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Spunti

Il silenzio dell'analista consegna al paziente un vuoto centrale da cui può sorgere la creatività.

La trasformazione soggettiva a cui punta una cura psicoanalitica riguarda la riformulazione creativa dell’impronta che abbiamo ricevuto dal discorso dell’Altro. Il riferimento all’atto creativo è fondamentale non perché il paziente diventerà un artista, ma perché anche la creazione dell’opera d’arte mostra il momento in cui i due vettori del tempo dell’inconscio si incontrano.

Si tratta di un primo vettore temporale in cui gli eventi della vita hanno prodotto dei significati, ossia è stato scritto qualcosa nella vita del soggetto che dobbiamo tradurre con il lavoro analitico. Questo primo vettore indica il processo di lettura e traduzione di una pagina già scritta. Il secondo vettore riguarda invece il tempo in cui ciò che dobbiamo tradurre è un silenzio che non ha ancora ricevuto in maniera definitiva un significato.

Indice

L'evento della vita

Nel tempo del processo creativo siamo trovati dall’evento, siamo presi dalla vita nella vita, nell’evento siamo presi alla sprovvista, non scegliamo ma siamo scelti. Mettersi in ascolto del silenzio non vuol dire padroneggiare il silenzio ma farsi prendere dal silenzio, assumere quel silenzio come un’eterogeneità radicale rispetto a ciò che può essere detto.

Da questo punto di vista un’accademia del silenzio non è l’applicazione di un discorso di padronanza di sapere su ciò che rende insaturo ogni sapere. Accademia non implica un irrobustimento del proprio sapere, può voler dire soltanto che ci possiamo preparare con le parole per metterci in ascolto del silenzio che abita nelle parole. È da lì che può sorgere il germe creativo per qualcosa di nuovo, per qualcosa che vada al di là delle ripetizioni che vengono indotte dalle varie sirene e seduzioni sociali o dalla rigidità del nostro fantasma inconscio.

Il transfert e il silenzio

Il transfert è un movimento verso un sapere che non si possiede. Ora, nel corso di una cura il paziente può rivolgere questo movimento di ricerca di ciò che manca non verso l’inconscio, ossia verso un sapere che deve trovare il suo avvenire attraverso il lavoro d’analisi, ma anche verso l’analista. È in questo passaggio delicato che l’analista invece che promotore di un lavoro d’analisi si ritrova a occupare il posto dell’Altro a cui il soggetto rivolge la propria domanda. Il soggetto cercherà allora ciò che potrebbe colmare la propria mancanza nell’Altro, ma se l’Altro è un analista troverà il silenzio, il silenzio del significante. Possiamo dunque concettualizzare il silenzio del significante come la mancanza nel sapere dell’Altro di un significante che risponda alla mancanza del soggetto. Ecco a cosa mira il silenzio dell’analista.
 
Spunti tratti dal libro Tradurre dal silenzio
Se non passiamo attraverso l'esperienza del silenzio non potremo mai vivere il nostro rapporto con l'inconscio.

Altro, immagine, corpo: in ciascuno di questi livelli di esperienza il silenzio si fa segno di una presenza e, al contempo, di un’assenza. La cura psicoanalitica è uno dei modi per esplorare le forme in cui tale presenza-assenza si manifesta nel rapporto con il proprio inconscio. L’inconscio si rivela infatti come parola e silenzio, come eco del passato e come segno ancora muto che attende di essere tradotto in avvenire.

Il rapporto tra inconscio e silenzio attraversa il viaggio psicoanalitico. Una cura psicoanalitica è un’occasione per mettersi sulle tracce di ciò che era stato già scritto nel destino del soggetto e sulle tracce silenziose che custodiscono un nuovo avvenire del desiderio inconscio. Un avvenire che, come in ogni pratica finalizzata alla crescita personale, pone all’orizzonte la capacità di essere soli in presenza dell’Altro.

Indice

L'Altro del linguaggio

Nasciamo nel mondo del linguaggio grazie a una relazione con un Altro che si prende cura di noi, un Altro che ha saputo interpretare il nostro pianto o le nostre grida come una domanda. Senza questa prima interpretazione i suoni inarticolati di un bambino (o di una bambina) rimarrebbero solo un brusio che interrompe il silenzio e non diventerebbero mai l’espressione di una domanda che concerne i bisogni primari di una soggettività. Sarebbero delle grida o dei pianti senza traduzione. È la presenza amorevole dell’Altro che li fa diventare dei messaggi. Quei suoni inarticolati vengono considerati dei significanti che potranno acquisire un significato.

