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Amare l’inconscio

Una delle prime accezioni che possiamo dare al movimento transferale, osservando l’asse analizzante-inconscio, è quella che accomuna il transfert all’amore. Quando chiediamo all’analizzante di seguire la regola fondamentale è come se gli proponessimo un invito ad amare, a divenire amante (erastés) del proprio inconscio [1].

Nella prospettiva lacaniana il sapere inconscio che viene chiamato in causa nel transfert è in grado di suscitare l’amore perché spinge il soggetto a mettere in gioco ciò che non ha[2]. Nell’inconscio è racchiuso ciò che manca al soggetto e che attiva il suo movimento di ricerca.

Si parla di amore transferale non perché il paziente si innamorerà dell’analista (in questo caso il movimento sarebbe spostato sull’asse analizzante-analista che, come vedremo più avanti, dà luogo a una domanda diversa), quanto piuttosto perché viene cercato quel qualcosa che non si acciuffa mai. L’analogia tra l’amore e il transfert è data dunque dalla ricerca di un “oggetto” che l’analizzante non possiede e a cui sente tuttavia di essere intimamente legato. 

 
 
 

[1] «L’inconscio primario non esiste come sapere. Perché divenga un sapere, per farlo esistere come sapere, ci vuole l’amore. Per questo motivo Lacan ha potuto dire, alla fine del suo Seminario I Nomi-del-Padre, che una psicoanalisi richiede di amare il proprio inconscio. È il solo modo di fare, di stabilire un rapporto tra S1 e S2. Perché, allo stato primario, abbiamo degli uni disgiunti, abbiamo degli uni sparsi. Dunque, una psicoanalisi richiede di amare il proprio inconscio per far esistere, non il rapporto sessuale, ma il rapporto simbolico» [J.-A. Miller, Una fantasia (2004), «La Psicoanalisi», n. 38, 2005, p. 34].
[2] «L’amore consiste nel dare ciò che non si ha. […] Quanto vi dirò la prossima volta vi mostrerà in che modo ciò che si svolge nel Simposio ci permetta di qualificare le due funzioni, dell’amante e dell’amato, con tutto il rigore di cui è capace l’esperienza analitica. […] Per dirlo con le formule a cui siamo giunti, vedrete apparire chiaramente l’amante come il soggetto del desiderio, con tutto il peso che ha per noi il termine desiderio, e l’amato come colui che, in questa coppia, è il solo ad avere qualcosa» [J. Lacan, Il seminario, Libro VIII, Il transfert (1960-1961), ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2008, p. 39].

Per approfondimenti si rimanda al libro Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana

 
Quel che accade nel transfert

Il transfert è un’esperienza cruciale per analizzare il rapporto tra significante e godimento in una cura psicoanalitica lacaniana. Il transfert da un lato mostra la dimensione relazionale e dialettica della cura psicoanalitica e dall’altro presenta quel qualcosa che, nell’esperienza di ciascuno, si sottrae ad ogni possibile condivisione. Se definiamo la psicoanalisi come una pratica clinica che si svolge sotto transfert,[1] allora dobbiamo far riferimento a questa binarietà del transfert, altrimenti rischiamo di ridurre quel che accade nel transfert alla ricerca del senso e allo scambio affettivo della relazione di cura.

La posizione peculiare della psicoanalisi lacaniana nel panorama delle psicoterapie psicodinamiche va rintracciata nel dare un certo posto a quel qualcosa di reale che resiste ad ogni metabolizzazione da parte del senso. Senso e reale, significante e godimento vanno considerati come due dimensioni essenziali della cura lacaniana.

Lo stesso Jacques-Alain Miller ci aveva insegnato ad attraversare le diverse tappe dell’insegnamento lacaniano considerando di volta in volta il rapporto che Lacan formulava tra significante e godimento, senso e reale [2].

Percorrendo i binari del transfert possiamo riprendere alcune coppie concettuali tipiche dell’insegnamento lacaniano: inconscio strutturato come un linguaggio e inconscio come pulsazione, amplificazione significante e riduzione al reale, autómaton e tuché, apertura e chiusura del transfert, soggetto supposto sapere e realtà sessuale dell’inconscio, regola fondamentale e oggetto a nel desiderio dell’analista.

 
 
 

[1] Cfr. J.-A. Miller, C.S.T. (1987), in M.T. Maiocchi (a cura), Il lavoro di apertura. Per una strategia dei preliminari, Angeli, Milano 1999, pp. 95-99.    
[2] Cfr. J.-A. Miller (1999), I sei paradigmi del godimento, «La Psicoanalisi», n. 26, 1999, pp. 15-54.

