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Psicoanalisi lacaniana

Se non passiamo attraverso l'esperienza del silenzio non potremo mai vivere il nostro rapporto con l'inconscio.

Il rapporto tra inconscio e silenzio

Altro, immagine, corpo: in ciascuno di questi livelli di esperienza il silenzio si fa segno di una presenza e, al contempo, di un’assenza. La cura psicoanalitica è uno dei modi per esplorare le forme in cui tale presenza-assenza si manifesta nel rapporto con il proprio inconscio. L’inconscio si rivela infatti come parola e silenzio, come eco del passato e come segno ancora muto che attende di essere tradotto in avvenire.

Il rapporto tra inconscio e silenzio attraversa il viaggio psicoanalitico. Una cura psicoanalitica è un’occasione per mettersi sulle tracce di ciò che era stato già scritto nel destino del soggetto e sulle tracce silenziose che custodiscono un nuovo avvenire del desiderio inconscio. Un avvenire che, come in ogni pratica finalizzata alla crescita personale, pone all’orizzonte la capacità di essere soli in presenza dell’Altro.

Indice

L'Altro del linguaggio

Nasciamo nel mondo del linguaggio grazie a una relazione con un Altro che si prende cura di noi, un Altro che ha saputo interpretare il nostro pianto o le nostre grida come una domanda. Senza questa prima interpretazione i suoni inarticolati di un bambino (o di una bambina) rimarrebbero solo un brusio che interrompe il silenzio e non diventerebbero mai l’espressione di una domanda che concerne i bisogni primari di una soggettività. Sarebbero delle grida o dei pianti senza traduzione. È la presenza amorevole dell’Altro che li fa diventare dei messaggi. Quei suoni inarticolati vengono considerati dei significanti che potranno acquisire un significato.

“In questo momento sta piangendo perché vuole essere cambiata, in quest’altro momento sta gridando perché ha fame e vede i fratellini che hanno già iniziato a mangiare”. È l’Altro che attribuisce un senso a qualcosa che rimarrà per diverso tempo in esilio dall’articolazione del linguaggio. Basterà però soltanto questo gesto di accoglienza del pianto e delle grida per introdurre il soggetto nel campo del linguaggio e della relazione intersoggettiva.

Il silenzio del significante

C’è un silenzio che dialoga con la parola e vuol dire qualcosa. In questa accezione il silenzio funziona come un qualsiasi altro significante: va considerato come una parola che rimanda a un’altra parola costruendo così una trama di senso. C’è poi un silenzio che si chiude in se stesso e non rimanda alle parole perché basta a se stesso: è un silenzio assoluto, ab-soluto, sciolto da ogni legame con la dimensione del significato. Il silenzio che incontriamo nel linguaggio non arriva ad essere pienamente tradotto in un significato condiviso. È un silenzio che si manifesta come puro significante perché non ha alcun significato. In questi frangenti il silenzio ci mostra il significante nel suo grado zero, viene azzerata ogni possibilità di attribuzione di un senso perché il silenzio non si spiega né si descrive con il silenzio stesso.

Incontriamo il silenzio del significante quando sperimentiamo che ci sono silenzi che azzerano il senso, che non si lasciano interpretare e tradurre, ma non per questo possiamo dire che sono fuori dal linguaggio. In questa condizione non si tratta di interpretare e tradurre il silenzio, siamo semplicemente chiamati a viverlo.

 

Spunti tratti dal libro Tradurre dal silenzio

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