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Nelle storie borderline è la mutevolezza delle situazioni che sembra determinare il destino del soggetto.

L’instabilità borderline e l’elasticità emozionale delle serie TV

La specificità psicopatologica della clinica borderline ci mostra il mondo delle narrazioni in statu detraendi.

I pazienti borderline vivono una condizione a confine tra il momento in cui un evento accade e quello in cui una storia può nascere. Se nella clinica della nevrosi il paradigma narrativo è quello della tragedia o del romanzo, nella clinica borderline osserviamo invece il tipico “elastico emozionale” delle serie TV.

Un personaggio senza conflitto

In un recente libro curato dalla Scuola Holden, che si intitola Serialità. Creare infinite possibilità narrative, la specificità narrativa delle serie TV scaturisce dal fatto che il finale rimane in sospeso.

Sul piano fenomenico il ritmo delle serie TV assomiglia alle altalene delle storie borderline, però a livello strutturale le continue oscillazioni dei borderline esprimono un campo magnetico radicalmente differente.

Se ascoltiamo i racconti dei pazienti ci accorgiamo che l’instabilità borderline e l’elasticità emozionale che caratterizza le serie TV, sebbene siano accomunate da una temporalità sospesa, sono dovute a cause ben diverse.

Il finale in sospeso delle serie TV deriva da un conflitto che alla fine non si risolve mai del tutto, e così la storia può continuare. Nelle narrazioni borderline ciò che invece rimane in sospeso non è il finale, ma il punto di avvio della storia. Quando ascoltiamo i soggetti borderline ci accorgiamo che nei loro racconti manca quel clic che innesca il romanzo familiare o, per dirla con Lacan, “il mito individuale del nevrotico”.

Nelle narrazioni borderline la trama non inizia e il finale rimane sempre in sospeso perché la storia non parte mai da un vero conflitto come avviene invece nelle tragedie nevrotiche.

Nei casi borderline assistiamo a una sorta di rigenerazione continua del conflitto, bisogna precisare però che in realtà non si tratta di un vero e proprio conflitto. Nel vissuto del borderline al posto del conflitto troviamo la scissione, una scissione che si presenta come l’effetto psicopatologico del meccanismo della dissociazione.

Il borderline, a differenza dei personaggi delle serie TV, non vive un conflitto tra sé e sé per ottenere o evitare qualcosa di importante. La posta in gioco del borderline non è un oggetto intenzionale verso cui dirigere il proprio desiderio.

A differenza dei personaggi che danno corpo alla drammaturgia seriale, il soggetto borderline vive in una condizione al di qua del conflitto.

Il conflitto presuppone una dimensione dialettica tra un positivo e un negativo, un’opposizione tra elementi tra di loro contraddittori che spingono il processo narrativo in avanti orientandone le linee di sviluppo.

Nella clinica borderline c’è un susseguirsi irrefrenabile di eventi che però non mandano la storia in avanti.

Nei racconti dei pazienti borderline non c’è sviluppo della storia, c’è semmai la ripetizione della difficoltà di introdurre una trama e un intreccio per le tessere del Reale che incalzano nella vita.

La stabile instabilità del borderline non è generata da un conflitto che segue una logica dialettica, ciò che alimenta l’andirivieni del percorso borderline non è il rapporto conflittuale tra le identificazioni soggettive e le verità del desiderio inconscio, ma riguarda la possibilità di stabilizzare il senso di identità.

Affinché possa esserci un vero conflitto occorre che il funzionamento borderline entri in risonanza con una logica dialettica che mette in contraddizione due situazioni che possono essere sintetizzate attraverso la trasformazione del personaggio. Ma ciò non succede perché il borderline mostra piuttosto il tipico elastico emozionale che tiene sempre in sospeso.

Nelle storie borderline è la mutevolezza delle situazioni che sembra determinare il destino del soggetto e non il conflitto.

Quindi il carattere del borderline sembra essere l’effetto della mutevolezza delle situazioni. Invece nella logica della tragedia vediamo che le situazioni reali sono la traduzione della conflittualità presente nella realtà psichica del protagonista.

La logica della tragedia e del romanzo illustra il movimento psichico insito nella nevrosi, dove osserviamo che il finale genera un effetto catartico. Nel finale della tragedia e del romanzo viene onorato il patto stabilito con chi legge: si realizza la trasformazione o la fine tragica del protagonista.

Nella nevrosi vediamo le tracce di un destino che è delineato dal paradigma narrativo della tragedia o del romanzo; invece, nella clinica borderline il meccanismo della catarsi che caratterizza la fine delle tragedie o dei romanzi viene tenuto a distanza.

Un'instabilità traumatica

Quando incontriamo un paziente borderline ascoltiamo una narrazione che non rappresenta immediatamente il soggetto nella sua discordanza interiore, ciò che emerge è semmai la sua perenne discordanza relazionale con gli altri. Ecco perché Mario Rossi Monti ha sottolineato in diversi suoi lavori che non esiste un borderline senza l’Altro.

Nella presentazione del suo tormento emotivo il paziente borderline mette in primo piano la serie di eventi che prendono corpo attraverso le sue dinamiche relazionali. Così come avviene in alcune serie TV, anche nelle storie borderline la dinamica narrativa non viene alimentata da un protagonista ben tratteggiato, anzi il termine borderline indica la stabile instabilità di un soggetto che è caratterizzato da un’identità diffusa.

Nelle storie borderline ciò che risalta non è la dialettica del conflitto soggettivo, ma una serie di accadimenti drammatici che si susseguono uno dopo l’altro senza mai trovare un punto di approdo.

Nella cura è necessario un tempo preliminare in cui il borderline possa trovare la calma necessaria per focalizzare la sua attenzione sulla radice traumatica del dramma interiore che lo affligge.

E se le serie TV trovano spesso la loro matrice narrativa nelle dinamiche familiari, da un punto di vista clinico possiamo osservare che nelle storie borderline la caratteristica dell’Altro familiare è la confusività, quindi non è in gioco soltanto l’imperfezione o l’insoddisfazione che caratterizza tutte le famiglie, ciò che costituisce la cifra particolare dell’Altro familiare del borderline è l’atmosfera traumatica delle relazioni. È da lì che parte una cura, dalla possibilità di fare del trauma il punto di insorgenza di una trama, come se si trattasse di far transitare il borderline dalla serialità immanente che tiene il finale in sospeso alla possibilità di scrutare nel dolore la nascita di un destino.

 

Psicoterapeuta Torino
Nicolò Terminio, psicoterapeuta e dottore di ricerca, lavora come psicoanalista a Torino.
La pratica psicoanalitica di Nicolò è caratterizzata dal confronto costante con la ricerca scientifica più aggiornata.
Allo stesso tempo dedica una particolare attenzione alla dimensione creativa del soggetto.
I suoi ambiti clinici e di ricerca riguardano la cura dei nuovi sintomi (ansia, attacchi di panico e depressione; anoressia, bulimia e obesità; gioco d’azzardo patologico e nuove dipendenze) e in particolare la clinica borderline.

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