La posizione peculiare della psicoanalisi lacaniana nel panorama delle psicoterapie psicodinamiche va rintracciata nel dare un certo posto a quel qualcosa di reale che resiste ad ogni metabolizzazione da parte del senso. Senso e reale, significante e godimento vanno considerati come due dimensioni essenziali della cura lacaniana.

Per approfondimenti si rimanda al libro Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana

 
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Se l’analista è l’Altro della domanda

Sull’asse analizzante-analista il transfert si manifesta come lo spostamento delle rappresentazioni inconsce sulla persona dell’analista. Questo è un effetto che deriva dal fatto che l’analista diventa l’Altro a cui il soggetto rivolge la propria domanda[1].

In analisi, l’Altro non è solo l’Altro della parola, ma è anche l’Altro del desiderio, luogo enigmatico dove il soggetto cerca ciò che causa la propria mancanza. Nella misura in cui il soggetto chiama l’analista in causa in quanto oggetto d’amore, il transfert si rivela come inganno, come un’illusione che cerca di coprire ciò che si manifesta come mancanza[2]. Nel transfert, sull’asse analizzante-analista, la ripetizione della domanda d’amore è un modo per piazzare l’analista nel luogo che colma la mancanza costitutiva del soggetto[3].

La risposta a questa domanda farebbe scivolare il terreno del transfert verso la suggestione, dato che l’oggetto su cui si focalizza il lavoro analitico non è nella catena significante o nello scambio affettivo che si genera nella relazione di cura. Ciò che manca e che anima il movimento transferale emerge piuttosto come elemento inassimilabile al potere rappresentativo del simbolico e non può essere riacciuffato in nessuno scambio intersoggettivo. Quindi, sebbene l’analizzante possa far virare la domanda d’amore verso l’analista, occorrerà indirizzare il lavoro dell’analizzante verso il proprio inconscio.

È un punto centrale nella conduzione della cura e a proposito del quale possiamo recuperare il suggerimento lacaniano di «tacere l’amore»[4]. Rispondere al bisogno affettivo dell’analizzante produrrebbe soltanto, e in maniera passeggera, un effetto suggestivo, rivestendo l’analista di quell’aura padronale che contiene e protegge il soggetto dall’incalzare del reale nella propria esperienza. E inoltre se l’analista cede alla tentazione di mostrare quel segno d’affetto che risponde all’appello dell’analizzante non solo è un impostore perché intende raffigurare la presenza di un Altro che mette il soggetto al riparo dal reale, ma collude in maniera eclatante con il fantasma fondamentale del nevrotico che con la propria domanda d’amore cerca in tutti i modi di essere domandato a propria volta. Il nevrotico cerca con la propria domanda d’amore di provocare quel segno d’affetto con cui l’analista mostrerebbe il proprio desiderio, ossia la propria mancanza per quel qualcosa di reale e scabroso che affiora nell’esperienza del soggetto e che il soggetto con la costruzione del proprio fantasma era riuscito a misconoscere illudendosi di farla diventare quella parte di sé che non è un resto pulsionale inassimilabile ma una parte di sé che prima o poi troverà ospitalità nella mente, nel desiderio e nello scambio affettivo con l’analista. 

. Qualcuno, facendosi promotore di qualche teoria psicologica-relazionale, potrebbe persino supporre che rispondere a tale domanda sarebbe come offrire al paziente un’esperienza emozionale correttiva, dove finalmente l’Altro si troverebbe a dare cittadinanza a quel reale di godimento che il soggetto ha sempre vissuto in esilio dall’Altro. Dare una simile risposta affettiva, in questo frangente della cura, avrebbe però il sapore dell’impostura perché illuderebbe in maniera canagliesca che esiste qualcun Altro in grado di riconoscere e validare ciò non può essere simbolizzato ma solo vissuto e incarnato nell’esperienza del taglio (godimento) che si è.[5]

La posizione della psicoanalisi lacaniana è molto chiara su questi aspetti relazionali della cura perché tiene presente che il trauma del linguaggio non può essere assorbito da nessuna trama significante, ci sarà sempre qualcosa del reale pulsionale del soggetto che fa trauma nella trama e che tuttavia costituisce il perno irrinunciabile a partire da cui poter ex-sistere.