“In questo momento sta piangendo perché vuole essere cambiata, in quest’altro momento sta gridando perché ha fame e vede i fratellini che hanno già iniziato a mangiare”. È l’Altro che attribuisce un senso a qualcosa che rimarrà per diverso tempo in esilio dall’articolazione del linguaggio. Basterà però soltanto questo gesto di accoglienza del pianto e delle grida per introdurre il soggetto nel campo del linguaggio e della relazione intersoggettiva.

Il silenzio del significante

C’è un silenzio che dialoga con la parola e vuol dire qualcosa. In questa accezione il silenzio funziona come un qualsiasi altro significante: va considerato come una parola che rimanda a un’altra parola costruendo così una trama di senso. C’è poi un silenzio che si chiude in se stesso e non rimanda alle parole perché basta a se stesso: è un silenzio assoluto, ab-soluto, sciolto da ogni legame con la dimensione del significato. Il silenzio che incontriamo nel linguaggio non arriva ad essere pienamente tradotto in un significato condiviso. È un silenzio che si manifesta come puro significante perché non ha alcun significato. In questi frangenti il silenzio ci mostra il significante nel suo grado zero, viene azzerata ogni possibilità di attribuzione di un senso perché il silenzio non si spiega né si descrive con il silenzio stesso.

Incontriamo il silenzio del significante quando sperimentiamo che ci sono silenzi che azzerano il senso, che non si lasciano interpretare e tradurre, ma non per questo possiamo dire che sono fuori dal linguaggio. In questa condizione non si tratta di interpretare e tradurre il silenzio, siamo semplicemente chiamati a viverlo.

 

Spunti tratti dal libro Tradurre dal silenzio

Il cammino psicoanalitico di Massimo Recalcati attraversa l'insegnamento di Jacques Lacan mettendo in luce l'intreccio fecondo tra desiderio e godimento.

Nel libro L'uomo senza inconscio troviamo due aspetti principali dell’opera di Massimo Recalcati. In esso il rapporto soggettivato con il testo di Lacan è strettamente intrecciato con un modo di essere psicoanalisti che è sensibile ai temi e ai problemi della contemporaneità. In quel libro Recalcati supera la mera ripetizione dei concetti lacaniani e mantiene un rapporto insaturo con il Reale della contemporaneità. Studia e approfondisce Lacan e al contempo lo usa come trampolino di lancio per dire qualcosa in prima persona sulle questioni cliniche e sociali che affronta nel suo lavoro quotidiano.

Dove troviamo un esempio di questi due aspetti dell’approccio recalcatiano? Andiamo alla fine di pagina 37 dell’Uomo senza inconscio e troveremo un paragrafo intitolato “Cosa resta del padre?”. Continuiamo a percorrere il testo almeno fino a pagina 44: in queste pagine scopriamo lo spartiacque del percorso di Recalcati ma anche della psicoanalisi lacaniana. Se rileggiamo quelle pagine troveremo il superamento delle precedenti formulazioni sulla crisi della funzione orientativa dell’Ideale edipico e vedremo emergere un’elaborazione singolare della dimensione etica della testimonianza. Lì Recalcati, a mio parere, supera tutto quello che avevano formulato i suoi precursori. Lì inventa rimescolando diversi concetti in un modo che ci sorprende perché non presenta lo sviluppo logico-argomentativo dell’orientamento lacaniano ma espone un taglio etico ed epistemologico della prospettiva su cui si stava adagiando la psicoanalisi lacaniana.

 

Desiderio, godimento e soggettivazione

Desiderio, godimento e soggettivazione sono tre parole chiave che condensano la traversata che Recalcati ha compiuto nell’insegnamento di Lacan. La prospettiva etica che Recalcati recepisce dall'insegnamento di Lacan pone l’esperienza del desiderio in relazione all’esperienza del godimento. In tutto il suo lavoro Recalcati si interroga sulla possibilità di un rapporto di alleanza tra desiderio e godimento.

Lo psicoanalista italiano supera una visione moralistica che vedrebbe il desiderio come una rinuncia al godimento, come mera apertura relazionale che intenderebbe esorcizzare la scabrosità Reale del godimento; allo stesso tempo evita di celebrare la retorica idealizzante di un godimento fine a se stesso e senza senso. Il godimento che viene messo in gioco nell’etica lacaniana sa mantenersi connesso alla “trascendenza del desiderio”.

