle parole perché basta a se stesso: è un silenzio assoluto, ab-soluto, sciolto da ogni legame con la dimensione del significato. Il silenzio che incontriamo nel linguaggio non arriva ad essere pienamente tradotto in un significato condiviso. È un silenzio che si manifesta come puro significante perché non ha alcun significato. In questi frangenti il silenzio ci mostra il significante nel suo grado zero, viene azzerata ogni possibilità di attribuzione di un senso perché il silenzio non si spiega né si descrive con il silenzio stesso.

Incontriamo il silenzio del significante quando sperimentiamo che ci sono silenzi che azzerano il senso, che non si lasciano interpretare e tradurre, ma non per questo possiamo dire che sono fuori dal linguaggio. In questa condizione non si tratta di interpretare e tradurre il silenzio, siamo semplicemente chiamati a viverlo.

 

Spunti tratti dal libro Tradurre dal silenzio

Il cammino psicoanalitico di Massimo Recalcati attraversa l'insegnamento di Jacques Lacan mettendo in luce l'intreccio fecondo tra desiderio e godimento.

Nel libro L'uomo senza inconscio troviamo due aspetti principali dell’opera di Massimo Recalcati. In esso il rapporto soggettivato con il testo di Lacan è strettamente intrecciato con un modo di essere psicoanalisti che è sensibile ai temi e ai problemi della contemporaneità. In quel libro Recalcati supera la mera ripetizione dei concetti lacaniani e mantiene un rapporto insaturo con il Reale della contemporaneità. Studia e approfondisce Lacan e al contempo lo usa come trampolino di lancio per dire qualcosa in prima persona sulle questioni cliniche e sociali che affronta nel suo lavoro quotidiano.

Dove troviamo un esempio di questi due aspetti dell’approccio recalcatiano? Andiamo alla fine di pagina 37 dell’Uomo senza inconscio e troveremo un paragrafo intitolato “Cosa resta del padre?”. Continuiamo a percorrere il testo almeno fino a pagina 44: in queste pagine scopriamo lo spartiacque del percorso di Recalcati ma anche della psicoanalisi lacaniana. Se rileggiamo quelle pagine troveremo il superamento delle precedenti formulazioni sulla crisi della funzione orientativa dell’Ideale edipico e vedremo emergere un’elaborazione singolare della dimensione etica della testimonianza. Lì Recalcati, a mio parere, supera tutto quello che avevano formulato i suoi precursori. Lì inventa rimescolando diversi concetti in un modo che ci sorprende perché non presenta lo sviluppo logico-argomentativo dell’orientamento lacaniano ma espone un taglio etico ed epistemologico della prospettiva su cui si stava adagiando la psicoanalisi lacaniana.

 

Desiderio, godimento e soggettivazione

Desiderio, godimento e soggettivazione sono tre parole chiave che condensano la traversata che Recalcati ha compiuto nell’insegnamento di Lacan. La prospettiva etica che Recalcati recepisce dall'insegnamento di Lacan pone l’esperienza del desiderio in relazione all’esperienza del godimento. In tutto il suo lavoro Recalcati si interroga sulla possibilità di un rapporto di alleanza tra desiderio e godimento.

Lo psicoanalista italiano supera una visione moralistica che vedrebbe il desiderio come una rinuncia al godimento, come mera apertura relazionale che intenderebbe esorcizzare la scabrosità Reale del godimento; allo stesso tempo evita di celebrare la retorica idealizzante di un godimento fine a se stesso e senza senso. Il godimento che viene messo in gioco nell’etica lacaniana sa mantenersi connesso alla “trascendenza del desiderio”.

La posta in gioco dell’insegnamento di Lacan, secondo Recalcati, risiede nella possibilità di raggiungere un godimento nuovo “che renda la vita risorta, ricca, generativa nella sua presenza su questa terra” (Jacques Lacan, 2012, p. xvii). Il desiderio è la via attraverso cui giungere a questa possibilità umana di vivere l’esperienza del godimento, godimento che si manifesta sempre sotto il segno dell’intemperanza, della dismisura, dell’eccesso, della singolarità che non è mai disgiunta dall’atto etico con cui ciascun soggetto si assume la responsabilità del proprio desiderio e del proprio essere di godimento.

Il desiderio è allora un’esperienza dove viene vissuto un “godimento Altro da quello dell’Uno” (Jacques Lacan, 2012, p. xix), un godimento che non è chiuso su se stesso ma si apre in modo assoluto alla vita. “Il mio Lacan – scrive Recalcati – non avalla il culto del godimento Uno fine a se stesso, ma l’atto singolare del soggetto che sa ritrovare il godimento sulla ‘scala rovesciata del desiderio’” (Jacques Lacan, 2012, p. xviii).

