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L’esperienza dell’inconscio è uno spiazzamento delle pretese di autosufficienza dell’Io.

Il borderline e il sacramento del linguaggio

Nel corso di una psicoterapia sono soprattutto le narrazioni dei pazienti borderline che mostrano quanto possa essere poco efficace raccontare la propria vita. Se prima non si cambia il proprio rapporto con il linguaggio, la narrazione di sé rischia addirittura di allontanare dalla propria verità.

Nella clinica borderline è il sacramento del linguaggio che può dare qualche chance terapeutica alla narrazione di sé.

Indice

Il sacramento del linguaggio

Il libro Il sacramento del linguaggio del filosofo Giorgio Agamben che ci fa ripercorrere il cammino dell’uomo per far esistere il linguaggio come occasione per mettere in gioco il proprio essere (cfr. G. Agamben, Il sacramento del linguaggio. Archeologia del giuramento, Laterza, Roma-Bari 2008).

Il percorso filosofico proposto da Agamben si configura come un’archeologia del giuramento, funzione essenziale del linguaggio che lega un soggetto alla propria presa di parola.

Nella mia esperienza clinica mi sono confrontato in modo eclatante con l’assenza del sacramento del linguaggio quando avevo iniziato a lavorare come responsabile clinico di una comunità terapeutica per pazienti tossicodipendenti, alcolisti e giocatori d’azzardo.

Chi soffre di queste dipendenze patologiche, e a causa della gravità del sintomo, arriva in comunità quando ha ormai perso la fiducia nella parola.

La parola del tossicomane è del tutto inaffidabile quando si pronuncia sulla volontà di smettere di fare uso di sostanze. Il patto terapeutico tra operatore e paziente parte dal presupposto che di fronte alla voglia di drogarsi l’intenzione primaria del paziente non è quella di dare voce all’inconscio. Tra il soggetto e la verità c’è l’ingombro di una spinta pulsionale che surclassa ogni potere della parola.

Per qualche spunto in più guarda questo video sull'inconscio tra parola piena e parola vuota.

Oralità e scrittura 

Nella mia esperienza clinica ho osservato che la parola orale ha un effetto trasformativo quando funziona come una parola scritta, una parola scritta dal silenzio.

La scrittura ci offre infatti il modello antropologico di ciò che rende operativo il sacramento del linguaggio.

Per comprendere il passaggio antropologico dall’oralità alla scrittura possiamo considerare gli snodi esistenziali dei pazienti borderline.

La clinica borderline mette in luce delle dimensioni esistenziali su cui bisogna intervenire sapendo in cosa consiste il passaggio antropologico dall’oralità alla scrittura.

La vita dei pazienti borderline è caratterizzata da una stabile instabilità che rende le loro storie di vita piene di tanti eventi che però non istituiscono mai una trama esistentiva.

Nell’ascoltare le storie dei borderline ci accorgiamo che la loro esistenza è frammentata e che non hanno mai conquistato il senso di un’identità narrativa. Le loro parole sono vuote anche quando sembrano avvicinarsi al racconto di eventi estremamente intimi: sembrano loro per primi a non credere a un contatto intersoggettivo basato sulla condivisione della propria storia. I racconti e le intese possono esserci, ma sono volatili, non fanno mai attecchire qualcosa di duraturo.

La parola del borderline non dà ancoraggio soggettivo e non è generativa perché non è seme di senso, di direzione e di progettualità autentica.

La stabile instabilità si configura come esito di una parola che non scandisce mai un passaggio irreversibile che impegna il soggetto in ciò che dice. La parola non è un vincolo, non è sorgente di un patto con l’Altro e con sé stessi.

La narrazione può essere ampia, appassionata, in alcuni momenti anche drammatica, ma non diventa mai il perno della propria soggettività.

Il passaggio dall’oralità alla scrittura fornisce un modello di funzionamento del linguaggio dove ciò che si dice inizia a scandire il prima e il dopo lasciando un segno che fa da vincolo per il proprio sentirsi soggetto.

Per qualche spunto in più guarda questo video su sciame, lettera e godimento.

La scrittura e l’inconscio

Nella pratica della scrittura non c’è soltanto un Io padrone del gesto che sta compiendo, come se la scrittura fosse uno strumento di cui ci si serve per comunicare le proprie idee.