 
 

[1] «La prima molla simbolica del transfert che Lacan ha trovato è la domanda. In effetti l’enunciato in analisi è sempre una domanda. Per il solo fatto di domandare vi è all’orizzonte l’Altro che può soddisfarla, e dunque l’analista nell’analisi è l’Altro della domanda. Dicendo che quando c’è domanda c’è l’Altro della domanda e che l’analista occupa questo posto, ha potuto recuperare molto di ciò che derivava dal transfert come ripetizione. In effetti, se l’analista è l’Altro della domanda, si può dire che il paziente riformula le sue domande più antiche nell’analisi e che l’analista supporta di volta in volta tutte le figure storiche dell’Altro della domanda per il soggetto» [J.-A. Miller, L’inizio delle analisi (1994), in I paradigmi del godimento, cit., pp. 142-143].
[2] «Nel persuadere l’altro che egli ha quello che può completarci, noi ci assicuriamo di poter continuare a misconoscere precisamente ciò che ci manca» [J. Lacan, Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2003, p. 131].
[3] «Per il solo fatto che c’è transfert, noi siamo implicati nella posizione di colui che contiene l’agalma, l’oggetto fondamentale di cui si tratta nell’analisi del soggetto, in quanto legato, condizionato da quel rapporto di vacillazione del soggetto che noi caratterizziamo come ciò che costituisce il fantasma fondamentale, come ciò che instaura il luogo in cui il soggetto può fissarsi come desiderio» [J. Lacan, Il seminario, Libro VIII, Il transfert (1960-1961), ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2008, p. 212].
[4] Questo punto è stato sviluppato in modo magistrale da Massimo Recalcati. Cfr. M. Recalcati, Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto, vol. II, Cortina, Milano 2016.
[5] Queste considerazioni si riferiscono a un frangente della cura molto diverso da quelli che accadono nella cura dei pazienti con funzionamento borderline.

Per approfondimenti si rimanda al libro Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana

 
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Il godimento visto dal significante, il significante a partire dal godimento

Nella domanda d’amore rivolta all’analista così come nell’attivazione del soggetto supposto sapere possiamo notare che il transfert mette in gioco la dimensione del godimento attraverso la dialettica del significante. Il godimento visto dalla prospettiva del significante si presenta nel vivo della cura analitica come quel resto inassimilabile che viene inseguito nell’elaborazione di sapere o che sostiene le richieste affettive dell’analizzante.

È importante però tener presente che ad un certo punto il movimento di elaborazione del transfert subirà un inciampo. E così sull’asse analizzante-inconscio il transfert si sdoppierà in due versanti che corrispondono allo sviluppo della catena significante e alla sua stagnazione: qualcosa avanza e qualcos’altro interrompe il progresso dell’elaborazione. Da questo punto di vista il transfert si configura come un movimento di elaborazione che alimenta il rimando da un significante all’altro, mentre lascia allo stesso tempo emergere qualcosa di penoso e scabroso nell’esperienza del soggetto, qualcosa che ostacola e che fa inciampare il lavoro di costruzione di una trama significante.

L’inciampo che viene presentificato dal transfert ci porterà a considerare il significante a partire dall’esperienza del godimento.


 
 

Per approfondimenti si rimanda al libro Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana

 
Il transfert e la pulsazione dell’inconscio

Nell’insegnamento lacaniano il transfert viene concettualizzato anche come una forma di resistenza[1], come una «chiusura» dell’inconscio strutturato come un linguaggio. Nella nostra pratica clinica possiamo osservare la chiusura dell’inconscio nella resistenza alla cosiddetta regola fondamentale della psicoanalisi. Si tratta del transfert come resistenza alla significazione aperta dal significante. È su questo punto che lo stesso Freud si era pronunciato vedendo nel transfert un ostacolo alla cura psicoanalitica: nel corso dell’associazione libera si produce una discontinuità, una forma di resistenza che al tempo stesso segnala l’avvicinarsi al conflitto inconscio.

In questa seconda accezione il transfert segnala la battuta d’arresto dell’automatismo significante (autómaton) e si configura come un inciampo che si insinua nello scorrere della catena significante. Il transfert segna quindi la chiusura dell’inconscio in quanto catena significante e mette in scena il versante reale della tuché dell’inconscio. L’inconscio come pulsazione temporale è una discontinuità, «una discontinuità in cui qualcosa si manifesta come un vacillamento»[2].

La pulsazione dell’inconscio si esprime quando il versante pulsionale non si realizza nel significante, ma si ripete negli inciampi della catena associativa. La ripetizione, in quanto tuché, indica un fallimento del lavoro associativo e prende le sembianze di un cattivo incontro che non viene evitato.

 
 
 

[1] Già nell’Intervento sul transfert Lacan faceva notare che «il transfert non è nulla di reale nel soggetto, se non l’apparizione, a un certo momento di stagnazione della dialettica analitica, dei modi permanenti secondo i quali esso costituisce i propri oggetti» [J. Lacan, Intervento sul transfert (1951), in Scritti, vol. I, a cura di G.B. Contri, Einaudi, Torino 1974, p. 218].
[2] J. Lacan, Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964), cit., p. 26.

Per approfondimenti si rimanda al libro Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana

 
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