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Psicoanalisi lacaniana

I sintomi ossessivi e la conversione isterica mostrano risposte diverse alla stessa incidenza della vita pulsionale.

La nevrosi ossessiva è un dialetto dell’isteria

Isteria e nevrosi ossessiva possono essere concettualizzate come due declinazioni diverse della struttura nevrotica, ciò non vuol dire però che siano due linguaggi differenti o due codici contrapposti. Si tratta piuttosto di una torsione che viene impressa alla stessa struttura di linguaggio. È quanto ci fa notare Freud in un passaggio del Caso clinico dell’uomo dei topi quando sottolinea che la nevrosi ossessiva non sarebbe altro che una sorta di dialetto dell’isteria.

«Il linguaggio della nevrosi ossessiva – i mezzi con cui esprime i suoi pensieri segreti – è, per così dire, solo un dialetto del linguaggio isterico, ma un dialetto in cui dovrebbe esser più facile immedesimarsi, poiché è più affine che non il linguaggio isterico al modo d’esprimersi del nostro pensiero cosciente. Soprattutto esso non contiene quel salto psichico dell’innervazione somatica – la conversione isterica – di cui non riusciamo mai a farci un concetto» [S. Freud (1909), Osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva. Caso clinico dell’uomo dei topi, in Opere, vol. 6, p. 8].

Indice

Psicopatologia freudiana

Da un punto di vista psicopatologico la differenza clinica tra i fenomeni ossessivi e la conversione isterica consisterebbe nella maggiore accessibilità che il pensiero cosciente mostra rispetto ai misteri del corpo. Tuttavia il quadro sintomatologico dell’ossessivo non è più facile da decriptare perché il percorso del pensiero cosciente è ugualmente offuscato dall’incidenza della vita pulsionale.

Nel suo testo su Le neuropsicosi da difesa (1894) Freud propone una griglia interpretativa di una serie di fenomeni clinici: l’isteria acquisita, molte fobie e ossessioni e certe psicosi allucinatorie. Il carattere comune di queste forme psicopatologiche risiede nella radice conflittuale del sintomo: il conflitto sarebbe prodotto da un evento che dà luogo a una rappresentazione inconciliabile con il resto delle rappresentazioni dell’Io.

Freud individua tre declinazioni diverse di questo conflitto basandosi sull’opposizione tra la traccia mnestica e l’affetto. La conversione isterica riporta la somma d’eccitazione nel corpo, in termini lacaniani potremmo dire che il «salto psichico» indicato da Freud trasformerebbe in fenomeno somatico qualcosa di Reale che non è integrabile nella catena significante.

Nella nevrosi ossessiva invece la separazione tra affetto e rappresentazione alimenterebbe la tortuosità delle false connessioni da cui prende origine «il pensiero ossessivo»: si tratta di connessioni di senso che cercano invano di neutralizzare ciò che del Reale fonda l’enunciazione e che resta come irriducibile al senso.

Infine, secondo la lettura freudiana, il rigetto della rappresentazione e dell’affetto dà luogo alla confusione allucinatoria della psicosi.

Per Freud, dunque, l’isteria, l’ossessione e alcuni fenomeni psicotici costituiscono delle variazioni di un’unica lingua sintomatica che nasce come trattamento di una rappresentazione (sessuale) non integrabile con l’Io.

Le ossessioni tra affetti e rappresentazioni 

Nel testo Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa (1896) Freud parla di «rappresentazioni ossessive» e non ancora di «pensiero ossessivo». Questa correzione verrà riportata da Freud nelle considerazioni teoriche esposte nel Caso clinico dell’uomo dei topi: «In realtà è più corretto parlare di “pensiero ossessivo” e sottolineare che le formazioni ossessive possono essere costituite dai più diversi atti psichici. Esse possono essere definite come desideri, tentazioni, impulsi, riflessioni, dubbi, comandi e divieti. I malati cercano generalmente di attenuare tali distinzioni presentandoci come ossessioni gli atti psichici privati del loro indice affettivo. Un esempio di ciò che è stato offerto dal nostro paziente quando in una delle prime sedute tentò di ridurre un desiderio a semplice “collegamento di pensieri”» [S. Freud (1909), Osservazioni su un caso di nevrosi ossessiva. Caso clinico dell’uomo dei topi, in Opere, vol. 6, p. 35].

Due anni più tardi nelle Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa (1896) Freud riprende ancora una volta il tema delle esperienze sessuali nell’etiologia delle psiconevrosi e a proposito della nevrosi ossessiva scrive: «le esperienze sessuali dell’infanzia hanno, nell’etiologia della nevrosi ossessiva, lo stesso significato che nell’isteria, con la differenza però che qui non si tratta più di passività sessuale, bensì di aggressioni compiute traendone piacere e di partecipazione ad atti sessuali dalla quale si sia tratto piacere, cioè di attività sessuale. […] Del resto, in tutti i miei casi di nevrosi ossessiva ho trovato un substrato di sintomi isterici che potevano essere ricondotti a un episodio di passività sessuale precedente l’azione piacevole. Ritengo che questa coincidenza si verifichi regolarmente, e che un’aggressione sessuale precoce presupponga sempre un’esperienza precedente di seduzione subita» [S. Freud (1896), Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa, in Opere, vol. 2, p. 312]

Freud continua questa argomentazione senza tuttavia esprimere un’opinione definitiva e si limita a scrivere che «il motivo per cui in base al trauma infantile debba insorgere un’isteria piuttosto che una nevrosi ossessiva abbia a che fare con i rapporti di tempo nello sviluppo della libido» (Ivi, p. 313).

