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Creatività significato

Creatività: significato

La parola creatività acquista significato se la consideriamo come un ponte che collega la fantasia e la concretezza.

FANTASIA E CONCRETEZZA. La creatività si realizza infatti attraverso un atto che permette di transitare dalla realtà psichica (Realität) alla realtà materiale (Wirklichkeit).

La creatività non va quindi confusa semplicemente con la fantasia, il soggetto creativo non è soltanto fantasioso ma è anche capace di dare corpo alle sue visioni, sapendo accettare anche lo scarto irrimediabile che c’è tra lo scenario interiore che alimenta il suo movimento psichico e la traduzione concreta delle idee e dei vissuti che sorgono dal suo intimo.

Da questo punto di vista la creatività assume significato se la si intende come l’apertura di una dimensione soggettiva, che viene vissuta come estremamente intima, verso il mondo.

La creatività è quindi un movimento dove la parte più incondivisibile della propria soggettività entra in risonanza con il mondo esterno attraverso la realizzazione di una forma.

Nell’atto creativo c’è un momento in cui il soggetto è totalmente rapito dalle linee che si intrecciano tra le sue idee e i suoi vissuti emotivi; a questo momento di rapimento interiore succede un secondo momento in cui, potremmo dire, si passa dallo scarabocchio al disegno. In questo secondo tempo, lo schizzo di una propria idea diventa qualcosa di intellegibile anche per il mondo: è il momento in cui l’urgenza di dare forma alla propria idea convoca la presenza dell’Altro, una presenza fondamentale per scandire il passaggio dalla realtà psichica alla realtà materiale.

La creatività assume allora la caratteristica di un lavoro che si svolge sulla frontiera tra lo scarabocchio e il disegno, in questo passaggio ciò che risulta centrale e che dona significato all’atto creativo è la realizzazione di un distacco tra la figura e lo sfondo.

Grazie alla nascita di una figura il mondo psichico acquista concretezza e questo ha un impatto importante sulla sensazione soggettiva. La concretezza dell’opera dona infatti una consistenza maggiore al vissuto psichico che l’ha generata, allo stesso tempo lo scarto tra la figura e la figura immaginata lascia un’ulteriore zona insatura per i successivi riaggiustamenti che produrranno dei rimbalzi in avanti nella rifinitura dell’opera.

NOVITÀ E AUTENTICITÀ. La creatività viene spesso abbinata alla parola novità, come se il significato della creatività consistesse nel trovare qualcosa che è in grado di sorprendere o di scompaginare un ordine preesistente.

Certamente la creatività ha un significato di novità, però possiamo dire che ciò che si configura come autenticamente creativo è mosso da qualcosa di più dell’esigenza di apparire nuovi e non scontati per un pubblico esterno.

La matrice che dà alla creatività un significato autentico rimane sempre quella dimensione soggettiva che alimenta l’esigenza di trasferire nella concretezza del mondo la sorgente più intima e inconscia della propria vita psichica.

ANGOSCIA E TRANSITO. Un’altra accezione del significato della creatività può essere rintracciata nel legame che unisce l’atto creativo all’esperienza dell’angoscia.

Da un punto di vista psichico e corporeo non esiste creatività senza il transito attraverso l’esperienza dell’angoscia.

L’angoscia deriva dall’assenza di una garanzia per il risultato che scaturisce dall’atto creativo. Nella creatività l’esperienza del soggetto è intrisa di angoscia perché entra in azione il transito dallo scarabocchio al disegno senza fare riferimento a uno schema predeterminato.

Non possiamo dire a priori che basti l’esperienza dell’angoscia per definire la genesi di una forma come un atto creativo, però nell’esperienza soggettiva di tutti i creativi esiste un momento di vibrazione emotiva e pulsionale che rende il soggetto totalmente assorbito dal suo transito senza potersi ancorare a nessun altro riferimento che all’atto che sta compiendo.

L’angoscia è quindi il segnale del distacco dagli ormeggi dei punti di riferimento già scritti dalla tradizione a cui si fa riferimento.

L’angoscia segnala che si ci si sta muovendo in prima persona senza una giustificazione esterna o una responsabilità che può essere attribuita a qualcun Altro. Ecco la ragione per cui il significato della creatività risiede innanzitutto nella trasformazione del soggetto che compie l’atto creativo.

