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Psicoanalisi lacaniana

L’analista si fa sembiante dell’oggetto a

L’analista si fa sembiante dell’oggetto a

Per Lacan il desiderio dell’analista non consiste soltanto nel passaggio dal Reale al Simbolico. Il desiderio dell’analista introduce anche la dimensione pulsionale dell’inconscio nello scorrere della catena significante. La presenza dell’analista deve mostrare quell’aspetto di interferenza che si insinua nell’autómaton significante per via della tuché del reale. L’analista deve cioè assumere le sembianze di quella parte non simbolizzata che viene indicata dal concetto di godimento. L’analista deve anche mostrare il significante a partire dall’esperienza del godimento. L’analista è in seduta anche per presentificare l’inciampo del sapere testuale (l’oggetto a)[1] e per mettere l’analizzante al lavoro su un sapere che ha come referente quella stessa dimensione pulsionale che separa il soggetto da ogni identificazione ai significanti dell’Altro.
Ecco ritornare ancora una volta nel lavoro analitico la tuché dell’inconscio, la dimensione reale dell’inconscio che si presenta innanzitutto come un inciampo della catena significante o come un incontro dal valore traumatico. La riduzione al reale[2] a cui punta l’intervento dell’analista mette quindi in luce il significante padrone (S1) come significante del trauma.
Nella psicoanalisi lacaniana gli S1 che vengono estratti dal discorso analitico sono degli elementi isolati dalla catena significante e assumono più il valore del tratto unario che quello del significante maître. Si tratta di S1 che sono fuori dalla ripetizione promossa dalla struttura dei significanti, in questi S1 emerge l’Uno-tutto-solo.[3] Sono il tratto unario che imprime un marchio di godimento al soggetto, sono quella lettera che irrompe nella vita del soggetto senza ancora rappresentarlo, ossia senza ancora connettersi a nessun altro significante. Questi S1 non hanno dunque il valore di significante, ma mostrano la dimensione reale del linguaggio.[4] Gli S1 prodotti dal discorso dell’analista parlano della lalingua,[5] del cuore pulsante del parlessere e della lettera di godimento[6] che mostra la singolarità dell’essere umano. Nella nostra vita potremo scambiarci  e condividere i significanti, ma non potremo mai condividere quella lettera[7] asemantica che rappresenta il segno distintivo della nostra singolarità.

 
 
 

[1] «Giungo ad articolare la posizione dello psicoanalista nel modo seguente, dicendo che essa è sostanzialmente costituita dall’oggetto a. […] L’analista, in quanto tale, deve qui rappresentare in qualche modo l’effetto di rigetto del discorso, ossia l’oggetto a» [J. Lacan, Il seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi (1969-1970), ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2001, pp. 46-47].
[2] Cfr. J.-A. Miller (1998), L’osso di un’analisi, trad. it. di C. Menghi e V. Carnelutti Leone, Angeli, Milano 2001.
[3] “L’Uno di cui si tratta nell’S1, quello che produce il soggetto, punto ideale, diciamo, nell’analisi, è, al contrario di quello che entra in gioco nella ripetizione, l’Uno come Uno solo” [J. Lacan, Le séminaire. Livre XIX. … ou pire (1971-1972), texte établi par J.-A. Miller, Seuil, Paris 2011, p. 165 – trad. mia].
[4] «Di godimento è possibile parlare solo nella misura in cui esso sia legato all’origine stessa dell’entrata in gioco del significante. […] Il godimento è molto precisamente correlato alla forma prima di entrata in gioco di ciò che chiamo marchio, tratto unario, che è marchio per la morte, se volete dargli il suo senso. Notate bene che niente prende senso se non quando entra in gioco la morte» [J. Lacan, Il seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi (1969-1970), ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2001, p. 222].
[5] «L’Uno incarnato in lalingua è qualcosa che resta indeciso tra il fonema, la parola, la frase o anche l’intero pensiero. È di questo che si tratta in quello che chiamo significante-padrone» [J. Lacan, Il seminario, Libro XX, Ancora (1972-1973), ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2011, p. 138].
[6] «Tra il godimento e il sapere, la lettera costituirebbe il litorale» [J. Lacan, Il seminario, Libro XVIII, Di un discorso che non sarebbe del sembiante (1971), ed. it. a cura di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2010, p. 108].
[7] «La lettera non è forse più propriamente… litorale, raffigurando che un intero territorio fa da frontiera per l’altro in quanto essi sono estranei al punto di non essere reciproci? Il bordo del buco nel sapere, ecco ciò che essa delinea» [J. Lacan, Lituraterra (1971), in Altri scritti, cit., p. 12].

Per approfondimenti si rimanda al libro Teoria e tecnica della psicoanalisi lacaniana

 

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