La posta in gioco dell’insegnamento di Lacan, secondo Recalcati, risiede nella possibilità di raggiungere un godimento nuovo “che renda la vita risorta, ricca, generativa nella sua presenza su questa terra” (Jacques Lacan, 2012, p. xvii). Il desiderio è la via attraverso cui giungere a questa possibilità umana di vivere l’esperienza del godimento, godimento che si manifesta sempre sotto il segno dell’intemperanza, della dismisura, dell’eccesso, della singolarità che non è mai disgiunta dall’atto etico con cui ciascun soggetto si assume la responsabilità del proprio desiderio e del proprio essere di godimento.

Il desiderio è allora un’esperienza dove viene vissuto un “godimento Altro da quello dell’Uno” (Jacques Lacan, 2012, p. xix), un godimento che non è chiuso su se stesso ma si apre in modo assoluto alla vita. “Il mio Lacan – scrive Recalcati – non avalla il culto del godimento Uno fine a se stesso, ma l’atto singolare del soggetto che sa ritrovare il godimento sulla ‘scala rovesciata del desiderio’” (Jacques Lacan, 2012, p. xviii).

Sovversione del soggetto

Recalcati chiama “sovversione del soggetto” la teoria che Lacan produce sui modi del desiderio e del godimento. In questa teoria non è in primo piano l’opposizione disgiuntiva – di natura morale – tra desiderio e godimento, ma il problema della loro disconnessione o della loro congiunzione etica. La trascendenza del desiderio deve essere collocata nell’intersezione con la forza pulsionale e non va considerata come una forma ascetica che mirerebbe a liberare il corpo dalla presenza della pulsione. Non si tratta quindi di porre l’Uno – l’esistenza del godimento pulsionale – senza rapporto, sganciato dall’Altro verso cui è esposto il desiderio del soggetto.

Per Recalcati diventa centrale mostrare i punti sensibili dove nel testo di Lacan desiderio e godimento si annodano, perché da un lato il loro scioglimento in nome di un puro godimento dell’Uno è un mito che farebbe scivolare verso un pensiero perversamente libertino, mentre la mistica del desiderio dell’Altro ridurrebbe il desiderio a una religione morale. Il godimento non è in una relazione di opposizione estrinseca con il desiderio, il godimento dell’Uno e il desiderio dell’Altro sono in una relazione di immanenza. Lacan non sceglie il godimento dell’Uno contro il desiderio dell’Altro, né viceversa (Cfr. Jacques Lacan, 2012, p. 314-315).

 

Spunti tratti dal libro Introduzione a Massimo Recalcati

La parola di Massimo Recalcati sa toccare l'inconscio di chi lo legge e lo ascolta perché è una parola dà testimonianza del desiderio del suo autore.

Le persone che leggono, ascoltano e si lasciano toccare dalla parola di Massimo Recalcati sono interessate al suo discorso non perché parli di Lacan in modo comprensibile. Ripercorrendo l’insegnamento di Lacan Recalcati esprime sicuramente un discorso chiaro a tutti ma spinge anche ciascuno a interrogarsi sulla singolarità del proprio desiderio.

Uno dei tratti distintivi dell’operazione culturale di Recalcati consiste nel tenere insieme l’aspetto “universale” delle formulazioni psicoanalitiche con la singolarità del desiderio inconscio di ciascuno. È questo “l’effetto Recalcati”, che non va ridotto a mera capacità divulgativa perché ciò che viene spiegato non esaurisce il mistero dell’inconscio, anzi lo rende ancora più evidente.

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Enunciati ed enunciazione

Gli enunciati della psicoanalisi non ricoprono mai l’enunciazione di Recalcati. Ciò che trascina e coinvolge nel discorso di Recalcati è innanzitutto il punto di enunciazione singolare a partire da cui prende parola. Ecco perché l’originalità di Recalcati non va ricercata soltanto nell’efficacia argomentativa con cui può sostenere diverse posizioni teorico-cliniche, ma va individuata anche nello stile che caratterizza la sua enunciazione. Se non si tengono insieme gli enunciati e l’enunciazione si smarrisce il senso stesso del lavoro e dello sforzo con cui Recalcati continua ad avanzare nel campo della psicoanalisi.

