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Psicoanalisi lacaniana

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Il concetto di “rettificazione dei rapporti del soggetto col reale" sottolinea il passaggio preliminare di una soglia.

La rettifica soggettiva e il Reale

La rettifica soggettiva è strettamente connessa all’implicazione del paziente nel suo sintomo: il soggetto si riconosce implicato nella causa della sua sofferenza.

Il concetto di “rettificazione dei rapporti del soggetto col reale” (Lacan, La direzione della cura e i principî del suo potere, in Scritti, p. 593) sottolinea il passaggio preliminare di una soglia affinché un soggetto possa diventare l’analizzante della propria implicazione nella questione inconscia che alimenta la ripetizione del sintomo.

La rettifica e la divisione soggettiva

La rettifica soggettiva non è un momento identificabile in una frase del paziente, si riferisce piuttosto a un processo della cura che si deduce da una serie di catene significanti che vanno a circoscrivere un cambiamento soggettivo rispetto al Reale pulsionale del sintomo.

La rettifica soggettiva è un processo in evoluzione che attraversa la fase preliminare della cura.

Se si intende la rettifica come la soggettivazione dei rapporti con il Reale, allora si può leggere l’intero processo di cura come una progressiva soggettivazione del rapporto tra significante e godimento, tra la parola e ciò che viene esperito come impossibile da rappresentare.

Se all’inizio un paziente può presentarsi in consultazione lamentandosi dei torti subiti dagli altri o delle sfortune della sua vita, con il procedere del tempo preliminare del trattamento dovrà riconoscere la sua responsabilità in rapporto al problema di cui si lamenta.
 
Se il testo che l’analizzante produce all’interno della cura si riferisce all’assunzione di una sua partecipazione al mantenimento del suo disagio, allora si apre la possibilità della rettifica dei rapporti del soggetto con il Reale.
 

Con la rettifica il sintomo viene inteso come l’indice di una divisione soggettiva.

Con la rettifica il paziente riconoscerà – e nel caso non lo facesse bisognerà che la cura lo metta in evidenza – la presenza di un’intenzionalità, di un desiderio diverso e contrapposto a quello cosciente.

Mettere al lavoro l’inconscio – e osservarne quindi l’operatività – vuol dire centrare il focus dell’elaborazione dell’analizzante sulla causa della propria divisione soggettiva.

Per qualche spunto in più guarda questo video sulle due anime del desiderio:


 

La rettifica tra reale e realtà 

Lacan dice che si tratta di rettificare i rapporti del soggetto col Reale e non con la realtà. «In gioco è dunque una operazione. Un’operazione preliminare. Un’operazione preliminare di rettifica. Ma che cosa si rettifica? Lacan è preciso: si rettificano i rapporti del soggetto col reale. “Avec le réel” (Ecrits, p. 598), col reale. È questa la precisazione di Lacan. Si tratta di rettificare i rapporti del soggetto col reale e non con la realtà» (M. Recalcati, Sul concetto di rettifica soggettiva: le cicatrici del soggetto, in Aa.Vv., Come iniziano le analisi, p. 203).

È una precisazione importante perché se il sintomo fosse soltanto un disturbo potrebbe entrare in gioco soltanto la realtà, ossia la propria capacità di adattamento alla realtà, che potrebbe essere migliorata per esempio seguendo un approccio che miri al rafforzamento della capacità di padroneggiare i propri processi psichici.

Se il sintomo non è solo un disturbo e diventa anche una questione allora entra in gioco il Reale, ossia il versante pulsionale del soggetto che implica la causa del vacillamento di ogni ideale di padronanza nei rapporti con la realtà.

Nella rettifica soggettiva avviene un passaggio che sposta il focus dell’elaborazione terapeutica dagli effetti a cui si cerca di rimediare alla causa che produce quel “non va” da cui si chiede di essere guariti.

A proposito di questo passaggio si può parlare in termini di attivazione del transfert intendendolo come soggetto supposto sapere, ossia come apertura dell’inconscio.

Per qualche spunto in più guarda questo video sul transfert come romanzo e come lettera:

Il soggetto supposto sapere occupa lo iato tra l’emersione dell’esperienza del Reale e un suo possibile effetto di significazione. L’apertura dell’inconscio si situa in questo iato «tra la causa e ciò che essa colpisce. […] L’importante non è che l’inconscio determini la nevrosi […] perché l’inconscio ci mostra la faglia attraverso cui la nevrosi si raccorda con un reale» [J. Lacan (1964), Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, p. 23].

Questa scansione implica una trasformazione della visione del sintomo, che non è più l’indice di un’incapacità ma il segno di una posizione soggettiva.

In altre parole: se nella domanda transitiva di guarigione il sintomo viene affrontato come un disfunzionamento, per esempio come un’inefficienza della funzione alfa nel metabolizzare quegli elementi beta (Bion) che provocano il disturbo, nella domanda d’analisi il soggetto viene incluso in questa impasse del simbolico ad assimilare il Reale.