Sovversione del soggetto

Recalcati chiama “sovversione del soggetto” la teoria che Lacan produce sui modi del desiderio e del godimento. In questa teoria non è in primo piano l’opposizione disgiuntiva – di natura morale – tra desiderio e godimento, ma il problema della loro disconnessione o della loro congiunzione etica. La trascendenza del desiderio deve essere collocata nell’intersezione con la forza pulsionale e non va considerata come una forma ascetica che mirerebbe a liberare il corpo dalla presenza della pulsione. Non si tratta quindi di porre l’Uno – l’esistenza del godimento pulsionale – senza rapporto, sganciato dall’Altro verso cui è esposto il desiderio del soggetto.

Per Recalcati diventa centrale mostrare i punti sensibili dove nel testo di Lacan desiderio e godimento si annodano, perché da un lato il loro scioglimento in nome di un puro godimento dell’Uno è un mito che farebbe scivolare verso un pensiero perversamente libertino, mentre la mistica del desiderio dell’Altro ridurrebbe il desiderio a una religione morale. Il godimento non è in una relazione di opposizione estrinseca con il desiderio, il godimento dell’Uno e il desiderio dell’Altro sono in una relazione di immanenza. Lacan non sceglie il godimento dell’Uno contro il desiderio dell’Altro, né viceversa (Cfr. Jacques Lacan, 2012, p. 314-315).

 

Spunti tratti dal libro Introduzione a Massimo Recalcati

La parola di Massimo Recalcati sa toccare l'inconscio di chi lo legge e lo ascolta perché è una parola dà testimonianza del desiderio del suo autore.

Le persone che leggono, ascoltano e si lasciano toccare dalla parola di Massimo Recalcati sono interessate al suo discorso non perché parli di Lacan in modo comprensibile. Ripercorrendo l’insegnamento di Lacan Recalcati esprime sicuramente un discorso chiaro a tutti ma spinge anche ciascuno a interrogarsi sulla singolarità del proprio desiderio.

Uno dei tratti distintivi dell’operazione culturale di Recalcati consiste nel tenere insieme l’aspetto “universale” delle formulazioni psicoanalitiche con la singolarità del desiderio inconscio di ciascuno. È questo “l’effetto Recalcati”, che non va ridotto a mera capacità divulgativa perché ciò che viene spiegato non esaurisce il mistero dell’inconscio, anzi lo rende ancora più evidente.

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Enunciati ed enunciazione

Gli enunciati della psicoanalisi non ricoprono mai l’enunciazione di Recalcati. Ciò che trascina e coinvolge nel discorso di Recalcati è innanzitutto il punto di enunciazione singolare a partire da cui prende parola. Ecco perché l’originalità di Recalcati non va ricercata soltanto nell’efficacia argomentativa con cui può sostenere diverse posizioni teorico-cliniche, ma va individuata anche nello stile che caratterizza la sua enunciazione. Se non si tengono insieme gli enunciati e l’enunciazione si smarrisce il senso stesso del lavoro e dello sforzo con cui Recalcati continua ad avanzare nel campo della psicoanalisi.

La soggettivazione

In tutte le sue opere Recalcati ripercorre le torsioni concettuali di Lacan (e non solo di Lacan) per ritrovare la logica della soggettivazione. È nel movimento della soggettivazione che – secondo Recalcati – si dà la possibilità di intrecciare in modo fecondo l’esperienza del desiderio con l’essere di godimento di ciascuno. Il processo di soggettivazione è la sonda che Recalcati privilegia per esplorare la teoria e la clinica di Lacan ma anche per avventurarsi nel campo dell’arte, dell’educazione e della vita politica e sociale. Custodire la possibilità per la soggettivazione è il criterio che guida le analisi di Recalcati nei tre compiti impossibili indicati da Freud: governare, educare e analizzare.

Inconscio e legami sociali

La versione recalcatiana della psicoanalisi sottolinea che il lavoro di un analista deve essere sempre collegato al rumore di fondo della città e al fluire delle dinamiche sociali. Se si smarrisce il nesso tra inconscio e società si perde l’essenza della pratica psicoanalitica perché è pur vero che il divano dell’analista accoglie un soggetto per volta, ma non esiste un soggetto senza l’Altro e durante una cura psicoanalitica l’inconscio fa ingresso anche come discorso dell’Altro. Come Recalcati aveva sinteticamente enunciato in una delle dodici argomentazioni in difesa dell’inconscio (M. Recalcati, Elogio dell’inconscio, p. 11): “il mondo interno è esterno” e l’inconscio non va confuso con la cosiddetta “vita interiore”, anzi l’inconscio “inventato” da Freud non è “pensabile se non in una relazione a ciò che accade nell’Altro”.


Estratto dal libro Introduzione a Massimo Recalcati

La psicoanalisi lacaniana e la psicopatologia fenomenologica trovano un punto di intersezione nei concetti di Dasein e Reale, due concetti che aiutano a comprendere la particolarità del vissuto dei pazienti psicotici, borderline e nevrotici

Nella mia pratica professionale individuo la necessità crescente di un sapere che sappia farsi carne, che sappia diventare rilevante nell’operatività clinica senza perdere tuttavia spessore teorico e rigore scientifico. Il filo conduttore è costituito dalla necessità di garantire “a ciascuno la sua relazione”. Questa formula è valida sia per i terapeuti che per i pazienti.

