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Psicoterapia psicodinamica

Nella clinica del vuoto il sintomo nato secondo la logica della mancanza diventa una mera modalità per fare i conti con il godimento.

Il sintomo come messaggio e come scarica

La clinica del vuoto nasce come una revisione della clinica psicoanalitica classica. Possiamo infatti contrapporre i nuovi sintomi ai cosiddetti sintomi freudiani. E se vogliamo tornare all’immagine del campo magnetico sotto il tavolo allora possiamo distinguere la clinica della nevrosi e la clinica del vuoto come due campi magnetici molto diversi.

Cosa è la struttura in psicoanalisi? La struttura è la struttura del rapporto tra il soggetto, l’Altro e la pulsione. Quando parliamo della struttura stiamo parlando del rapporto tra il soggetto e l’Altro, tra il soggetto e la pulsione e del modo in cui la pulsione entra in gioco nella relazione con l’Altro. Tutto questo nella clinica dei nuovi sintomi è molto diverso rispetto alla clinica freudiana.

Indice

Il sintomo come messaggio

Possiamo distinguere la clinica freudiana e la clinica del vuoto confrontando tre dimensioni. In primo luogo, il classico sintomo freudiano ha la struttura del messaggio: il sintomo freudiano è un messaggio che il soggetto rivolge all’Altro.

In questa ottica un fenomeno come l’anoressia esprime la struttura del messaggio: il rifiuto del comportamento si configura infatti come metafora di un appello che un soggetto rivolge all’Altro.

Inoltre, il sintomo è espressione del desiderio come desiderio dell’Altro: il soggetto rifiuta il cibo per provocare e scuotere la dimensione desiderante dell’Altro. Il rifiuto del cibo non è un mero ripiegamento su di sé: in fondo il soggetto spera in cuor suo che l’Altro si svegli e si accorga della sua particolarità.

Con l’anoressia il soggetto cerca di introdurre uno spazio insaturo tra sé e l’Altro: il sintomo è uno strumento che inconsciamente viene utilizzato per provocare un cortocircuito nello scambio relazionale. Ciò che diventa cruciale è che l’Altro riveli la sua mancanza, cioè deve saper dimostrare al soggetto questo semplice enunciato: “io manco di te”.

Per qualche spunto in più sulla clinica dell'anoressia-bulimia si veda questo video.


 
Nella clinica psicoanalitica classica la mancanza d’essere del soggetto diventa lo stimolo per aprirsi all’Altro e per chiedergli che riveli a sua volta la propria mancanza. La mancanza del soggetto è un’apertura sul desiderio dell’Altro: ecco il messaggio inconscio che viene custodito nel sintomo freudiano.

Il vuoto in eccesso

Con la “mancanza d’essere” si indica la sensazione che nel luogo dell’Altro il soggetto possa trovare ciò che gli manca ed è a partire da questo vissuto che prende avvio il movimento verso l’Altro. Diversamente nella clinica dei nuovi sintomi la propria mancanza d’essere si trova ridotta a un vuoto da riempire o a un eccesso pulsionale da alleviare. In tal modo il sintomo non è più il messaggero che fa presente la mancanza d’essere in forma metaforica ed enigmatica, ma assume la forma dell’agito, un agito che è funzionale a gestire il vuoto.

Nell’Uomo senza inconscio Recalcati sottolinea che nella clinica del vuoto l’agito surclassa il pensato. Basta soltanto questa frase per capire come avviene il trattamento della famiglia nell’ambito della clinica del vuoto: si tratta di trasformare qualcosa che viene trattato con l’agito in qualcosa che invece può diventare pensabile. Il trattamento della famiglia è allora uno strumento, una via possibile per passare dalla clinica del vuoto alla clinica della mancanza.

Nella clinica del vuoto il sintomo non è più un messaggio rivolto all’Altro ma una modalità per trattare la tensione pulsionale senza passare più attraverso il legame con l’Altro.

Se nella clinica freudiana il sintomo anoressico esprime il rifiuto come metafora del desiderio, un rifiuto che maschera un desiderio verso l’Altro, nella clinica del vuoto troviamo invece quello che Recalcati indica come “il desiderio come rifiuto”. Nel desiderio come rifiuto prevale la chiusura autoerotica anziché l’apertura desiderante.

In adolescenza è possibile osservare il decorso di una sintomatologia come l’autolesionismo che all’inizio nasce come una provocazione rivolta all’Altro (“mi taglio per mandare un segnale all’Altro”) ma poi si trasforma e si sgancia dall’iniziale configurazione relazionale diventando un meccanismo autonomo che continua a ripetersi senza più veicolare alcun messaggio per l’Altro.

L’autolesionismo diventa, quindi, un comportamento fine a sé stesso: è il modo per trattare l’eccedenza del corpo pulsionale senza passare attraverso la relazione con l’Altro.

Nella clinica del vuoto quella sintomatologia che era nata secondo la logica della mancanza diventa una mera modalità per fare i conti con il godimento. Ascoltando i pazienti si può riscontrare come a un certo punto c’è stata una deriva che ha portato il soggetto dal messaggio alla scarica. In questi casi il sintomo diventa un modo pratico per gestire il godimento del corpo o per alleviare le tensioni emotive. Una giovane paziente diceva: “martedì pomeriggio alle cinque stavo molto male, ma quando ho pensato che giovedì alle due avrei potuto tagliarmi allora sono stata meglio”.
 
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