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Psicoanalisi e fenomenologia

Il pensiero clinico di Corrado Pontalti illumina il nucleo psicopatologico del borderline.

La funzione esplorativa nel paziente borderline

Il pensiero clinico di Corrado Pontalti risulta fondamentale per intendere il funzionamento borderline. Riflettendo sulla sua lunga esperienza Pontalti ha concettualizzato il nucleo psicopatologico del disturbo borderline come “la paralisi della funzione simbolopoietica” (Cfr. Pontalti, “La separazione nella clinica dei soggetti borderline”, 2010).

Il simbolico perde il suo valore e la sua funzione di vincolo e di garanzia generativa nell’apertura all’esistenza. Nelle forme psicopatologiche che possiamo indicare con il termine “borderline” viene meno la “funzione esplorativa”, intesa come la complessa capacità di sostare “sul confine di ciò che è noto e di ciò che è ignoto, di ciò che è familiare e di ciò che non lo è (Unheimlich). Tale confine è caratterizzato dalla esperienza soggettiva del Perturbante. L’esperienza soggettiva del Perturbante è intrinsecamente costituita da un sentimento di smarrimento, di minacciosità indefinita, di persecutorietà” (Cfr. Pontalti, “Disturbi di personalità e campi mentali familiari”, 1999).

La funzione esplorativa trova un suo fondamento nella capacità della persona di storicizzare le proprie esperienze di vita: in tal modo il soggetto può agganciarsi al passato per proiettarsi nel futuro. Nel caso dei soggetti borderline il simbolico non svolge la sua funzione generativa (funzione simbolopoietica) e non costituisce per il paziente la piattaforma di senso attraverso cui vivere l’esperienza del transito verso il non ancora noto.

Indice

Transiti e codici simbolici

Nella psicopatologia borderline non ci sono operatori psichici che consentono i transiti, i traslochi. Non ci sono codici che connettono i diversi territori abitati. La presenza di territorialità diverse implica infatti la sovrapposizione di codici diversi ed è allora necessario cercare di costruire un racconto che crei connessioni.

Forse occorre addirittura inventare una storia, perché dove noi non rileviamo i segni allora dobbiamo inventarli inserendo in una trama quei frammenti di eventi, quei traumi, quelle icone che sono in grado di catturare nuovi significati. “La non connessione delle esperienze di vita, d'altra parte, organizza emozioni caratterizzate da un’angoscia terribile che è parte integrante della patologia borderline. Si teorizza che tali emozioni caotiche continuamente oscillanti siano primitive, ma non è così. Il paziente avverte un sentimento lucidamente terrifico di continue irruzioni di significazioni discordanti ed è ‘troppo sano’ per strutturarle in un delirio formalizzato. Ne consegue una continua variazione nel registro delle emozioni che presentifica quel quadro sintomatologico che così violentemente cimenta familiari e terapeuti” (Pontalti, “Epistemologia gruppale e trattamento del disturbo borderline di personalità”, 2001).

Scissione, angoscia e identità

Gli stati caotici della mente rivelano un soggetto in cui si consuma la scissione tra la dimensione simbolica e la soddisfazione pulsionale. Nel borderline l’esperienza affettiva e pulsionale, ormai priva della bussola simbolica, fa precipitare il soggetto oltre i confini del rappresentabile e in tal modo lo lascia nell’angoscia. Ed è proprio dal vissuto generato dall’angoscia che scaturisce la spinta al passaggio all’atto che caratterizza il borderline.

Osserviamo da un lato una difficoltà del soggetto borderline a sostare entro i limiti del Simbolico e dall’altro la necessità di ritrovare attraverso il passaggio all’atto, quindi senza la mediazione del simbolo, il limite per il disagio e l’angoscia che caratterizzano il suo essere “borderline”.

Pontalti sottolinea che il nucleo della psicopatologia borderline è la rivendicazione dell’integrità del sé senza poter considerare il cambiamento di contesto: in tal modo indica un’adesione alla propria identità, un’identità che rischia però di sgretolarsi nell’incontro con il nuovo.

