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Psicoanalisi lacaniana

Con l’atto analitico il soggetto si assumerà il proprio marchio di godimento.

L’atto analitico tra scarto e creatività

Nella prospettiva tracciata da Lacan l’atto analitico si configura come il paradigma dell’atto, compresi gli atti e gli interventi che l’analista compie durante la conduzione della cura. «L’atto psicoanalitico sembra idoneo a riverberarsi con più luce sull’atto, poiché è atto che si riproduce a partire dal fare stesso che esso comanda» [J. Lacan (1969), L’atto psicoanalitico, in Altri scritti, p. 369].

Il passaggio da analizzante ad analista consiste in un cambiamento radicale nella propria posizione soggettiva, dove ciò che diventa centrale non è più il circuito fantasmatico ma quel nocciolo di esperienza-Reale che si è.

Indice

Alla fine dell'analisi

Alla fine dell’analisi il proprio analista si configura come un artificio-artificiere (nella letteratura lacaniana si trova scritto “scarto”) che ha saputo far balenare la differenza tra l’oggetto a che si è e l’oggetto a del fantasma.

In questo passaggio di fine analisi non viene compiuto il superamento della barra che separa sembiante e verità, l’atto analitico non colonizzerà tutto l’S2 che è rimosso nel luogo della verità. Il sapere prodotto dall’analisi è un marchio (S1), non una catena significante, e se anche assumesse la forma di una frase sarebbe soltanto il segno del proprio modo di godere, della differenza tra il proprio essere e la matrice significante da cui si era tuttavia partiti nella propria avventura umana.

Semi-dire

Nel discorso dell’analista l’S2 non viene riassorbito in nuove formulazioni significanti, rimane sempre lì come sapere supposto, come sapere collegato alla dimensione della verità. «Ciò che ci si aspetta da uno psicoanalista, come ho già detto l’ultima volta, è far funzionare il proprio sapere in termini di verità. Proprio per questo si confina a un semi-dire» [J. Lacan (1969-1970), Il seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi, p. 60].

Il discorso analitico non va concepito come la possibilità di dire tutta la verità, ciò che risulta cruciale non è neanche la fine del movimento analizzante, ma il mutamento dei presupposti su cui si sostiene il lavoro d’analisi.

Fare quel mezzo giro che sposta il lavoro analitico dal discorso dell’isterica al discorso dell’analista implica due effetti principali: a) l’oggetto a diventa sembiante di un sapere (S2) che sta nel luogo della verità; b) l’oggetto a spinge e smuove l’interrogazione della propria divisione soggettiva ($) – collocata nel luogo dell’Altro – per produrre gli S1 come residuo inassimilabile al luogo dell’Altro (adesso gli S1 sono infatti situati nel luogo della produzione).

L'analista si fa scarto

Possiamo riformulare il farsi scarto dell’analista immaginando due tempi dell’apparizione dell’oggetto a nel discorso dell’analista.

In un primo tempo che caratterizza l’avvio del movimento transferale l’analista si fa sembiante dello stesso oggetto a che viene scartato nel discorso del padrone e che fa da sostegno al fantasma. È il tempo iniziale che corrisponde al rovesciamento del discorso del padrone: l’oggetto a passa dalla posizione di scarto a quella di agente e sembiante.

In un secondo tempo che anticipa la fase finale della cura l’analista evidenzierà sempre più la differenza tra l’oggetto a che è sembiante di una verità (fantasmatica) e l’oggetto a che invece viene prodotto dal tratto unario (S1).

Gli interventi dell’analista divaricano sempre più la differenza tra l’oggetto a come sembiante di verità e l’oggetto a che è invece incarnato nella propria modalità di godere. «Il supporto del plusgodere è la metonimia […]. Il plusgodere è essenzialmente un oggetto scivoloso. Non è possibile fermare tale scivolamento in nessun punto della frase» [J. Lacan (1971), Il seminario, Libro XVIII, Di un discorso che non sarebbe del sembiante, p. 43].

L’analista pone dunque a nel luogo dell’agente per sostenere il lavoro analizzante che riguarda la costruzione del fantasma e poi – in un secondo tempo – evidenzia la differenza tra l’oggetto a e l’oggetto mira del desiderio dell’Altro giungendo così a scartare-differenziare l’S1 che aveva prodotto il plusgodere.

Quando l’oggetto-mira si rivelerà nella sua posizione di sembiante di verità, allora non avrà più quella rilevanza agalmatica che era stata favorita dall’inganno del fantasma. Nella struttura del fantasma l’analizzante coglie infatti «lo specchietto per le allodole delle propria verità» [J. Lacan (1967), La logica del fantasma, in Altri scritti, p. 321].

L'estrazione dell'oggetto piccolo a

L’estrazione dell’oggetto a dal campo dell’Altro condizionerà il rapporto tra analizzante e analista. L’atto analitico trasforma la valenza della posizione del proprio analista, che si rivelerà analoga a quella dell’oggetto a collocato in posizione di sembiante. Un conto è a in quanto sembiante di un sapere-verità e un altro è invece a come perdita d’essere che diventa plusgodere.

Se l’analista si farà scarto saprà differenziare la posizione che occupa come sembiante di verità da quella di godimento scartato-prodotto che invece verrà assunta dall’analizzante con l’atto analitico che lo farà diventare analista. «L’atto psicoanalitico […] lo poniamo come il momento elettivo del passaggio dello psicoanalizzante a psicoanalista» [J. Lacan (1969), L’atto psicoanalitico, in Altri scritti, p. 369].

Con l’atto analitico il soggetto si assumerà il proprio marchio di godimento e potrà distinguere ciò che sta dal lato del proprio godimento da ciò che invece appare soltanto come sembiante di un sapere.

Il passaggio dal sapere al saperci-fare è un transito che conduce l’analizzante dal primato dell’S1 che apriva la strada verso la catena significante a S1 come chiusura di ogni ulteriore significazione. L’S1 prodotto dal discorso dell’analista diventa lettera del proprio non essere rappresentato da nessun significante, in alcuni casi neppure dal proprio nome.

 

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