Per qualche spunto in più guarda questo video sul libro Apprendere dall'esperienza di Bion:


 

Rettifica, sintomo e ripetizione
 
In che modo il soggetto come viene incluso in questo inceppamento del simbolico? Come vi si riconosce? Nella rettifica dei rapporti col Reale il soggetto non è più nella posizione dell’anima bella. «L’anima bella è una figura hegeliana. La caratteristica fondamentale che Hegel gli attribuisce e Lacan riprende riguarda l’estraneità tra il giudizio e l’azione. Essa cioè giudica rialzandosi rispetto all’azione che giudica. Il suo giudicare è cioè l’indice di una sua estraneità di fondo rispetto all’azione (anima bella è giudizio senza azione), di una sua posizione contemplativa che intende conservare la propria supposta purezza dal disordine del mondo. […] La posizione dell’anima bella hegeliana diventa per Lacan la posizione del soggetto che si ribella all’alienazione nell’universalità del significante preferendo al limite la propria dissoluzione nel nulla. L’anima bella infatti non accetta la Legge dell’Altro. Rifiuta ogni forma di alienazione» (M. Recalcati, Sul concetto di rettifica soggettiva: le cicatrici del soggetto, in Aa.Vv., Come iniziano le analisi, pp. 205-206).
 
Nella rettifica il soggetto non è più estraneo al disturbo di cui si lamenta ma vi si ritrova in quanto vi riconosce una sua partecipazione, vi riconosce la propria parte di Reale, ossia il paradosso di una soddisfazione pulsionale che si ripete al di là di ogni principio di piacere.
 
Nel ritorno della cifra sintomatica il soggetto dunque non vi ritrova soltanto un modello di disfunzionamento ma anche la cicatrice del proprio modo di godere. «Per Lacan rettificare i rapporti del soggetto col reale significa spostare il soggetto rispetto alla causa della sua sofferenza in modo tale che egli possa vederne il contributo che vi apporta. Significa, se si vuole, tradurre la sofferenza che il soggetto lamenta nei termini di un godimento di cui è promotore. […] Si tratta in altri termini di evidenziare il soggetto come soggetto diviso, di evidenziare la divisione soggettiva» (M. Recalcati, Sul concetto di rettifica soggettiva: le cicatrici del soggetto, in Aa.Vv., Come iniziano le analisi, p. 205).
 
Il sintomo come difesa dal Reale

C'è ancora un altro aspetto della rettifica soggettiva che è importante non trascurare. Fino ad adesso abbiamo visto quanto il sintomo sia espressione di un modo di godere che il soggetto mantiene al di là del principio di piacere.
 
Nella rettifica avviene questo mutamento di prospettiva sul sintomo: da disturbo di cui il soggetto dice che vorrebbe liberarsi a modo di godere che invece vuole mantenere.
 
Se vogliamo cogliere la ragione profonda per cui risulta centrale l'assunzione della propria responsabilità nel mantenimento del sintomo, allora non dobbiamo ridurre la rettifica soggettiva all'ammissione di una certa convenienza del sintomo.
 
La rettifica non consiste solo nel constatare che il sintomo è anche una calamita che attrae il soggetto verso una forma di godimento clandestino. In quest'ottica il sintomo sarebbe fonte di sofferenza ma anche una soddisfazione che stranamente non coincide con la ricerca del piacere. Non credo però che questo passaggio costituisca il compimento del processo psicodinamico della rettifica soggettiva.
 
Il vantaggio secondario del sintomo non deriva soltanto dal recupero di una soddisfazione clandestina, il sintomo non è solo il recupero di un godimento non ammesso dalla coscienza morale del soggetto.
 
Nel lavoro clinico ci accorgiamo però che il sintomo è anche una difesa dal Reale. È solo in questo snodo che può avvenire realmente il rovesciamento della posizione soggettiva illustrata dalla figura dell'anima bella.
 
inconscio
 
Non basta che il soggetto si riconosca come attivamente impegnato nel mantenimento del sintomo per aprire una vera implicazione etica nella cura.
 
In fondo la consapevolezza di una responsabilità soggettiva viene già percepita dai pazienti quando dicono del loro sintomo che non ne possono più ma non ne possono fare a meno. Certamente, grazie a questa consapevolezza saranno portati a interrogarsi sul perché continuano a ricercare un'esperienza come quella del sintomo in cui si realizza la paradossale soddisfazione nell'insoddisfazione. Tutto questo però potrebbe rimanere come un interrogativo che smuove la riflessione cosciente senza però far sperimentare la divisione soggettiva.
 
Se consideriamo per esempio il lamento isterico riguardo alla propria insoddisfazione possiamo notare che l'insoddisfazione rappresenta una paradossale forma di soddisfazione a cui il soggetto non vuole rinunciare. Questa considerazione non produce però una rettificazione del rapporto con il Reale, anzi potrebbe costituire soltanto un'ulteriore fonte di lamento di sé. È fondamentale allora che il soggetto si interroghi su ciò che causa veramente il mantenimento della sua insoddisfazione. Sappiamo infatti che nell'isteria il sintomo dell'insoddisfazione è una forma di difesa dal godimento femminile.
 
Solo quando il sintomo viene svelato nella sua funzione di difesa dal Reale si compie la rettifica soggettiva.
La rettifica indica pertanto un momento della cura il cui la divisione tra il soggetto e il Reale mostra la necessità del sintomo come difesa da ciò che del Reale non cessa di non scriversi.
 
La rettifica soggettiva pone la necessità (ciò che non cessa di scriversi) in rapporto all'impossibile (ciò che non cessa di non scriversi), l'automatismo significante (autómaton) come tentativo di addomesticare la ripetizione del Reale (tuché).
La divisione fondamentale messa in luce dalla rettifica soggettiva non è dunque quella tra intenzionalità cosciente e desiderio inconscio ma la divisione interna allo stesso inconscio nel suo doppio versante simbolico e Reale.
 
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Per approfondire, tra i libri di Nicolò Terminio, si rimanda a:

 
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