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Psicoanalisi lacaniana

Le difese di un tossicomane riflettono il ricorso a un Altro che funziona come uno sciame di significanti.

Rifiuto dell’Altro e difesa dall’Uno

Nell’esperienza del godimento assoluto il corpo non manda alcun messaggio, è piuttosto il soggetto che cerca insistentemente di difendersi dal silenzio del corpo provando a interpretare ogni minimo segnale come sintomo di un’entità riconoscibile nel campo del sapere dell’Altro.

L’ipocondria mostra bene l’impossibilità di rivestire il godimento con il sapere perché nessuna rassicurazione esterna riesce a placare l’inquietudine di fondo con cui il vissuto corporeo perturba l’equilibrio mentale. Alcuni pazienti collegano questa ricerca continua di rassicurazioni esterne a una scarsa fiducia in sé stessi: “l’ipocondria è non fidarsi del corpo e vederlo come un nemico”.

Indice

Livelli di difesa

Nell’ipocondria le rassicurazioni ottenute attraverso esami e consulti medici si configurano come “una droga a breve termine”, dirà un paziente. La ricerca compulsiva di rassicurazioni assomiglia tanto all’uso di sostanze quanto alla ruminazione ossessiva: sono tutte espressioni del ricorso a qualcosa di esterno per anestetizzare l’incontro con il godimento assoluto del corpo.

Certo, percorrere la catena significante attraverso un pensiero ruminante o la ricerca di interpretazioni scientifiche raffigura strategie difensive ben diverse dallo stato di coscienza crepuscolare del tossicomane. In un caso osserviamo meccanismi di difesa che si appoggiano al funzionamento del Simbolico e in un altro invece siamo di fronte all’eclissi della funzione riflessiva e a un comportamento che viene agito per intervenire sul Reale del corpo.

Tuttavia, rimane un’analogia strutturale di fondo che pone tutte queste strategie di difesa come un ricorso a qualcosa di esterno per mitigare un vissuto che non si acciuffa mai e non ci si toglie mai di dosso.

L'Uno e l'Altro

La prospettiva psicoanalitica lacaniana si contraddistingue per l’accento che viene posto sul “non-rapporto” tra Uno e Altro, un non rapporto che trova il suo fondamento in quel qualcosa che non si presta a entrare in risonanza con l’universo Simbolico dell’Altro. C’è un’esclusione radicale che separa l’Uno e l’Altro, c’è un rapporto che l’Uno ha con sé che non è mediato, in cui non interferisce nessuna mediazione riflessiva, c’è un qualcosa che esiste indipendentemente da ogni possibile postura riflessiva sul proprio esserci. È di questo qualcosa che si parla in analisi: si tratta di un resto irriducibile al senso, “c’è dell’Uno” che non trova fondamento nel senso, che non rimanda a nulla se non a se stesso.

Durante due giornate di studio con i colleghi dell’IRPA avevo fatto notare che, a mio parere, la questione della clinica dell’Uno e della clinica dell’Altro può essere meglio compresa se guardiamo la clinica dal punto di vista dell’Uno verso l’Altro e dall’Altro verso l’Uno. Se prendiamo in considerazione l’Altro partendo dall’esperienza dell’Uno allora concettualizzeremo il godimento tossicomanico come una forma di difesa dal godimento dell’Uno. Quindi il godimento tossicomanico non va confuso con il godimento dell’Uno, essendo la tossicomania una modalità di trattamento dell’esperienza dell’Uno. Se invece osserviamo il comportamento del tossicomane dal punto di vista dell’Altro allora saremo portati a considerarlo come una estrema difficoltà a stare nei vincoli della relazione con l’Altro e ad approfittare degli ormeggi del Simbolico per attenuare la traumaticità dell’Uno [Cfr. E. Mundo (a cura), Letture di Lacan. Giornate di studio IRPA 2017, Mimesis, Milano-Udine 2018, pp. 127-128].

Ecco perché le tossicomanie e tutti gli altri sintomi che rientrano nella “clinica del vuoto” [Cfr. M. Recalcati, Clinica del vuoto. Anoressie, dipendenze, psicosi] possono essere letti come un rifiuto dell’Altro e al contempo come una difesa dall’esperienza dell’Uno, un’esperienza che Lacan situa “a partire dal non-rapporto” [J. Lacan (1972), … o peggio, in Altri scritti, p. 543].

I nuovi sintomi e lo sciame

I nuovi sintomi sono forme psicopatologiche che analogamente alle nevrosi si pongono come una difesa dall’Uno, ma diversamente dalla nevrosi non fanno appello a un Altro strutturato come un linguaggio per costruire un discorso e un fantasma che attenui il trauma del Reale.

L’Altro dei pazienti che manifestano sintomi riconducibili alla “clinica borderline” (Cfr. M. Recalcati, L’uomo senza inconscio. Nuove figure della clinica psicoanalitica) è un Altro che non è strutturato, è piuttosto un Altro che mostra la forma dello sciame. Sciame di significanti e non struttura dei significanti.

Le difese di un tossicomane riflettono il ricorso a un Altro che funziona come uno sciame e che di conseguenza non può che tradursi in una trama che non diventa mai una vera e propria trama, è piuttosto uno sciame: frammenti di vita che non diventano storia, agiti che non diventano mai una vera e propria condotta che rivela un fantasma inconscio, sono agiti che evidenziano semmai una stabile instabilità dell’Altro a cui potersi appellare per fare i conti con il Reale.

Dal punto di vista clinico non va dunque confusa la “stabile instabilità” dei cosiddetti pazienti borderline con la stabile erranza del godimento assoluto. 

La mancata presa del discorso dell’Altro sul godimento tossicomanico è un dato di fatto, l’ascolto del vissuto dei pazienti tossicomani ci fa cogliere però quanto la tossicomania sia comunque un appello all’Altro, un Altro che funziona come uno sciame e che consente solo una forma precaria di difesa dall’esperienza dell’Uno.

Ecco allora che al paziente borderline non rimane altro che ricorrere a strategie di difesa non simboliche e ad alta densità immaginaria.

Se nella clinica della nevrosi abbiamo la possibilità di verificare l’esistenza dell’Altro in quanto costruzione che permette al soggetto di posizionarsi (fantasmaticamente) rispetto alla propria esperienza del Reale, nella clinica borderline siamo invece di fronte a un disfunzionamento dell’Altro che invece di configurarsi come un Altro strutturato si presenta come uno sciame di significanti che non permette al soggetto di appoggiarsi alla trama dell’Altro per assumere una posizione di fronte al trauma del Reale. 

 

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