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Psicoanalisi lacaniana

Un vero atto e una vera scelta contemplano l’attraversamento del silenzio che indica una verità assoluta, absoluta perché ancora sciolta da ogni trama.

Un elemento centrale della vita del nevrotico è la necessità di essere riconosciuto dall’Altro. Il soggetto nevrotico non chiede di essere riconosciuto come soggetto in quanto tale, desidera piuttosto essere riconosciuto nella sua particolarità di soggetto desiderante. In questo particolare ambito della clinica psicoanalitica non è in bilico il riconoscimento del soggetto, ma il riconoscimento del desiderio del soggetto. Il paziente nevrotico si lamenta infatti di non esser stato valorizzato dal proprio Altro per quelle qualità e quelle dimensioni soggettive che sente più autentiche. È un aspetto su cui l’Altro non si è pronunciato.

L’Altro del nevrotico sembra una coperta troppo corta, c’è qualcosa del soggetto che non riesce ad essere del tutto inclusa nella traduzione dell’Altro.

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Il tempo della scelta

Il nevrotico soffre di una sorta di patologia dell’esitazione che lo mantiene al di qua del tempo della scelta, al di qua della vertigine generata dal passaggio verso una condizione da dove non è più possibile tornare indietro, perlomeno senza portare con sé la traccia o la cicatrice della scelta compiuta.

Il tempo della scelta mette in rilievo una dimensione vivente che il nevrotico non vuole attraversare. Si tratta di una zona buia e silenziosa, dove le vie del senso non riescono a portare né sicurezza né garanzia. È un’esperienza di solitudine dove il peso e le conseguenze della scelta non possono essere addebitate a nessun Altro. Non c’è nessuna tradizione o memoria storica in grado di giustificare il passaggio che si compie verso l’avvenire.


Un vero atto

Un vero atto e una vera scelta contemplano l’attraversamento del silenzio, un silenzio che indica una verità assoluta, absoluta perché ancora sciolta da ogni trama. Da questo punto di vista il silenzio fa trauma perché rompe ogni trama di senso e costituisce quella discontinuità inevitabile che dà avvio a ogni rinnovamento del rapporto tra tradizione e innovazione, tra appartenenza e separazione, tra storia e soggettivazione.

L’atto che passa attraverso lo iato del silenzio segna una nuova articolazione della storia: vengono modificati i rapporti con la propria storia – e occorre sottolineare quanto in una cura si tratti innanzitutto della storia della relazione con l’Altro, della relazione con la traduzione operata dall’Altro. Il salto logico che viene richiesto nel tempo della scelta esprime un aspetto fondamentale del cambiamento psicoterapeutico: sebbene ogni trasformazione psichica si sostenga sull’elaborazione della storia, essa può verificarsi soltanto se il soggetto è capace di fare a meno della storia, attraverso un atto dove “il tempo non ha né volto né storia” (E. Fachinelli, Il bambino dalle uova d’oro. Brevi scritti con testi di Freud, Reich, Benjamin e Rose Thé, Feltrinelli, Milano, 1974, p. 43).


 Spunti tratti dal libro Tradurre dal silenzio

La parola piena si riferisce all’annodamento della parola sul desiderio e si configura come il precipitato della tensione che muove il soggetto verso l’Altro.

Nella prima fase dell’insegnamento di Lacan la parola piena si configura come un'occasione per ricongiungersi con la tensione inconscia che muove verso l'Altro. In questa prospettiva Lacan è ancora fiducioso nella capacità rappresentativa del linguaggio e nella dimensione dialettica del riconoscimento. Progressivamente questa convinzione verrà sempre più erosa dal confronto della parola con il Reale del godimento.

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"Tu sei la mia donna"

La distinzione tra «parola piena» e «parola vuota» indica due modi di posizionamento del soggetto in relazione alla funzione della parola. Questa relazione è ispirata dalla dialettica hegeliana del riconoscimento, nella quale il soggetto si fa riconoscere attraverso il campo dell’Altro. La funzione della parola «impegna il suo autore coll’investire il suo destinatario di una realtà nuova, per esempio quando con un “Tu sei la mia donna”, un soggetto si suggella come l’uomo del conjungo» (Lacan, «Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi», 1953, p. 291).

