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Psicoanalisi lacaniana

Se l’analista è l’Altro della domanda

Se l’analista è l’Altro della domanda

Sull’asse analizzante-analista il transfert si manifesta come lo spostamento delle rappresentazioni inconsce sulla persona dell’analista. Questo è un effetto che deriva dal fatto che l’analista diventa l’Altro a cui il soggetto rivolge la propria domanda.
In analisi, l’Altro non è solo l’Altro della parola, ma è anche l’Altro del desiderio, luogo enigmatico dove il soggetto cerca ciò che causa la propria mancanza.
 
Nella misura in cui il soggetto chiama l’analista in causa in quanto oggetto d’amore, il transfert si rivela come inganno, come un’illusione che cerca di coprire ciò che si manifesta come mancanza.
Nel transfert, sull’asse analizzante-analista, la ripetizione della domanda d’amore è un modo per piazzare l’analista nel luogo che colma la mancanza costitutiva del soggetto.
La risposta a questa domanda farebbe scivolare il terreno del transfert verso la suggestione, dato che l’oggetto su cui si focalizza il lavoro analitico non è nella catena significante o nello scambio affettivo che si genera nella relazione di cura.
 
Ciò che manca e che anima il movimento transferale emerge piuttosto come elemento inassimilabile al potere rappresentativo del Simbolico e non può essere riacciuffato in nessuno scambio intersoggettivo.
Quindi, sebbene l’analizzante possa far virare la domanda d’amore verso l’analista, occorrerà indirizzare il lavoro dell’analizzante verso il proprio inconscio.
È un punto centrale nella conduzione della cura e a proposito del quale possiamo recuperare il suggerimento lacaniano di «tacere l’amore» [Questo punto è stato sviluppato in modo magistrale da Massimo Recalcati. Cfr. M. Recalcati, Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto, vol. II, Cortina, Milano 2016].
 
Rispondere al bisogno affettivo dell’analizzante produrrebbe soltanto, e in maniera passeggera, un effetto suggestivo, rivestendo l’analista di quell’aura padronale che contiene e protegge il soggetto dall’incalzare del Reale nella propria esperienza.
E inoltre se l’analista cede alla tentazione di mostrare quel segno d’affetto che risponde all’appello dell’analizzante non solo è un impostore perché intende raffigurare la presenza di un Altro che mette il soggetto al riparo dal Reale, ma collude in maniera eclatante con il fantasma fondamentale del nevrotico che con la propria domanda d’amore cerca in tutti i modi di essere domandato a propria volta.
Il nevrotico cerca con la propria domanda d’amore di provocare quel segno d’affetto con cui l’analista mostrerebbe il proprio desiderio, ossia la propria mancanza per quel qualcosa di Reale e scabroso che affiora nell’esperienza del soggetto.
 
Il soggetto con la costruzione del proprio fantasma era riuscito a misconoscere il proprio Reale illudendosi di farlo diventare quella parte di sé che non è un resto pulsionale inassimilabile ma una parte di sé che prima o poi troverà ospitalità nella mente, nel desiderio e nello scambio affettivo con l’analista.
Qualcuno, facendosi promotore di qualche teoria psicologica-relazionale, potrebbe persino supporre che rispondere a tale domanda sarebbe come offrire al paziente un’esperienza emozionale correttiva, dove finalmente l’Altro si troverebbe a dare cittadinanza a quel Reale di godimento che il soggetto ha sempre vissuto in esilio dall’Altro.
 
Dare una simile risposta affettiva, in questo frangente della cura, avrebbe però il sapore dell’impostura perché illuderebbe in maniera canagliesca che esiste qualcun Altro in grado di riconoscere e validare ciò non può essere simbolizzato ma solo vissuto e incarnato nell’esperienza del taglio (godimento) che si è.
La posizione della psicoanalisi lacaniana è molto chiara su questi aspetti relazionali della cura perché tiene presente che il trauma del linguaggio non può essere assorbito da nessuna trama significante, ci sarà sempre qualcosa del Reale pulsionale del soggetto che fa trauma nella trama e che tuttavia costituisce il perno irrinunciabile a partire da cui poter ex-sistere.
 
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