Potremmo dire che, a livello psichico, la vera certificazione di un atto creativo risiede nella trasformazione soggettiva di chi compie questo atto. Non c’è creatività autentica se il soggetto che ha compiuto questo atto non ne viene trasformato. L’atto creativo, attraverso la realizzazione di una forma che diventa concreta e che traduce la fantasia in un’opera, produce un effetto retroattivo sul soggetto che si trova trasformato dall’opera che ha realizzato. Quindi l’effetto dell’opera sull’autore non è inferiore a quello che l’autore ha prodotto con la forma in cui ha realizzato l’opera.

VARIAZIONI INEDITE. La creatività entra in gioco tutte le volte che prendiamo atto che ci sono problemi che non hanno una soluzione sola, e che queste soluzioni ammettono più di un modo per essere realizzate, e inoltre che non c’è un criterio prestabilito per scegliere qual è la via più opportuna che potrà farci transitare verso la soluzione.

Se consideriamo la variabilità dei percorsi che possono portare a una soluzione, allora la creatività acquista significato in risonanza al fatto che bisogna andare oltre la replicazione di uno schema già applicato in precedenza. La creatività non è la riproposizione di soluzioni già sperimentate in passato, la creatività scaturisce dalla necessità di affrontare in modo nuovo situazioni inedite.

ARTE E SINGOLARITÀ. Ovviamente la creatività trova il suo pieno significato quando la contestualizziamo nell’ambito della produzione artistica. In un bellissimo libro dello storico dell’arte Claudio Strinati, che si intitola Il mestiere dell’artista, troviamo alcune caratteristiche del lavoro dell’artista e dell’opera d’arte che ci permettono di considerare la creatività come il paradigma della soggettività umana quando realizza la sua singolarità attraverso la produzione di qualcosa di inedito. Strinati sottolinea che:

  1. L’opera d’arte è costruzione.
  2. L’artista la possibilità di costruire un linguaggio che non necessariamente deve spiegare.
  3. È l’artista che vede la bellezza del Reale, perché il Reale non è né bello né brutto; diventa tale perché lo decide l’artista (l’occhio dell’artista).
  4. Chi riesce a unire il nocciolo della questione e gli innumerevoli dettagli della medesima in un tutto omogeneo, è un grande artista.
  5. La potenza in sé della comunicazione della pittura è nella riconoscibilità dello stile, come se l’arte consistesse nel porre un marchio di fabbrica in ciò che si fa.
  6. Fare un’opera d’arte: qual è la tecnica artistica che esprime al meglio l’idea stessa dell’arte? Questo è un quesito non tecnologico che riguarda la produzione di un’opera d’arte.
  7. L’artista dipende da un certo passato preciso e ne subisce gli influssi, ma la sua creazione prescinde da chi l’ha preceduto.
  8. L’unico modo di fare arte è farla con una testa scientifica.
  9. Parliamo di classici perché si tratta di opere d’arte che sono potentemente impegnate a dire qualcosa di risolutivo.

TESTIMONIANZA E IDENTIFICAZIONE. Sottolineare che il significato della creatività consiste nel superamento dei modelli del passato, che costituiscono comunque un condizionamento e un prerequisito necessario per partire, chiama in causa il rapporto tra la testimonianza e l’identificazione.

L’artista non nasce dal nulla, ma dal rapporto con una tradizione che viene trasmessa attraverso la testimonianza dei predecessori. L’artista è colui che entra in rapporto con la tradizione grazie alla testimonianza dei predecessori, però con il suo atto creativo eredita la testimonianza senza adagiarsi sull’identificazione con il modello offerto dai predecessori.

L’artista deve avere comunque la fortuna di incontrare una testimonianza autentica. Solo se si incontra una vera testimonianza, si può ereditare l’apertura verso l’esperienza della singolarità che dona alla creatività il suo pieno significato.

La vera testimonianza è sempre singolare perché non mette in gioco l’identificazione ma l’assunzione del “vuoto centrale”.

Durante la testimonianza non avviene la consegna di un esempio o di un “io ideale” che darà integrità all’immagine di sé stessi. Allo stesso tempo nella vera testimonianza non viene neanche trasmesso un Ideale dell’Io che “modellerà le relazioni del soggetto con il suo oggetto” [J. Lacan (1957-1958), Il seminario, Libro V, Le formazioni dell’inconscio, ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2004, p. 311].

La vera testimonianza è sempre singolare perché non riguarda l’identificazione, ma l’assunzione singolare del proprio Reale pulsionale.