Nella formulazione “tu sei la mia donna” osserviamo che la vera posizione del soggetto emerge nei termini di “io sono il tuo uomo”. Si tratta di una formulazione che Lacan riprende per mostrare la struttura simbolica della comunicazione intersoggettiva secondo la quale «l’emittente […] riceve dal ricevente il proprio messaggio in forma invertita» (Lacan, «Il seminario su La lettera rubata», 1955, p. 38).

La funzione soggettiva della parola trova una convalida del suo ex-sistere solo nella dimensione dell’alterità del linguaggio, che articola il percorso di significazione del soggetto. L’esistenza del linguaggio definisce l’orizzonte entro il quale la vita può avvenire e, al contempo, condiziona la funzione della stessa parola: la lezione dello strutturalismo linguistico consiste infatti nel mettere in evidenza che la funzione diacronica della parola dipende dalla sincronia del linguaggio.


L'ascolto dell'Altro

La forma dialettica con la quale la parola del soggetto trova il suo senso nell’ascolto dell’Altro si traduce nel fatto che «non c’è parola senza risposta, anche se non incontra che il silenzio, purché essa abbia un uditore» (Lacan, «Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi», 1953, p. 241). La funzione soggettiva della parola è dialetticamente fondata sulla risposta che riceve dall’Altro, ossia sul riconoscimento che l’Altro opera sul messaggio del soggetto. La risposta dell’Altro determina quindi in modo retroattivo l’aspetto di domanda della parola.

Peraltro «la funzione della parola viene descritta nell’insegnamento classico di Lacan come omologa a quella del desiderio, perché entrambe trovano la loro significazione nel luogo dell’Altro, nella risposta dell’Altro» (Recalcati, «La cura e la parola. Pratiche cliniche del colloquio», 2001, p. 21).

Lacan stabilisce un’omologia tra la parola e il desiderio, opponendo quest’ultimo al bisogno. Il bisogno è infatti filogeneticamente determinato e la sua soddisfazione corrisponde a quella istintuale: quando si ha sete si beve e quando si ha fame si mangia, tutto è biologicamente programmato e perché tutto vada bene è semplicemente necessaria la presenza degli oggetti di soddisfacimento. Il desiderio è invece «antropogeno», perché è rivolto verso un soggetto e in particolare verso il suo desiderio. «Ora, desiderare un Desiderio è voler sostituire se stesso al valore desiderato da questo Desiderio. Infatti, senza questa sostituzione si desidererebbe il valore, l’oggetto desiderato, non il Desiderio stesso» (Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel, 1947, p. 21).


Parola, bisogno e desiderio

Il desiderio – che è desiderio dell’Altro – va dunque al di là del bisogno, aprendo nel soggetto la dimensione simbolica della soddisfazione. La «parola piena» si riferisce dunque all’annodamento della parola sul desiderio: la parola si configura così come il precipitato della tensione che muove il soggetto dell’inconscio verso l’Altro.

La «parola vuota» è invece il medium della certezza narcisistica, è un veicolo dell’Io e proprio per questo è un veicolo senza soggetto. La parola vuota è un taglio della dialettica del riconoscimento, l’individuo smette di rivolgersi all’Altro, per appiattirsi su una dimensione che contempla solo quell’altro narcisistico (e quin­di speculare) in cui si era originariamente alienato. La parola vuota trattiene l’individuo al di qua di una dialettica con l’Altro, lasciandolo nella relazione speculare con l’altro in cui si identifica.

La parola piena compare invece ogni qualvolta la parola si apre sull’alterità e si configura come una domanda di senso che può trovare il suo compimento nel messaggio ricevuto dall’Altro. La parola quindi «si situa nell’Altro, con la mediazione del quale si realizza ogni parola piena, quel tu sei ove il soggetto si situa e si riconosce» (Lacan, Il seminario, Libro III, Le psicosi, 1955-1956, p. 190).

Nel corso dell’esperienza psicoanalitica il soggetto può riconoscere il suo inconscio, può «completare la storicizzazione attuale dei fatti che hanno determinato già nella sua esistenza un certo numero di “svolte” storiche» (Lacan, «Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi», 1953, p. 255).

 

Jacques Lacan e la psicoterapia psicodinamica

Nella prima fase dell’insegnamento di Lacan la parola sembra restituire al soggetto il senso della sua esperienza: la relazione con l’Altro del linguaggio può ricongiungere il soggetto a quel capitolo che era rimasto censurato nell’inconscio.