In particolare, nella pratica della scrittura autobiografica si fa esperienza di una sorta di destituzione della propria intenzionalità cosciente: mentre si scrive qualcosa di diverso da ciò che si intendeva scrivere inizia a scriversi.

La pratica della scrittura non è una mera traduzione sulla pagina dei propri contenuti mentali.

La pagina su cui si scrive non è un contenitore vuoto dove riversiamo il contenuto dei nostri pensieri o dei nostri vissuti emotivi.

La penna o la tastiera con cui scriviamo non sono un mezzo che ci fa sentire del tutto padroni mentre plasmiamo la forma delle parole e delle frasi. A un certo punto la scrittura autobiografica ci espropria dal senso di padronanza e fa emergere un dire che non avevamo previsto e così iniziano a sgorgare parole e frasi che pur superando le nostre intenzioni coscienti sembrano svelare la verità di ciò volevamo dire.

Per qualche spunto in più si veda questo video su psicoanalisi, scrittura e autobiografia.

Se si prova a proporre la pratica autobiografica in una comunità terapeutica per tossicodipendenti, si potrà osservare che questa via può diventare uno dei modi più efficaci per smontare la supponenza di tanti tossicomani che arrivano in comunità con la pretesa di sapere già tutto della loro dipendenza e della loro storia. Di solito, i tossicomani, si presentano come dei soggetti che hanno già raccontato tutto a una numerosa schiera di operatori “psi” che per quanto siano stati esperti e professionali non hanno mai aggiunto niente a quello che loro già sapevano.

E inoltre se si immagina un tossicodipendente di quarantacinque anni, supernavigato nel mondo delle sostanze e nei labirinti dei servizi di cura, come potrà pensare di rivolgersi con fiducia a un operatore di venticinque anni che ha appena iniziato a lavorare e si trova lì ad ascoltarlo?

Da un punto di vista psicoanalitico diremmo che in una situazione del genere ci sono troppi elementi immaginari che in apparenza offuscano quello che può essere un incontro clinico.

È proprio in questo frangente che possiamo recuperare il termine “clinico” ed evitare di intenderlo come l’incontro tra due soggettività di cui una sarebbe l’esperta e l’altra quella malata da curare.

L’esercizio della scrittura autobiografica diventa clinico quando ribalta questa contrapposizione perché riconduce l’atto del dire al rapporto con l’inconscio.

Nell’incontro clinico ciò che risulta centrale nel rapporto tra paziente e operatore non è infatti il sapere dell’operatore né tantomeno quello di cui può vantarsi un paziente, ma la scoperta di un sapere inedito.

L’esperienza dell’inconscio è uno spiazzamento delle pretese di autosufficienza dell’Io.

È per tal ragione che la scrittura autobiografica si configura come un’opportunità clinica per rompere il guscio narcisistico dell’Io e per far emergere un’enunciazione “cui soltanto la mano riesce a dar forma in espressioni poco prima insospettabili” (D. Demetrio, Autoanalisi per non pazienti. Inquietudine e scrittura di sé, p. 20).

Grazie all’autobiografia, scritta di proprio pugno, i pazienti possono iniziare a farsi toccare dal racconto della loro storia, dei dolori vissuti e degli amori perduti e di tanti altri eventi che fino a quel momento erano rimasti sommersi.

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Per qualche spunto in più guarda questo video sullo sciame borderline. 

Nicolò Terminio è Psicologo e Psicoterapeuta a Torino. È specializzato nella cura di ansia, cura attacchi di panico, cura depressione, cura anoressia, cura bulimia e obesità, cura gioco d’azzardo patologico e cura disturbo borderline di personalità a Torino.
Nicolò Terminio, psicoterapeuta e dottore di ricerca, lavora come psicoanalista a Torino.
La pratica psicoanalitica di Nicolò è caratterizzata dal confronto costante con la ricerca scientifica più aggiornata.
Allo stesso tempo dedica una particolare attenzione alla dimensione creativa del soggetto.
I suoi ambiti clinici e di ricerca riguardano la cura dei nuovi sintomi (ansia, attacchi di panico e depressione; anoressia, bulimia e obesità; gioco d’azzardo patologico e nuove dipendenze) e in particolare la clinica borderline.

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