Nel film Hugo Cabret (2011) di Martin Scorzese c’è il papà che sta aggiustando un marchingegno e il figlio vede che il papà ha gli occhi che brillano mentre gli mostra quel marchingegno di cui manca una chiave. Quando il padre morirà ciò che permetterà al figlio di seguire comunque la propria strada sarà quel luccichio negli occhi del padre e la storia del film continuerà con la ricerca della chiave mancante. Ecco, nella testimonianza avviene un passaggio di questo tipo, non avviene un passaggio che possiamo far derivare dalla predicazione, non avviene neanche un passaggio dove il figlio si fa ispirare dal buon esempio, avviene un passaggio che si realizza attraverso il Reale del desiderio.

La scoperta dei neuroni specchio ha influenzato molto il modo in cui oggi consideriamo l’intesa intersoggettiva. I neuroni specchio chiariscono le vie attraverso cui riusciamo a intendere quel qualcosa che va al di là di quello che gli altri dicono. Ciò che si imprime con più forza nella memoria di un bambino non è quello che l’altro dice ma quello che mostra, il comportamento motorio dell’altro lascia una traccia a livello preverbale nell’esperienza del soggetto. Quindi è vero il detto conta più l’esempio delle cose che si dicono, e anche Massimo Recalcati nel suo libro Notte del Getsemani valorizza nella testimonianza la congruenza tra il dire e il fare, tra la predicazione e la notte del Getsemani.

La testimonianza fondata sul processo dell’identificazione – sul fornire al soggetto un buon modello e buone storie a cui ispirarsi e identificarsi, storie da cui prendere spunto – è una trasmissione che lascerà sempre il soggetto in balìa delle Sirene di tante offerte contemporanee che potranno condurre di qua e di là.

La testimonianza che fa perno sull’identificazione è una trasmissione che si trova sul crinale tra Immaginario e Simbolico perché trova comunque fondamento nel processo di imitazione e nell’assimilazione dei tratti simbolici dell’Altro.

Avere una bussola (Ideale dell’Io) non dice come navigare, l’indicazione sul “come si fa” non potrà mai surrogare la cosa da farsi.

Senza il passaggio verso il Reale della testimonianza il soggetto rimane comunque imbrigliato in una trasmissione intergenerazionale dove cerca soltanto un testimonial da imitare o a cui ispirarsi.

La trasmissione simbolica tra le generazioni, il passaggio dal testimone all’erede, può realizzarsi solo passando per il Reale della testimonianza.

Se la testimonianza si basa sull’identificazione, il soggetto si muove come se fosse guidato da un navigatore invece di capire il tragitto da compiere in prima persona. Assumersi la responsabilità del proprio tragitto è un atto in cui si attraversa il Reale, ed è un atto che cambia anche il rapporto con il Simbolico – e il Simbolico è ciò che si trasmette di generazione in generazione.

L’identificazione o l’Ideale dell’Io funzionano dunque come un navigatore, che può essere anche utile, ma non ci fa sentire la vera esperienza del viaggio.

Quando diciamo che la vera testimonianza è sempre singolare – perché non mette in gioco l’identificazione ma l’assunzione del “vuoto centrale” [Cfr. M. Recalcati, Il vuoto centrale. Quattro brevi discorsi per una teoria psicoanalitica dell’istituzione, a cura di V. Vannetti, Poiesis, Alberobello (Ba) 2016] – vogliamo evidenziare che la testimonianza apre la possibilità di ereditare qualcosa che riguarda quella parte di noi che nessun significante dell’Altro può nominare.

C’è un punto di cedimento nella trasmissione intergenerazionale basata sulla testimonianza come trasmissione dell’Ideale dell’Io.

La tradizione consegnandoci un Ideale dell’Io ci dà una bussola, ma avere una bussola non ci dice come navigare.

Avere una bussola non ci permette di sapere che tipo di tragitto fare, avere una bussola non ci toglie la responsabilità di assumere quello che noi siamo in esilio dal campo dell’Altro, in esilio rispetto all’orientamento che l'Altro ci può dare.

 

Nicolò Terminio è Psicologo e Psicoterapeuta a Torino. È specializzato nella cura di ansia, cura attacchi di panico, cura depressione, cura anoressia, cura bulimia e obesità, cura gioco d’azzardo patologico e cura disturbo borderline di personalità a Torino.
Nicolò Terminio, psicoterapeuta e dottore di ricerca, lavora come psicoanalista a Torino.
La pratica psicoanalitica di Nicolò è caratterizzata dal confronto costante con la ricerca scientifica più aggiornata.
Allo stesso tempo dedica una particolare attenzione alla dimensione creativa del soggetto.
I suoi ambiti clinici e di ricerca riguardano la cura dei nuovi sintomi (ansia, attacchi di panico e depressione; anoressia, bulimia e obesità; gioco d’azzardo patologico e nuove dipendenze) e in particolare la clinica borderline.

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