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Psicoanalisi lacaniana

A differenza della conversione i­ste­­ri­­ca, dove il sintomo del corpo ha valore di metafora, l’alessitimia rivela una desimbolizzazione del vissuto corporeo.

L'alessitimia come clinica dell'olofrase

Osserviamo un funzionamento alessitimico quando le parole dei pazienti chiudono il discorso proprio laddove c’è la sorgente della dialettica con il desiderio dell’Altro.
Nell'alessitimia l’articolazione che di parola in parola dà senso ad un percorso esistenziale appare solidificata, non c’è quel gioco dei significanti che attraverso la metafora e la metonimia potrebbe mostrare la pluridimensionalità di un messaggio vissuto, di una parola incarnata. È infatti la carenza di un linguaggio metaforicamente orientato su di sé che emerge come caratteristica principale del funzionamento alessitimico.
 

Il soggetto e l'inconscio

“La nozione di soggetto va sicuramente rivista a partire dall’esperienza freudiana” [J. Lacan (1957-1958), Il seminario, Libro V, Le formazioni dell’inconscio, pp. 44-45]. Con queste parole Jacques Lacan sottolineava nel suo Seminario V  l’importanza del contributo di Freud per la comprensione della questione del soggetto.

L’esperienza della psicoanalisi mette in evidenza la dimensione “altra” che abita nel cuore dell’Io. Freud ci consegna la nozione di inconscio per chiarire la natura di quelle ragioni che, al di là del campo di giurisdizione dell’io cosciente, delineano la trama simbolica del percorso esistentivo di ciascuno.

Alcune volte però nell'ascolto clinico sembriamo trovarci di fronte a un soggetto senza inconscio o a un corpo senza inconscio. La tessitura significante dell'attività verbale e non verbale di alcuni pazienti mette in luce una sorta di “desimbolizzazione” della parola. Per dirla con Wilma Bucci, si tratta di una “dissociazione” tra il regi­stro dell’esperienza subsimbolica e quello simbolico, tra corpo e mente. C’è una solidificazio­ne del senso che sembra una barriera impermeabile all’incontro con l’Altro [Cfr. W. Bucci, “Symptoms and symbols: A multiple code theory of somatization”, Psychoanalytic Inquiry, 1997, 17(2), pp. 151-172].

 

L'alessitimia e l'Altro

Circa cinquant'anni fa nell’ambito della ricerca in psicosomatica Sifneos parlò per la prima volta di alessitimia (Cfr. P.E. Sifneos, “The prevalence of ‘alexithymic’ characteristics in psychosomatic patients”, Psychotherapy and Psychosomatics, 1973, 22, pp. 255-262). Il costrutto alessitimico (alessitimia: a = mancanza, léxis = parola, thymós = emozione) indica una configurazione cognitiva e affettiva caratterizzata da:

  • una difficoltà a identificare e descrivere le emozioni;
  • una difficoltà a distinguere i sentimenti dalle sensazioni fisiche;
  • un’incapacità a produrre fantasie e una vita onirica povera o assente;
  • una modalità espressiva che riflette uno stile di pensiero orientato all’esterno.

Quest’ultimo fattore era stato già osservato nel 1963 da Marty e de M’Uzan che coniarono il termine pensée ope­ratoire (pensiero operatorio) per descrivere uno stile comunicativo caratterizzato da esposi­zio­ni dettagliate degli eventi, senza però alcun riferimento agli aspetti emotivi (Cfr. P. Marty, M. de M’Uzan, “La pensée opératoire”, Revue Francaise de Psychanalyse, 1963, 27, pp. 1345-1356).

L’alessitimia, come l’olofrase, indica una posizione soggettiva che di per sé non si configura come elemento determinante per una diagnosi di struttura, ma permette comunque di cogliere un cortocircuito proprio nella struttura del linguaggio.

A differenza della conversione i­ste­­ri­­ca, dove il sintomo del corpo ha valore di metafora, l’alessitimia rivela una desimbolizzazione del vissuto corporeo che non riguarda soltanto la capacità evocativa della parola ma anche la funzione dialettica del linguaggio.

La parola alessitimica segnala l’eclissi di un riferimento all’Altro dell’intersoggettività, evidenziando quindi un processo diverso dalla conversione isterica dove il sintomo mette in risalto il rapporto con l’Altro del significante e con l’Altro del desiderio.

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