Nelle successive scansioni del percorso di Lacan però il luogo del soggetto viene diviso e separato dalla possibilità di realizzarsi in modo esaustivo nella parola. La funzione della parola viene marcata da una frattura interna, da un’impossibilità strutturale (e non accidentale) che determina una discrepanza irriducibile tra il piano dell’esistenza e il piano dell’enunciato, tra l’essere e il dire.

Con l’accentuazione del binario significante-significato – che trova il suo culmine nel testo l’Istanza della lettera – il piano dell’enunciato non coincide più con il piano dell’enunciazione. L’enunciazione si configura semmai come un resto irriducibile al potere rappresentativo dell’enunciato. È a tal proposito che Lacan descrive «uno scivolamento incessante del significato sotto il significante» (Lacan, L’istanza della lettera nell’inconscio o la ragione dopo Freud, 1957, p. 497).

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Significante e significato

La concezione del segno linguistico di Lacan risente in particolare dell’influenza di Saussure, Jakobson e Trubeckoj, dei quali sviluppa, in modo originale, la tesi della separazione – ovvero del nesso arbitrario – tra significante e significato: il significante, cioè l’immagine acustica di una parola, è in rapporto con il significato solo per il principio di arbitrarietà.

Saussure aveva proposto una rappresentazione grafica del segno linguistico come rapporto tra significato (s) e significante (S), s/S, che Lacan rovescia, dando priorità assoluta al significante, poiché questo precede la costituzione del significato.

Nella costituzione dell’enunciato ogni singolo elemento è composto da un insieme di lettere che, considerate singolarmente, non hanno alcun significato e solo nel loro concatenarsi (nella frase) possono assumere un significato.

La teorizzazione di Lacan dell’algoritmo saussuriano rovescia e stravolge la concezione del segno di Saussure: oltre a rovesciarne i termini, ponendo il significante sopra il significato (S/s), marca infatti la barra di separazione dei due, per cui il significante non potrà mai coincidere con il significato.


La polisemia del significante

Il significante, in quanto segno linguistico, differisce dal «segnale» e non corrisponde mai in modo univoco al significato (polisemia del significante). Dalla non coincidenza tra significante e significato scaturisce la presenza di un «resto» che rimane insaturo rispetto al potere rappresentativo del significante, è quell’al di là del senso che ci consente di osservare la «significa­zione» particolare che ricevono certe frasi o eventi relazionali. Lo stesso evento può avere effetti e risonanze opposte in soggetti diversi.


Il soggetto dell'enunciazione

Oltre ai detti, osserviamo il dire del soggetto, l’«enunciazione» a cui rimandano i suoi «enunciati». Il soggetto dell’enunciazione (le je) non è il soggetto padrone del senso (le moi), appare semmai nel margine di non coincidenza tra significante e significato. Sebbene il significato sia effetto del significante, non cessa di sottrarsi alla sua presa: c’è sempre uno slittamento del senso che consente a ogni enunciato di caricarsi di una significazione peculiare. L’enunciazione è la tensione che proietta il dire oltre gli enunciati. Le parole che il soggetto pronuncia sono pronte a caricarsi di una significazione che, nonostante sia effetto della serie dei significanti, non può compiersi del tutto nel re­gi­stro del significante.

La catena significante è concepibile come una trama sintattica che dà un ordine formale a dei simboli senza riguardo per il loro significato: «il significante per sua natura anticipa sempre il senso, dispiegando in qualche modo davanti ad esso la sua dimensione» (Lacan, L’istanza della lettera nell’inconscio o la ragione dopo Freud, 1957, p. 497). L’apparente non-senso espresso da un lapsus può infatti originarsi perché c’è un piano sintattico che sovradetermina la manifestazione semantica di un enunciato. Chi è il soggetto del lapsus? Non è il soggetto che sa ciò che vuole dire, c’è un’intenzione a dire (enunciazione) che supera il soggetto padrone del senso.