La soggettivazione

In tutte le sue opere Recalcati ripercorre le torsioni concettuali di Lacan (e non solo di Lacan) per ritrovare la logica della soggettivazione. È nel movimento della soggettivazione che – secondo Recalcati – si dà la possibilità di intrecciare in modo fecondo l’esperienza del desiderio con l’essere di godimento di ciascuno. Il processo di soggettivazione è la sonda che Recalcati privilegia per esplorare la teoria e la clinica di Lacan ma anche per avventurarsi nel campo dell’arte, dell’educazione e della vita politica e sociale. Custodire la possibilità per la soggettivazione è il criterio che guida le analisi di Recalcati nei tre compiti impossibili indicati da Freud: governare, educare e analizzare.

Inconscio e legami sociali

La versione recalcatiana della psicoanalisi sottolinea che il lavoro di un analista deve essere sempre collegato al rumore di fondo della città e al fluire delle dinamiche sociali. Se si smarrisce il nesso tra inconscio e società si perde l’essenza della pratica psicoanalitica perché è pur vero che il divano dell’analista accoglie un soggetto per volta, ma non esiste un soggetto senza l’Altro e durante una cura psicoanalitica l’inconscio fa ingresso anche come discorso dell’Altro. Come Recalcati aveva sinteticamente enunciato in una delle dodici argomentazioni in difesa dell’inconscio (M. Recalcati, Elogio dell’inconscio, p. 11): “il mondo interno è esterno” e l’inconscio non va confuso con la cosiddetta “vita interiore”, anzi l’inconscio “inventato” da Freud non è “pensabile se non in una relazione a ciò che accade nell’Altro”.


Estratto dal libro Introduzione a Massimo Recalcati

Amare l’inconscio

Una delle prime accezioni che possiamo dare al movimento transferale, osservando l’asse analizzante-inconscio, è quella che accomuna il transfert all’amore. Quando chiediamo all’analizzante di seguire la regola fondamentale è come se gli proponessimo un invito ad amare, a divenire amante (erastés) del proprio inconscio [1].

Nella prospettiva lacaniana il sapere inconscio che viene chiamato in causa nel transfert è in grado di suscitare l’amore perché spinge il soggetto a mettere in gioco ciò che non ha[2]. Nell’inconscio è racchiuso ciò che manca al soggetto e che attiva il suo movimento di ricerca.

Si parla di amore transferale non perché il paziente si innamorerà dell’analista (in questo caso il movimento sarebbe spostato sull’asse analizzante-analista che, come vedremo più avanti, dà luogo a una domanda diversa), quanto piuttosto perché viene cercato quel qualcosa che non si acciuffa mai. L’analogia tra l’amore e il transfert è data dunque dalla ricerca di un “oggetto” che l’analizzante non possiede e a cui sente tuttavia di essere intimamente legato. 

 
 
 

[1] «L’inconscio primario non esiste come sapere. Perché divenga un sapere, per farlo esistere come sapere, ci vuole l’amore. Per questo motivo Lacan ha potuto dire, alla fine del suo Seminario I Nomi-del-Padre, che una psicoanalisi richiede di amare il proprio inconscio. È il solo modo di fare, di stabilire un rapporto tra S1 e S2. Perché, allo stato primario, abbiamo degli uni disgiunti, abbiamo degli uni sparsi. Dunque, una psicoanalisi richiede di amare il proprio inconscio per far esistere, non il rapporto sessuale, ma il rapporto simbolico» [J.-A. Miller, Una fantasia (2004), «La Psicoanalisi», n. 38, 2005, p. 34].
[2] «L’amore consiste nel dare ciò che non si ha. […] Quanto vi dirò la prossima volta vi mostrerà in che modo ciò che si svolge nel Simposio ci permetta di qualificare le due funzioni, dell’amante e dell’amato, con tutto il rigore di cui è capace l’esperienza analitica. […] Per dirlo con le formule a cui siamo giunti, vedrete apparire chiaramente l’amante come il soggetto del desiderio, con tutto il peso che ha per noi il termine desiderio, e l’amato come colui che, in questa coppia, è il solo ad avere qualcosa» [J. Lacan, Il seminario, Libro VIII, Il transfert (1960-1961), ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2008, p. 39].

Per approfondimenti si rimanda al libro Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana

 
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