L’arroccamento in una “mono-appartenenza” di tipo borderline impedisce al soggetto l’attraversamento dei confini che caratterizzano il filo delle generazioni e i legami tra le varie comunità. Lo sforzo di Pontalti consiste nel pensare alla clinica dei soggetti borderline come una dimensione psicopatologica che mette in primo piano ciò che ci fonda come persone proprio nel momento del suo dissolvimento. Il borderline ci mostra che per l’essere umano è di vitale importanza saper sostare in campi mentali insaturi, ovvero saper vivere separato da una matrice di senso che essendo satura impedisce il transito verso nuove significazioni.

“Se i campi mentali gruppali sono fondati su codici di inglobamento - seclusione (Pontalti et al., 1985) (è questo il concetto di matrice satura) diviene estremamente rischioso e faticoso per la mente individuale (soprattutto nel tempo dello sviluppo) costruire codici di senso autonomi, competenti cioè a creare pluralità di appartenenze simboliche e simbolopoietiche. Le connessioni bloccate tra persona e gruppalità divengono allora l’ordinatore basico di psicopatologia. Più è precoce e radicale tale incastro più grave è la psicopatologia, non tanto nella fenomenologia sintomatologica quanto nella fondazione della personalità sul sentimento ultimo di identità (“meità”) nell’appartenenza a pochi ed al limite un solo campo mentale” (Cfr. Pontalti, “Persone e gruppi: il lavoro ambulatoriale nella psichiatria pubblica”, 2002).
 
La significazione nel borderline

La maschera di appartenenza del borderline (il falso Sé) è contrassegnata dall’impossibilità dello scivolamento della significazione (seclusione), perché qualora ciò venisse richiesto al soggetto borderline questo lo metterebbe di fronte al deficit strutturale che gli permetterebbe di connettere i suoi diversi universi simbolici, che continuano ad esistere frammentati, non inseriti in una catena significante, ma soltanto come un’olofrase alessitimica, senza dialettica, senza mediazione, senza connessione in un tessuto mentale. Il vissuto esistentivo del borderline è tanto monolitico quanto frammentato. Si tratta della “stabile instabilità” di cui parla Kernberg.

In termini lacaniani potremmo dire che da un lato c’è un incollamento tra S1 e S2 (cioè i significanti minimi per la significazione) che produce una gelificazione soggettiva, mentre dall’altro non c’è quello scivolamento necessario tra i due significanti affinché possa sorgere la significazione, ossia il senso dell’esperienza, che nasce da un’attività creativa, intesa come contaminazione di codici, contaminazione originale di quanto si sintonizza (in modo transmodale) con nuovi contesti.

L’innovazione apportata da Lacan alla linguistica consiste nell’aver messo in luce che non c’è mai una coincidenza tra significante e significato, che l’entrata nel codice linguistico richiede un’invenzione tutta umana per orientarsi nell’universo simbolico, in campi mentali dove viene trasmesso un sapere sulla propria apertura all’ex-sistenza.

Nella psicosi (non nel borderline) l’adesione a una mono-appartenenza identitaria è un modo per solidificare una significazione che si dissolverebbe in un’atmosfera delirante (Wahnstimmung), non essendo dotata di quel nodo strutturale, di quel punto di spillatura tra significante e significato, che in ambito lacaniano viene chiamato Nome-del-Padre.

Nel caso dei soggetti borderline la conduzione della cura consiste nella ricostruzione di una trama simbolica in grado di strutturare un tessuto psichico (un testo) che possa reggere il rischio della frammentazione (o dissociazione) della loro identità monolitica.

Nella progettazione del percorso terapeutico Pontalti coinvolge la famiglia in quanto espressione della realtà delle relazioni attuali che in modo inestricabile appiattiscono il simbolico sull’immaginario, nel qui e ora di un’interazione che non è ancorata in una dimensione relazionale.

 

Per un quadro ragionato del pensiero clinico di Corrado Pontalti si veda il capitolo "Il simbolico e l'azione terapeutica" del libro La generatività del desiderio.

 

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