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Psicoanalisi lacaniana

La parola piena si riferisce all’annodamento della parola sul desiderio e si configura come il precipitato della tensione che muove il soggetto verso l’Altro.

Parola piena e parola vuota

Nella prima fase dell’insegnamento di Lacan la parola piena si configura come un'occasione per ricongiungersi con la tensione inconscia che muove verso l'Altro. In questa prospettiva Lacan è ancora fiducioso nella capacità rappresentativa del linguaggio e nella dimensione dialettica del riconoscimento. Progressivamente questa convinzione verrà sempre più erosa dal confronto della parola con il Reale del godimento.

Indice

"Tu sei la mia donna"

La distinzione tra «parola piena» e «parola vuota» indica due modi di posizionamento del soggetto in relazione alla funzione della parola. Questa relazione è ispirata dalla dialettica hegeliana del riconoscimento, nella quale il soggetto si fa riconoscere attraverso il campo dell’Altro. La funzione della parola «impegna il suo autore coll’investire il suo destinatario di una realtà nuova, per esempio quando con un “Tu sei la mia donna”, un soggetto si suggella come l’uomo del conjungo» (Lacan, «Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi», 1953, p. 291).

Nella formulazione “tu sei la mia donna” osserviamo che la vera posizione del soggetto emerge nei termini di “io sono il tuo uomo”. Si tratta di una formulazione che Lacan riprende per mostrare la struttura simbolica della comunicazione intersoggettiva secondo la quale «l’emittente […] riceve dal ricevente il proprio messaggio in forma invertita» (Lacan, «Il seminario su La lettera rubata», 1955, p. 38).

La funzione soggettiva della parola trova una convalida del suo ex-sistere solo nella dimensione dell’alterità del linguaggio, che articola il percorso di significazione del soggetto. L’esistenza del linguaggio definisce l’orizzonte entro il quale la vita può avvenire e, al contempo, condiziona la funzione della stessa parola: la lezione dello strutturalismo linguistico consiste infatti nel mettere in evidenza che la funzione diacronica della parola dipende dalla sincronia del linguaggio.


L'ascolto dell'Altro

La forma dialettica con la quale la parola del soggetto trova il suo senso nell’ascolto dell’Altro si traduce nel fatto che «non c’è parola senza risposta, anche se non incontra che il silenzio, purché essa abbia un uditore» (Lacan, «Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi», 1953, p. 241). La funzione soggettiva della parola è dialetticamente fondata sulla risposta che riceve dall’Altro, ossia sul riconoscimento che l’Altro opera sul messaggio del soggetto. La risposta dell’Altro determina quindi in modo retroattivo l’aspetto di domanda della parola.

Peraltro «la funzione della parola viene descritta nell’insegnamento classico di Lacan come omologa a quella del desiderio, perché entrambe trovano la loro significazione nel luogo dell’Altro, nella risposta dell’Altro» (Recalcati, «La cura e la parola. Pratiche cliniche del colloquio», 2001, p. 21).

Lacan stabilisce un’omologia tra la parola e il desiderio, opponendo quest’ultimo al bisogno. Il bisogno è infatti filogeneticamente determinato e la sua soddisfazione corrisponde a quella istintuale: quando si ha sete si beve e quando si ha fame si mangia, tutto è biologicamente programmato e perché tutto vada bene è semplicemente necessaria la presenza degli oggetti di soddisfacimento. Il desiderio è invece «antropogeno», perché è rivolto verso un soggetto e in particolare verso il suo desiderio. «Ora, desiderare un Desiderio è voler sostituire se stesso al valore desiderato da questo Desiderio. Infatti, senza questa sostituzione si desidererebbe il valore, l’oggetto desiderato, non il Desiderio stesso» (Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel, 1947, p. 21).


Parola, bisogno e desiderio

Il desiderio – che è desiderio dell’Altro – va dunque al di là del bisogno, aprendo nel soggetto la dimensione simbolica della soddisfazione. La «parola piena» si riferisce dunque all’annodamento della parola sul desiderio: la parola si configura così come il precipitato della tensione che muove il soggetto dell’inconscio verso l’Altro.

La «parola vuota» è invece il medium della certezza narcisistica, è un veicolo dell’Io e proprio per questo è un veicolo senza soggetto. La parola vuota è un taglio della dialettica del riconoscimento, l’individuo smette di rivolgersi all’Altro, per appiattirsi su una dimensione che contempla solo quell’altro narcisistico (e quin­di speculare) in cui si era originariamente alienato. La parola vuota trattiene l’individuo al di qua di una dialettica con l’Altro, lasciandolo nella relazione speculare con l’altro in cui si identifica.

La parola piena compare invece ogni qualvolta la parola si apre sull’alterità e si configura come una domanda di senso che può trovare il suo compimento nel messaggio ricevuto dall’Altro. La parola quindi «si situa nell’Altro, con la mediazione del quale si realizza ogni parola piena, quel tu sei ove il soggetto si situa e si riconosce» (Lacan, Il seminario, Libro III, Le psicosi, 1955-1956, p. 190).

Nel corso dell’esperienza psicoanalitica il soggetto può riconoscere il suo inconscio, può «completare la storicizzazione attuale dei fatti che hanno determinato già nella sua esistenza un certo numero di “svolte” storiche» (Lacan, «Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi», 1953, p. 255).

 

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