Sapere e verità

Spostandoci su un versante più clinico possiamo chiederci: chi è il soggetto di un pensiero tormentoso che ostacola un paziente nel raggiungimento dei suoi obiettivi e che si fa ancora più forte proprio quando più si avvicina ad essi? La psicoanalisi ritiene che tali manifestazioni non siano frutto di un disfunzio­namento neurocognitivo, ma che siano piuttosto l’indice di una divisione soggettiva che separa il sapere che un soggetto ha su di sé dalla sua verità.

Lacan parla della «divisione del soggetto, come divisione fra il sapere e la verità» (Lacan, La scienza e la verità, 1965, p. 860). Ecco come la barra che separa significante e significato (S/s), rendendo quest’ultimo inassimilabile al primo, ricade sullo statuto del soggetto che da un lato nasce ed è rappresentato dall’effetto del significante ma dall’altro non trova mai la sua coincidenza nel significante che lo rappresenta.

Il significante rappresenta il soggetto per un altro significante, il soggetto si manifesta dunque come effetto dell’articolazione significante. Il soggetto non può realizzare il suo essere sul piano dell’enunciato e rimane piuttosto come un effetto d’enunciazione. Si situa qui lo statuto del soggetto barrato, del soggetto diviso tra la funzione di essere rappresentato dal significante e quella di non poter essere rappresentato dal significante.

L’enunciazione, che può scaturire dall’articolazio­ne dei si­gni­ficanti, è un aspetto costitutivo dell’essere parlante e si tratta di un effetto che dipende dal fatto stesso di parlare. In analisi il piano dell’enunciazione viene esplorato mediante l’«associazione libera da rappresenta­zioni finalizzate»: il paziente parla liberamente senza pensare al fatto che ciò che dice sia coe­rente, logico o sensato (Freud, L’interpretazione dei sogni, 1899, p. 484). Il principio che sta alla base del dispositivo analitico si fonda sulla formula seguente: «quel che tu dici va al di là di quel che tu sai» (Miller, Corso «L’esperienza del reale nella cura analitica», 1998-1999).

La teoria della testimonianza di Massimo Recalcati introduce un cambio di paradigma nella psicoanalisi lacaniana.

Con la sua teoria della testimonianza Massimo Recalcati introduce un cambio di paradigma nella psicoanalisi lacaniana. Al significante del Nome del Padre viene affiancato il Reale del Padre-soggetto: è solo in questo passaggio che si può cogliere la posta in gioco della trasmissione intergenerazionale del desiderio.

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La testimonianza paterna

L’accento sulla testimonianza del desiderio da parte del “padre reale” è la proposta originale di Recalcati di fronte all’evidenza clinica e storico-sociale (ma soprattutto strutturale) della fragilità del Nome del padre di fronte all’assurdità priva di senso dell’esistenza.

La meditazione recalcatiana sulla testimonianza paterna vuole mettere in luce la trasmissione del desiderio nella trama delle generazioni. Si tratta di trasmettere non soltanto il desiderio del desiderio dell’Altro, ma soprattutto il desiderio di avere un proprio desiderio, il desiderio di realizzare la propria singolarità.

Recalcati ci fa vedere la funzione paterna dal punto di vista di chi la esercita, ci riporta con la sua riflessione nel vivo dell’essere padre permettendoci di cogliere la dimensione che può rendere vivente e operativa la categoria concettuale del Nome del padre.

Recalcati vuole mostrare il passaggio necessario per intendere la paternità nell’epoca contemporanea: il fondamento del Nome del padre – come funzione simbolica per umanizzare la vita – può continuare ad esistere solo se c’è il “padre reale” a dargli corpo. L’originalità del pensiero di Recalcati consiste nel riprendere un’affermazione di Lacan e formulare “il passaggio dal Padre-fondamento al Padre-soggetto” (Jacques Lacan, 2012, p. 200).

 

Il Padre-soggetto

Il Padre-soggetto è la via recalcatiana per pensare la trasmissione paterna di fronte all’evidenza strutturale che il Simbolico è insufficiente nel dare una risposta esaustiva sul senso dell’esistenza e sull’inermità di fondo della vita umana (Reale) e di fronte al fatto che nonostante il Nome del padre sia un significante speciale che permette all’Altro del linguaggio di trovare un punto di capitone, non può essere inteso come il significante che completa la mancanza dell’Altro, che renda l’Altro il luogo dove tutta la verità del desiderio del soggetto può trovare un riconoscimento.