Se ci chiediamo a cosa punta la relazione terapeutica, allora dobbiamo mettere in primo piano la singolarità del paziente che può essere colta solo attraverso un’applicazione soggettivata del metodo clinico. Ogni terapeuta deve sviluppare un proprio stile relazionale e deve saperlo modulare caso per caso. “Lo stile è l’uomo a cui ci si rivolge” sottolineava Jacques Lacan in apertura dei suoi Scritti.

La conduzione della cura è esposta al vento del transfert e alle oscillazioni della relazione tra paziente e terapeuta. In alcuni momenti, se vogliamo riprendere la rotta terapeutica, dobbiamo far riferimento a una bussola, a un modello che possa permetterci di ristabilire la direzione della cura senza escludere o rimuovere l’inciampo del nostro incedere nella relazione con il paziente. A questo proposito il Dasein e il Reale sono due concetti che possono funzionare come bussole per la pratica clinica e possono indicarci a cosa punta la relazione terapeutica.

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Dasein e Reale

Il Dasein è un concetto filosofico che caratterizza la psicopatologia fenomenologica, il Reale invece risulta decisivo per comprendere la portata clinica della psicoanalisi lacaniana. Entrambi si configurano come due “organizzatori psicopatologici” che sono presenti in modo trasversale quando ci occupiamo della cura della psicosi, del borderline o della nevrosi. Sono degli organizzatori trans-strutturali che di volta in volta, cioè struttura per struttura, assumono una fisionomia che definisce la particolarità delle problematiche cliniche con cui paziente e terapeuta si confrontano nel vivo della cura.

Il Dasein sotto i nostri piedi

Adesso immaginiamo di trovarci in una riunione d’équipe, un’équipe multidisciplinare dove si condividono alcuni principi fondamentali, ma con percorsi formativi e sensibilità diverse. Se volessimo spiegare in quel contesto in cosa consiste il Dasein e il Reale, dovremmo ridurre gli argomenti e avvalerci, giusto per il tempo della riunione, di qualche metafora anziché di proposizioni filosofiche o scientifiche.

Potremmo allora dire che il Dasein è il terreno sotto i nostri piedi. Nel caso della psicosi per il soggetto non è scontato avere un terreno sotto i piedi e ogni mattina la persona deve fondare i presupposti del proprio cammino.

Il paziente borderline si muove invece su un pavimento instabile dove cerca di orientarsi coinvolgendo le altre persone con cui si trova ad interagire, ogni mattina il borderline cerca di capire, in modo “impaziente”, di chi potrà fidarsi per trovare un po’ di stabilità.

Il paziente nevrotico si sentirà ancorato al terreno e la questione che si porrà riguarda la direzione da scegliere nella propria vita e cercherà di capire quale direzione corrisponde effettivamente al proprio desiderio.

Ovviamente la distinzione tra i tre modi di vivere il terreno sotto i piedi non è così netta. Ci sono alcune caratteristiche del Dasein che possono essere trasversali alla psicosi, al borderline e alla nevrosi. Per esempio, il vissuto del “tempo sospeso” non è soltanto prerogativa della psicosi, l’istantaneità del tempo borderline può riguardare per certi periodi anche i soggetti nevrotici, e infine l’esitazione nella scelta non attanaglia soltanto il nevrotico.

 
Il Reale è il mistero che abita il Dasein

Il modo in cui i diversi soggetti vivono il tempo non è solo indice del Dasein su cui si muovono, ma anche del modo in cui si confrontano con il proprio Reale. Nell’esperienza di ciascuno il Reale è ciò che è indeterminato, non facilmente decodificabile e che rimane insaturo. Il Reale è il mistero che abita il Dasein.

E così, nella psicosi la sospensione del tempo si accompagnerà a un’atmosfera dove è il senso del proprio esserci (Dasein) ad essere in sospeso. In questa sospensione generalizzata del senso il soggetto rischia di trovare un significato dappertutto, di scoprire un presagio e una soluzione al mistero in qualsiasi segno che provenga dal mondo esterno. Il delirio diventa una liberazione dall’incertezza radicale che caratterizza il proprio Dasein.

Nel paziente borderline l’esperienza del Reale non è mai senza un riferimento intersoggettivo. Il borderline non sa aspettare, vive con bramosia il proprio esserci e cerca di regolare il rapporto con il mistero spostando la partita verso l’esterno, coinvolgendo gli altri in un gioco di specchi dove spera di trovare la stabilità e le risposte che non riesce a darsi da sé.

Il soggetto nevrotico evita di fare i conti con il Reale, non vuole pagare il prezzo dovuto alla perdita di padronanza su di sé. Vive con disagio ogni minimo segnale che rimanda alla presenza di un qualcosa d’altro che minaccia il controllo del Dasein. E il sintomo del nevrotico costituisce il miglior compromesso per evitare e, allo stesso tempo, mantenere un rapporto con quel Reale che non si acciuffa mai e che tuttavia non ci si toglie mai di dosso.

 

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