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Psicoanalisi lacaniana

L’angoscia è un’esperienza fondamentale per cogliere la propria posizione soggettiva nei confronti del desiderio dell’Altro.

L'angoscia è un affetto che non mente

«L’angoscia che cos’è? Abbiamo scartato che si tratti di un’emozione. Per introdurla dirò che è un affetto. […] Quel che invece ho affermato dell’affetto è che non è rimosso. […] A essere rimossi sono i significanti che lo ancorano. Il rapporto dell’affetto con il significante necessiterebbe un intero anno di teoria degli affetti» (Lacan, Il seminario, Libro X, L’angoscia, 1962-1963, p. 17).

L'insegnamento psicoanalitico di Jacques Lacan risulta ancora attuale per cogliere l'esperienza dell'angoscia. Lacan ci aiuta a comprendere l'angoscia chiamando in causa il desiderio dell'Altro. L’Altro del significante si configura come il campo in cui la tensione del desiderio può essere annodata alla parola. Ciononostante l’Altro non è soltanto il luogo dove il desiderio del soggetto trova la sua convalida nel senso, ma è anche la strada su cui ricercare la traccia di godimento che è rimasta irriducibile al Simbolico. Sulla via dell’angoscia si incontra il desiderio dell’Altro e la faglia aperta dalla mancanza dell’Altro introduce quella questione che interroga il soggetto sul resto che causa il proprio desiderio. L’oggetto a infatti «è costituito solo tramite l’intermediazione del desiderio dell’Altro» (Lacan, Il seminario, Libro X, L’angoscia, 1962-1963, p. 222).

Nel Seminario X dedicato all’angoscia Lacan imprime un cambiamento di rotta al suo insegnamento valorizzando sempre più quel Reale che non si può positivizzare del tutto nel significante. Lacan ricentra il focus dell’esperienza psicoanalitica su quel resto che scaturisce dalla stessa operatività della funzione della parola: l’oggetto del suo discorso è situato su un piano che si sottrae alla rappresentazione nel luogo della parola. L’angoscia si configura come una via d’accesso a questo resto che è il registro del Reale. L’angoscia è il segnale dell’incursione del Reale nel Simbolico. L’angoscia è un affetto non rimosso, un affetto che non inganna su ciò che vi è di Reale nel luogo dell’Altro.

Indice

"Che vuoi da me?"

Il resto in questione nel Seminario L’angoscia non è il resto del desiderio che entra in una dimensione dialettica, ma è piuttosto un resto di godimento che non cede all’Aufhebung significante. L’angoscia è un segnale sul lato non significante che il soggetto reperisce nel luogo dell’Altro. L’Altro è marcato da una Spaltung, ossia da una divisione tra l’Altro del significante e l’Altro del desiderio. L’angoscia è dunque un affetto in relazione con il desiderio enigmatico dell’Altro, c’è un «rapporto essenziale tra l’angoscia e il desiderio dell’Altro» ((Lacan, Il seminario, Libro X, L’angoscia, 1962-1963, p. 7).

Il desiderio dell’Altro introduce il soggetto alla questione del «Che vuole da me?», interrogativo cruciale che apre la dimensione perturbante della relazione con l’Altro. Ed è a proposito del perturbante (Unheimlichkeit) che Lacan si appoggia alla metafora della mantide religiosa, figura inquietante che rappresenta il destino enigmatico che il soggetto può incontrare quando l’Altro manifesta il suo desiderio.

La via dell’angoscia segnala un’economia di godimento che non si lascia includere nella dialettica con l’Altro. L’oggetto causa del desiderio coincide con un resto libidico che scaturisce dalla costituzione del soggetto nel luogo dell’Altro. L’angoscia sorge quando quest’oggetto appare nel campo dell’Altro, quando nel luogo del significante si manifesta la dimensione enigmatica del desiderio, ossia quando l’Altro del linguaggio mostra la sua faccia desiderante e rivolge la sua mancanza in direzione del soggetto, che in questo caso si trova assoggettato all’interrogativo perturbante sul desiderio dell’Altro: Che vuoi da me? Quale oggetto a sono per te?

La tesi di Lacan è ancora più radicale perché l’angoscia non è soltanto il segnale del desiderio dell’Altro, ma è anche la via che – se attraversata – permette al soggetto di trovare il suo fondamento desiderante.

 

L'oggetto causa del desiderio

L’angoscia è ciò che orienta verso la messa a fuoco dell’oggetto proprio all’esperienza psicoanalitica, oggetto che Lacan indica con la a piccola. È l’oggetto a che distingue la psicoanalisi dalle altre pratiche semiotiche: la psicoanalisi infatti non cerca di ricostruire il «codice della langue» (Cfr. Saussure, Corso di linguistica generale, 1922) come si propone la linguisti­ca e neppure intende classificare le unità semantiche o narrative proprie del mondo delle passioni, ma concerne piuttosto la decifrazione di un punto di discontinuità nell’esperienza del significante. «L’angoscia si manifesta sensibilmente come qualcosa che si riferisce in modo complesso al desiderio dell’Altro. […] La funzione angosciante del desiderio dell’Altro è legata precisamente a questo; che non so quale oggetto a io sia per tale desiderio» (Lacan, Il seminario, Libro X, L’angoscia, 1962-1963, pp. 355-356).