Il Nome del padre è collegato alla Legge simbolica della castrazione ma rimane comunque un significante e non può configurarsi come l’Altro dell’Altro, ossia come il significante che toglie nell’Altro del linguaggio la mancanza che viene aperta dalla dimensione del Reale (dell’esistenza e del soggetto).

 

 Il Nome proprio del soggetto

La testimonianza paterna restituisce alla funzione del Padre simbolico la sua dimensione vivente e mostra quanto la testimonianza del desiderio dell’Altro possa condizionare il desiderio del soggetto.

Il soggetto però non può trovare nell’Altro, pur provenendo dall’Altro, la risposta sulla verità inconscia del suo desiderio. Il Nome del padre non si sostituisce al Nome proprio del soggetto. “Il padre non può essere pensato come ciò che riempie il vuoto centrale dell’Altro” (Jacques Lacan, 2012, p. 199).

 

Spunti tratti dal libro Introduzione a Massimo Recalcati

 
La psicopatologia delle psicosi rivela una struttura psichica marchiata dall’assenza di un si¬gni¬ficante primordiale: il Nome-del-Padre.

La presenza di un rapporto dialettico con l’Altro garantisce al soggetto la possibilità di entrare nel campo del linguaggio. «L’Altro è il luogo ove si costituisce colui che parla con colui che ascolta […]. L’Altro dev’essere considerato anzitutto come un luogo, il luogo in cui la parola si costituisce» (Lacan, Il seminario, Libro III, Le psicosi, 1955-1956, pp. 323-324).

E se «il nevro­ti­co abita il linguaggio, lo psicotico ne è abitato, pos­seduto» (Lacan, Il seminario, Libro III, Le psicosi, 1955-1956, p. 298). Ciò che appare «sfasato» nello psico­ti­co è il rapporto che il soggetto intrattiene con l’Altro. Il carattere essenziale della psicosi è di oggettivare «il soggetto in un linguaggio senza dialettica» (Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi, 1953, p. 273).

L’ipostatizzazione delle si­gni­­ficazioni psicotiche rivela una struttura psichica marchiata dall’assenza di «un si­gni­ficante primordiale»: il Nome-del-Padre. Nel pensiero di Lacan il Nome-del-Padre è un significante paterno – ha cioè valore fondativo – proprio perché significante.

Nella psicosi viene meno la funzione costitutiva del Nome-del-Padre, che non offre alcuna garanzia alla stabilità dell’Altro; in un certo senso il soggetto ne scopre l’arbitrarietà e lo rigetta in quanto sembiante: l’assenza dell’Altro dell’Altro è sempre a rischio di rivelarsi in assenza di quella significazione fallica che attraverso la metafora paterna garantisce un funzionamento normale (nevrotico) della struttura.

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Un'insondabile decisione dell'essere

Lacan parla di «un’insondabile decisione dell’essere», di un momento imperscrutabile nella storia di un soggetto che si ricostruisce solo da un punto di vista logico, attraverso il reperimento di una non «marcatezza» del significante nella struttura.

«La forclusione del Nome-del-Padre vuol dire che, per un soggetto, non c’è sembiante del Nome-del-Padre, non c’è il tenue sembiante del padre» (Miller, Corso «Della natura dei sembianti», 27 novembre 1991). La psicosi si configura dunque come il fallimento del sembiante, per cui «tutti i nostri discorsi non sono che difese contro il reale» (Miller, Clinica ironica, 1988, p. 210). In particolare, il soggetto schizofrenico dice che «l’Altro non esiste, che il legame sociale è in fondo una truffa, che non c’è discorso che non sia del sembiante» (Miller, Clinica ironica, 1988, p. 211).

Il rifiuto psicotico del significante paterno riguarda la funzione costituente della parola, funzione che richiede il consenso del soggetto, che con la libertà di «un’insondabile decisione dell’essere» può rigettare il carattere conven­zionale dei sembianti, rigettando quella che è ormai diventata l’impostura del Simbolico.

 

Follia e libertà

L’idea che ispira il percorso di Lacan all’inizio del suo insegnamento consiste nel ritenere le psicosi come declinazioni diverse di una stessa ragione segreta che ritrova nell’esclusione dall’ordine significante sia la fonte della sua liber­tà che l’origine della sua follia.

 

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