La scelta della nevrosi

Freud ritorna a lavorare su questa tesi anche negli anni successivi e in nello scritto La disposizione alla nevrosi ossessiva (1913) affronta il problema della «scelta della nevrosi» ipotizzando che tale scelta avvenga indipendentemente dall’esperienza del soggetto.

Freud qui abbandona l’ipotesi in base a cui l’isteria dovesse essere condizionata, nell’esperienza infantile, dalla passività, mentre la nevrosi ossessiva dall’attività, e propone piuttosto alcune ipotesi e osservazioni cliniche in cui diventa cruciale lo sforzo nevrotico di non far prevalere la regressione attraverso le formazioni sintomatiche e sublimatorie.

Le disposizioni alla nevrosi sono altresì delle inibizioni nello sviluppo libidico e nella clinica si manifestano attraverso dei «punti di fissazione», che nel caso della nevrosi ossessiva per esempio si trovano localizzati nello stadio sadico-anale.

Tuttavia l’esposizione della tesi dell’indipendenza tra scelta della nevrosi ed esperienza incontra un’eccezione. Freud infatti tiene conto di un caso in cui «la nevrosi ossessiva non era una reazione successiva allo stesso trauma che aveva provocato in un primo tempo l’isteria d’angoscia, bensì una reazione a un secondo episodio che aveva tolto ogni valore al primo» [S. Freud (1913), La disposizione alla nevrosi ossessiva. Contributo al problema della scelta della nevrosi, in Opere, vol. 7, pp. 237-238].

Tale osservazione clinica ci offre un ulteriore spunto di riflessione sulla teoria della struttura nevrotica: la disposizione soggettiva alla nevrosi non si biforcherebbe infatti in isteria o nevrosi ossessiva poiché non si tratta di due diverse chances offerte al soggetto. All’interno della struttura nevrotica la partita del soggetto sembra giocarsi per stadi, secondo meccanismi che entrano in azione in fasi successive.

Due sequenze simboliche di una stessa risposta

Possiamo sintetizzare dicendo che isteria e ossessione non sono due risposte diverse alla stessa questione, ma due sequenze simboliche di una stessa risposta. E la struttura nevrotica sarebbe questa risposta complessiva.

Parafrasando il testo freudiano potremmo dire che la nevrosi è una risposta del soggetto all’incontro traumatico, e in particolare che la nevrosi ossessiva è una sorta di isteria modificata dall’aggiunta di un altro meccanismo che agisce in un tempo successivo.

Seguendo Freud, sulle spalle di Lacan, ci sembra che la nevrosi ossessiva sia una reazione a un secondo evento che aveva tolto valore al primo incontro con il Reale. Alla radice c’è comunque il nocciolo del Reale pulsionale che viene prodotto dalle cesoie della struttura del linguaggio e che si costituisce come il substrato comune a entrambe le configurazioni cliniche.

A questo proposito Lacan in un passaggio di Televisione sottolinea che «l’uomo non pensa con la sua anima, come invece immagina il Filosofo. L’uomo pensa per il fatto che una struttura, quella del linguaggio – il termine lo comporta –, che una struttura ritaglia il suo corpo, non avendo nulla a che fare con l’anatomia. Testimone l’isterico. Questa cesoia arriva all’anima con il sintomo ossessivo: pensiero che imbarazza l’anima, la quale non sa che cosa farne» [J. Lacan (1973), Televisione, in Altri scritti, p. 508].

Nevrosi e psicosi

L’isteria mette in atto la rimozione con la conversione somatica, mentre la nevrosi ossessiva assume la sua coreografia simbolica attraverso le false connessioni delle catene associative.

Se spostiamo l’asse delle nostre osservazioni sulla diagnosi differenziale tra nevrosi e psicosi possiamo dire in modo sintetico che nella nevrosi ossessiva il ritorno del Reale non simbolizzato trova la sua realizzazione in pensieri distonici ma pur sempre riconducibili all’esperienza dell’Io, anzi alla divisione soggettiva – e quindi parliamo di ritorno del rimosso –, nel caso della psicosi osserviamo invece che per esempio il ritorno del reale avviene sotto la forma di pensieri o di voci che segnano l’incursione asemantica di ciò che era stato rigettato (forcluso).

Nevrosi e psicosi sembrano quindi due risposte diverse all’incontro con il Reale: nella prima il soggetto si affida e crede nell’impostura del significante paterno, nella seconda il soggetto con un’insondabile decisione dell’essere rigetta il tenue velo del sembiante e – per dirla con i toni lirici di Foucault – «apre una riserva lacunosa che designa e fa vedere quell’incavatura dove lingua e parola si implicano, si formano l’una a partire dall’altra e non dicono nient’altro che il loro rapporto ancora muto» [M. Foucault (1964), La follia, l’opera assente, in Scritti letterari, p. 107].

 

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