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Psicoanalisi e fenomenologia

Esiste un modo di essere presenti a sé stessi che non è collegato ad alcun oggetto intenzionale.

L’erranza del desiderio

Se intendiamo la soggettività esclusivamente come intenzionalità della coscienza, allora il godimento del corpo sembra produrre l’eclissi della funzione soggettiva. Esiste infatti un rischio nel semplificare la questione dell’intenzionalità immaginando che il soggetto sia una sorta di omino che sta dietro i nostri occhi e ha sempre un oggetto verso cui rivolgersi.

L’esperienza della coscienza può forse suggerire che ci sia sempre un’intenzionalità, una coscienza di qualcos’altro, coscienza anche del nostro modo di essere, esiste però un modo di essere presenti a sé stessi che non è collegato ad alcun oggetto intenzionale.

Indice

Clinica della nevrosi ossessiva

È di fronte alla possibilità di essere presenti a sé stessi senza alcun oggetto intenzionale che il nevrotico ossessivo indietreggia, facendo ricorso alle più sofisticate elucubrazioni nel tentativo di arginare ciò che sfugge, strutturalmente, alla presa della coscienza:

il godimento assoluto del corpo, un modo di essere “spensierato”, un vivere le situazioni senza cercare di attribuirgli subito un senso o senza esprimere un giudizio sul loro valore positivo o negativo.

La clinica dei disturbi ossessivi mostra un risvolto dell’attività del pensiero cosciente che lungi dall’essere un modo per assumere una postura riflessiva sul godimento diventa esso stesso (il pensiero cosciente) un’espressione del godimento pulsionale. Come sottolineava Lacan, “il pensiero è godimento” [J. Lacan (1972-1973), Il seminario, Libro XX, Ancora, p. 67].

E lo osserviamo in modo eclatante nella ruminazione ossessiva dove il soggetto avvitandosi sul suo pensiero amplifica il godimento anziché addomesticarlo. L’articolazione dei significanti, prima ancora di un insight che illumini la nostra condizione umana, mostra “la ragione dell’essere della significanza nel godimento, nel godimento del corpo” (Ibid.).

Mindfulness

Non è un caso se in alcuni ambiti clinici le strategie terapeutiche che appaiono più appropriate per l’attenuazione dei pensieri ossessivi facciano riferimento alla “mindfulness”.

La mindfulness permette di introdurre un intervallo tra la consapevolezza di sé (intesa come possibilità di stare tra sé e sé senza la mediazione del pensiero) e tutto quel turbinio di pensieri che prende il sopravvento nelle crisi ossessive.

“In italiano, una possibile traduzione di mindfulness è ‘consapevolezza’ e l’applicazione della mindfulness al trattamento di disturbi psicologici implica proprio il divenire consapevoli di ciò che sta accadendo dentro di noi, ma anche intorno a noi, e il ridirezionare l’attenzione per non essere travolti dalla prepotenza dei contenuti mentali. La mindfulness fa riferimento alla capacità di prestare attenzione al momento presente in modo consapevole e senza giudicare l’esperienza che si sta vivendo (Kabat-Zinn, 1990), come pensieri, emozioni, impulsi, sensazioni. Già a partire da questa definizione è facile intuire come la pratica di mindfulness risulti particolarmente indicata nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo” [B. Barcaccia, “La mindfulness per il trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo”, in F. Mancini (a cura), La mente ossessiva. Curare il disturbo ossessivo-compulsivo, Cortina, Milano 2016, p. 347].

Per alcuni pazienti che si chiudono nella ruminazione ossessiva la mindfulness costituisce l’occasione per prendere distanza dal godimento della propria attività riflessiva. Viene così restituita al paziente la possibilità di vivere l’intervallo che lo separa dall’angosciosa sensazione di essere totalmente assorbito dal godimento (al di là del principio di piacere) del proprio pensiero.

Una stabile erranza

Questo passaggio terapeutico non modifica però il rapporto del soggetto con quel godimento che travalica il regime della significazione. Quando un paziente ossessivo riesce a distanziarsi dalle sue ossessioni ha soltanto ristabilito una padronanza dell’Io, ha ripristinato un intervallo che lo distanzia dal godimento del pensiero e che gli permette di utilizzare dei meccanismi di difesa più efficienti nel tenere a distanza il Reale del corpo.

In molti casi di nevrosi ossessiva ciò che ha dato avvio all’avvitamento ruminante del pensiero è una crisi che apre una crepa nell’Io, un momento cioè dove avviene una crisi dell’identificazione ai sembianti sociali, una crisi che fa emergere il Reale del corpo come esperienza che non si lascia riassorbire dai significanti che rappresentano il soggetto.

L’ossessivo si trova spiazzato da un vissuto corporeo che gli segnala in modo inequivocabile che qualcosa sfugge a quell’idea di sé su cui si era adagiato per riconoscersi.

E così, un periodo di ansia che si prolunga più del previsto può produrre un effetto traumatico perché insinua una faglia nell’identificazione. In questo caso l’esperienza dell’ansia non rimanda a un’esitazione nevrotica di fronte a una scelta desiderante, si tratta piuttosto di un intervallo della vita che si fa segnale di uno sfondo emotivo non agganciato ad alcun oggetto intenzionale: è una stabile erranza che non partecipa e non è riferita ad alcun legame.

 

Per approfondimenti su questi temi, tra i libri di Nicolò Terminio, si rimanda a:

 

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