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Psicoanalisi lacaniana

La creazione di un'opera d'arte è una bussola per cogliere la specificità dell’esperienza psicoanalitica.

Il caso clinico come un'opera d'arte

L’interesse per il rapporto tra creatività e inconscio mi accompagna sin dal tempo romano della mia formazione. In quel periodo mettevo a punto la mia tesi di dottorato e nell’intento di costruire una griglia di osservazione della cura psicoanalitica lacaniana trovavo un orientamento ben definito in un testo sull’estetica psicoanalitica: Il miracolo della forma di Massimo Recalcati.

In quel libro rintracciavo non solo un percorso teorico su inconscio e creatività artistica ma anche una descrizione della logica della cura lacaniana.

Indice

Lo "strappo" della creazione

Lo “strappo della creazione” mette in luce non solo ciò che caratterizza l’opera d’arte, ma anche l’idea che la psicoanalisi ha della trasformazione soggettiva a cui deve puntare una cura.
 
Sulla stessa linea può essere letto un successivo contributo di Recalcati sul Flaubert di Sartre: anche lì l’interesse è rivolto a ciò che può cambiare nella logica di una vita, a come possono articolarsi ripetizione e cambiamento, a come possiamo immaginare che l’impronta della nostra esistenza sia suscettibile di una riformulazione creativa.

Psicoanalisi e arte 

In questa prospettiva l’implicazione fondamentale tra psicoanalisi e arte va rintracciata non in una patografia psicoanalitica dell’opera d’arte, ma nell’attenzione particolare che possiamo rivolgere all’esperienza della creatività e della sublimazione.
 
Creatività e sublimazione artistica dunque come paradigma del cambiamento psichico o, per esser più precisi, della “soggettivazione”. La creazione di un’opera d’arte può configurarsi allora come una bussola per cogliere la specificità dell’esperienza psicoanalitica. 
 
inconscio

Dire e mostrare

Durante un corso di metodologia della ricerca in psicoanalisi avevo cercato di sviluppare insieme agli allievi una prospettiva che potesse considerare “il caso clinico come un’opera d’arte”. Partivo da una frase suggestiva che avevo sentito ascoltando la radio: “l’arte non intende dimostrare qualcosa, non vuole convincere, ti mostra qualcosa che puoi scegliere di accogliere oppure no”.
 
Avevo colto in questa frase un’indicazione da approfondire: quando si fa ricerca in psicoanalisi c’è un punto, un qualcosa che non si può dimostrare, neanche seguendo le procedure e le metodiche di ricerca più sofisticate.
 
Tuttavia, ciò che rende convincente una ricerca psicoanalitica riguarda proprio questo qualcosa che non si può dire ma che si può solo mostrare. E qui il riferimento è al filosofo Wittgenstein che ci ricorda appunto la differenza tra il dire e il mostrare.
 
Ora, ciò che possiamo solo mostrare e non spiegare, cioè che per deduzione non possiamo far discendere dalle premesse o che per induzione non possiamo riportare a delle categorie già esistenti, riguarda la dimensione singolare e imparagonabile che contraddistingue il soggetto in analisi ma anche lo stile dell’analista nella conduzione della cura.
 

angoscia 

Scrivere il singolare

Quando osserviamo o studiamo un percorso psicoanalitico possiamo cogliere degli aspetti che consentono di paragonare una cura a un insieme generale che definisce gli elementi irrinunciabili e caratterizzanti di ciascuna cura.

Allo stesso tempo però dobbiamo essere in grado di evidenziare ciò che emerge come elemento singolare di quella cura, rendendola diversa da tutte le altre, non come un caso particolare di un insieme generale, ma come un caso singolare, cioè assoluto, absoluto in quanto sciolto da ogni legame.

Questo qualcosa che si può solo mostrare riguarda i dettagli e i resti di un caso clinico, tutti quegli elementi che di un caso si configurano come un resto che non fa parte dei significanti del grande Altro.

Trattare un caso clinico come un’opera d’arte significa allora studiare e scrivere l’esperienza clinica cercando di tenere vivo il riferimento alla singolarità di cui ci danno testimonianza le opere d’arte.
Fare ricerca in questo modo vuol dire muoversi su un piano che una volta una mia collega aveva indicato con una formula che riprende non solo la questione dell’opera d’arte ma anche quella della femminilità: parlando del focus del suo progetto di ricerca diceva appunto che partiva da “quando la teoria ti lascia da sola”.
 
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