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Nella cura del borderline l’atto analitico avvia il discorso dell’inconscio.

Atto, retroazione e discorso dell’inconscio nella clinica borderline

Il discorso dell’inconscio va inteso come un percorso che si rivela in retroazione, quando cioè il significante S2, che segue, incontra l’S1 che lo precede.

Affinché la narrazione e gli agiti del borderline possano trovare la torsione in grado di generare il discorso dell’inconscio è necessario che si istituisca la relazione tra almeno due significanti, tra due significanti in grado di avviare una catena significante. Oppure occorre che il significante traumatico (S1) inizi a ripetersi in quanto diverso da sé: in questo caso inizia a instaurarsi un intervallo tra il tempo del trauma e la sua possibile significazione.

Atto e campo relazionale

La nascita del discorso inconscio è effetto di un atto che riguarda una dimensione relazionale: l’atto non è ciò che compie soltanto l’analista, ma è ciò che succede tra paziente e analista, tra paziente e operatore.

I presupposti di questa torsione non vanno costruiti soltanto attraverso il lavoro della parola, cioè attraverso l’amplificazione della produzione dei significanti, ciò che conta è innanzitutto la possibilità di istituire le condizioni per la significazione che nella clinica borderline sono alterate da un eccesso di Reale che sovrasta ogni possibilità di articolazione dei significanti.

Nell’incontro con il borderline osserviamo una grande produzione di parole che però non sono connesse e non formano una trama, quindi al borderline non servono parole in più ma delle nuove connessioni che sono state bloccate da un eccesso di Reale.

Nella cura del borderline la dimensione dell’atto analitico diventa cruciale come evento in grado di avviare il discorso dell’inconscio.

Se nella clinica delle nevrosi l’atto viene prevalentemente concettualizzato come ciò che fa emergere il resto inassimilabile alle articolazioni significanti, nella clinica borderline l’atto invece precede ogni articolazione significante, anzi l’atto va considerato come l’evento-taglio che rende possibile l’avvio della catena significante.

Per chi lavora nei servizi di cura residenziali è ancora più evidente che gli interventi che possono funzionare come un atto non sono soltanto i dialoghi e gli scambi di parole, esiste una serie di pratiche di intervento, che troviamo per esempio negli orientamenti terapeutici che danno rilevanza alla prospettiva sensomotoria, che vanno anch’essi considerati come degli atti validi per stabilire le condizioni di una parola sensibile alla significazione retroattiva del discorso dell’inconscio.

L'intervallo del Reale

Possiamo osservare la funzione dell’atto anche in un contesto terapeutico non immediatamente riconoscibile come un setting clinico. Pensiamo all’orto che viene coltivato in una comunità terapeutica: ebbene, in questo caso la cura delle piante, svolta giorno dopo giorno, e il soffermarsi di fronte alla nascita di ciò che viene seminato introducono un’esperienza temporale che è estremamente diversa dall’incessante inquietudine di matrice disforica che spinge il borderline a cercare un oggetto o un agito per placare ciò che della sua vita emotiva continua ad attagliarlo senza sosta.

In questo caso prendersi cura dell’orto ha la funzione di atto perché introduce una discontinuità temporale tra un prima e un dopo, e in questo passaggio tra un prima e un dopo viene aperto un intervallo temporale in cui il paziente può sostare senza ricorrere immediatamente alla frenesia e alla compulsività che caratterizzano la sua modalità sintomatica di regolare le emozioni.

Parliamo allora di atto perché l’atto introduce una discontinuità e apre un intervallo nuovo. Se nella clinica della nevrosi l’atto apre una discontinuità che permette un intervallo del Reale come resto che, invece di essere scartato e rimosso, può essere finalmente vissuto in prima persona e soggettivato come la causa della singolarità del proprio desiderio, nella clinica borderline ci troviamo al di qua della nascita del discorso e quindi l’intervallo del Reale diventa non ciò che viene istituito come prodotto del discorso, ma ciò che precede la nascita del discorso.

In riferimento alla clinica borderline l’atto analitico va dunque considerato non come ciò che radicalizza e mette in posizione di agente ciò che viene prodotto dal discorso dell’inconscio, ma come ciò che permette al soggetto di sostare nel Reale, in quella matrice di non-senso che attraverso un campo relazionale può diventare il perno per una nuova trama del senso.

 

Psicoterapeuta Torino
Nicolò Terminio, psicoterapeuta e dottore di ricerca, lavora come psicoanalista a Torino.
La pratica psicoanalitica di Nicolò è caratterizzata dal confronto costante con la ricerca scientifica più aggiornata.
Allo stesso tempo dedica una particolare attenzione alla dimensione creativa del soggetto.
I suoi ambiti clinici e di ricerca riguardano la cura dei nuovi sintomi (ansia, attacchi di panico e depressione; anoressia, bulimia e obesità; gioco d’azzardo patologico e nuove dipendenze) e in particolare la clinica borderline.

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