L’angoscia è il segnale dell’oggetto causa del desiderio: «l’oggetto a non è fine, scopo del desiderio, ma la sua causa» (Lacan, Il seminario, Libro X, L’angoscia, 1962-1963, p. 345). L’oggetto che si fa causa del desiderio si distingue infatti dall’oggetto mira del desiderio: «l’a, supporto del desiderio nel fantasma, non è visibile in quella che costituisce, per l’uomo, l’immagine del suo desiderio. […] Ma più l’uomo si avvicina, circoscrive, accarezza quello che crede essere l’oggetto del suo desiderio, più ne è, di fatto, distolto e disorientato. Tutto quello che egli fa su questa via per avvicinarsi a esso dà sempre più corpo a ciò che, nell’oggetto del desiderio, rappresenta l’immagine speculare. Più si spinge avanti e più vuole preservare, mantenere e proteggere, nell’oggetto del suo desiderio, il lato intatto di quel vaso primordiale che è l’immagine speculare. Più si inoltra in questa via – spesso impropriamente chiamata la via della perfezione della relazione oggettuale –, e più viene illuso» (Lacan, Il seminario, Libro X, L’angoscia, 1962-1963, p. 46).

La certezza dell’angoscia, il fatto che l’angoscia non inganni dipende dalla sua relazione con il Reale: «è proprio sul lato del reale, in prima approssimazione, che dobbiamo cercare ciò che, nell’angoscia, non inganna» (Lacan, Il seminario, Libro X, L’angoscia, 1962-1963, p. 187). E l’oggetto a è punto di certezza perché non lasciandosi assorbire dal significante rimane immune dall’erosione della combinatoria linguistica, che nel rilancio da un significante all’altro potrebbe incidere sugli eventi di corpo imprimendo un avvento di significazione.

L’oggetto a non si lascia catturare dal significante e si configura semmai come un’irruzione del Reale corporeo che sovrasta ogni possibile dialettica con l’Altro. L’oggetto causa del desiderio non si lascia addomesticare dalla dialettica del desiderio che vede invece come protagonista l’apertura del soggetto verso il luogo dell’Altro. L’oggetto a è piuttosto un’impasse che ostacola le mire del desiderio. Con il concetto di oggetto a Lacan indica un nucleo di godimento che è ribelle ad ogni mitigazione significante, si tratta di un eccesso libidico non risolubile nella significazione fallica. Il fondamento dell’oggetto causa del desiderio si costituisce sul tempo dell’angoscia quando il soggetto vuol far entrare il godimento nel luogo dell’Altro: «vi ho già insegnato a situare il processo della soggettivazione. Infatti il soggetto ha da costituirsi nel luogo dell’Altro sotto le specie primarie del significante, e sul dato di quel tesoro del significante già costituito nell’Altro […] a è ciò che resta di irriducibile nell’operazione dell’avvento del soggetto nel luogo dell’Altro, ed è da qui che prenderà la sua funzione» (Lacan, Il seminario, Libro X, L’angoscia, 1962-1963, p. 175).

 

Angoscia, castrazione e godimento

Nel Seminario sull’angoscia Lacan sposta la prospettiva psicoanalitica sulla castrazione dal suo ancoraggio edipico: l’angoscia di castrazione non è più dovuta all’interdetto che proviene dall’Altro, non è correlativa a un mancanza istituita dal Simbolico, ma è dovuta a una mancanza che si manifesta nel corpo. Il fallo non viene preso nel suo versante simbolico bensì nella sua funzione di organo che viene implicato nel desiderio e che è esposto ad un’eventuale insufficienza. Il principio dell’angoscia di castrazione nell’uomo è legato allo «svanire della funzione fallica al livello in cui ci si aspetta che il fallo funzioni» (Lacan, Il seminario, Libro X, L’angoscia, 1962-1963, p. 282).

Per la donna l’angoscia è invece relativa non alla dimensione del non potere ma a quella del «desiderio dell’Altro, di cui non sa bene, in fin dei conti, che cosa copra» (Lacan, Il seminario, Libro X, L’angoscia, 1962-1963, p. 206). 

L’angoscia fa la sua comparsa nel corpo del soggetto e si colloca «nella faglia beante tra il desiderio e il godimento» (Lacan, Il seminario, Libro X, L’angoscia, 1962-1963, p. 189). Per chiarire meglio: «il godimento, se prendiamo le cose in modo semplice, come luogo ha il proprio corpo, mentre il desiderio è in relazione con l’Altro» (Miller, L’angoscia. Introduzione al Seminario X di Jacques Lacan, 2004, p. 79). Ora, l’angoscia è il segnale della distanza che separa «il mondo, luogo in cui si accalca il reale» (Lacan, Il seminario, Libro X, L’angoscia, 1962-1963, p. 126) dalla scena in cui il mondo può arrivare a dirsi. Il tempo dell’angoscia segna lo scarto tra il Reale del godimento e «la scena dell’Altro, in cui l’uomo come soggetto deve costituirsi, deve prendere posto come colui che prende la parola» (Lacan, Il seminario, Libro X, L’angoscia, 1962-1963, p. 126).

 

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