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Psicoanalisi lacaniana

Il Reale rimane sempre come un detrito mnestico e corporeo che nessuna elaborazione simbolica può corrodere fino in fondo.

Il Reale e il romanzo familiare

Nella vita di una persona l’esperienza del Reale non si lascia insabbiare in nessun romanzo familiare, il Reale rimane sempre come un detrito mnestico e corporeo che nessuna elaborazione simbolica può corrodere fino in fondo. Il Reale non può essere trasformato per via metaforica in un elemento che restituisce un più di senso, si configura semmai come una sottrazione di senso e come una interruzione della trasmissione semantica assicurata dalla trama del linguaggio.

In questa ottica il concetto di sublimazione va inteso non come una operazione metaforica che traduce il non-senso in senso, quanto piuttosto una pratica simbolica che apre un accesso all’esperienza del Reale. L’azione sublimatoria non diventa soltanto una elaborazione simbolica del Reale, ma una pratica simbolica che è finalizzata a far emergere il Reale [Cfr. M. Recalcati, Il miracolo della forma. Per un’estetica psicoanalitica, Bruno Mondadori, Milano 2011 (1ª ed. 2007)].

Indice

Romanzo e lessico

Nonostante il Reale si configuri come un trauma costituisce ciò che permette a ogni trama familiare di tenere nel tempo. In Lessico famigliare Natalia Ginzburg parlava di alcuni modi di dire all’interno della famiglia che rievocano un “nucleo vitale” che crea legame e istituisce l’appartenenza alla trama intergenerazionale.

Il romanzo familiare è ciò che un soggetto costruisce per collocarsi rispetto al lessico famigliare. Il romanzo familiare è il discorso dell’Altro che un soggetto, per esempio, ricostruisce durante l’esperienza psicoanalitica portando alla luce quella trama con cui ha cercato di connettere una serie di tracce significanti che hanno caratterizzato la sua storia. Il lessico famigliare mette in primo piano la densità sensoriale e affettiva del linguaggio che rimanda al processo primario dell’inconscio.

In termini lacaniani potremmo dire che si tratta di un uso della lingua dove emerge la dimensione Reale dell’inconscio anziché quella strutturata come un linguaggio: il godimento della lalangue anziché la struttura del linguaggio. Nel brusio della lingua il rapporto del soggetto con il significante rimanda all’esperienza del godimento prima ancora che avvenga l’abbinamento tra significante e significato.

Reale e linguaggio

L’esperienza del Reale è interna al linguaggio, non esiste un Reale che è pre-linguistico. Il Reale è l’effetto del taglio del linguaggio sull’essere vivente umano. In una cura psicoanalitica abbiamo modo di verificare come il soggetto si sia costruito un Altro, un romanzo familiare, per prendere posizione rispetto al taglio del linguaggio. Il taglio del linguaggio si presenta nell’esperienza soggettiva come una serie di significanti che non hanno ricevuto immediatamente un significato (in alcuni casi non lo hanno mai ricevuto). Si tratta di significanti che rimandano a sottintesi intraducibili invece di esprimere messaggi articolati e decodificabili.

Il taglio del linguaggio espropria il significato dal campo del significante. E quando un paziente inizia a confrontarsi con questa esperienza incontra l’angoscia che investe la sua esistenza corporea. Un’esistenza che di fronte al godimento del corpo non è garantita e protetta da alcuna istanza simbolica. Anzi, è la stessa dimensione del linguaggio che in questo frangente si rivela come l’agente che produce godimento. Il linguaggio irrompe nella vita del soggetto lasciando traccia di un plusgodere che segnerà il destino della sua vita pulsionale e affettiva.

Angoscia e difesa

A volte il romanzo familiare viene costruito come una difesa dalla possibilità di vivere il godimento pulsionale. Alcuni pazienti descrivono tutti gli stratagemmi che hanno impiegato per ridurre il loro desiderio al desiderio dell’Altro, al riconoscimento che può derivare dal piegare il proprio desiderio alle aspettative che (fantasmaticamente) vengono attribuite all’Altro. E così un paziente esprimerà la sua difficoltà nel dire la propria quando non è sicuro del riconoscimento che può derivare dagli altri. Oppure, ci parlerà dell’angoscia che lo assale quando si avvicina a un vissuto corporeo che non ha alcun ormeggio in quello che chiede o vuole l’Altro. In queste situazioni l’angoscia dell’esistenza corporea indica quel travolgimento del godimento pulsionale che possiamo provare quando entriamo in rapporto al desiderio dell’Altro senza il supporto del nostro schermo fantasmatico.

Nei momenti in cui viene disattivata la nostra capacità di decodificare l’alterità dell’Altro siamo rinviati senza scuse all’immediatezza di un eccesso pulsionale che non possiamo mitigare proiettandolo nel campo delle attese dell’Altro. Siamo soli e senza scuse di fronte all’“opaca impenetrabilità del corpo” [F. Basaglia (1965), “Corpo, sguardo e silenzio. L’enigma della soggettività in psichiatria”, in Scritti. 1953-1980, a cura di F. Ongaro Basaglia, il Saggiatore, Milano 2017, p. 302].

 

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