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Psicoanalisi e fenomenologia

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Il silenzio è un trauma nella trama del linguaggio e mostra quei vissuti mai del tutto riassorbili nella narrazione ma da cui ogni vera narrazione prende avvio.

Lo specchio della narrazione e il silenzio della scrittura

Cercando di rispondere alla domanda “perché si scrive?” è possibile rintracciare un’analogia tra psicoanalisi e scrittura autobiografica. Intuitivamente il parallelo tra psicoanalisi e autobiografia verrebbe suggerito dall’importanza data alla storia del soggetto. Secondo me però le cose non stanno così.

La narrazione della propria storia sembrerebbe infatti l’anello di congiunzione tra queste due pratiche di cura. Eppure, anche se è innegabile che la narrazione costituisce un punto in comune, non credo che seguendo questa strada si ottenga molto di più di un’analogia.

Psicoanalisi e autobiografia allo specchio

L’analogia della narrazione lascia psicoanalisi e autobiografia su due piani in parallelo e in qualche caso, a seconda della passione identitaria degli esponenti delle due pratiche, può portare a qualche distinzione con cui si vorrà precisare il rispettivo dominio di appartenenza.
E da qui si passerà a tracciare i confini del proprio giardino provando a stabilire quali fiori ciascuno può coltivare senza turbare il bisogno di unicità del vicino. Insomma, su questa strada si finisce per contrapporre psicoanalisi e autobiografia come se si trattasse di due Io che prima si illudono di essere simili e poi si trovano invece a difendersi l’uno dall’altro.

 

L'effetto di ciò che si scrive

La narrazione di sé non è automaticamente autentica e sebbene possa far riferimento a fatti realmente accaduti può darci la sensazione di un esercizio artificioso. In questi casi il linguaggio sembra piegato a un virtuosismo stilistico che mostra le capacità dell’Io senza lasciar risuonare però lo spiazzamento soggettivo a cui si va incontro quando si dà voce all’inconscio.

Se la tecnica retorica non è messa al servizio della verità dell’inconscio, e questo vale tanto per il linguaggio parlato quanto per quello scritto, allora la narrazione non risulterà efficace, sia per chi parla o scrive sia per chi ascolta o legge.

Se non consideriamo la specificità del “perché si scrive?” si rischia di perdere di vista ciò che rende realmente efficace ogni forma di narrazione. Non basta ricordare, raccontare, riflettere, elaborare, dare senso, riscoprire significati.

Sicuramente tutto questo lavoro è importante, ma può non incidere per nulla nella trasformazione soggettiva a cui punta un’analisi o la scrittura autobiografica. Una persona può anche fare dieci anni di analisi e nel frattempo può anche scrivere la propria autobiografia senza giungere a un effettivo cambiamento.

Perché in alcuni casi le parole in analisi o nell’autobiografia possono non produrre effetti trasformativi? C’è nell’essere umano la tentazione di volersi difendere dagli effetti del proprio prendere parola. Quando parliamo o quando scriviamo possiamo essere tentati dal volerci difendere dalle conseguenze del dire perché ogni dire che punta alla verità incontra un silenzio da cui siamo scritti e nei confronti del quale non siamo certamente in posizione di padronanza.


Il silenzio che spinge a scrivere

Il silenzio non si lascia addomesticare dalla concatenazione delle parole perché nel silenzio non c’è alcun rimando ulteriore alla significazione. Il silenzio ci confronta con quella parte della vita che non si lascia acciuffare mai pienamente dalla trama del linguaggio.

Il silenzio è un trauma nella trama del linguaggio e mostra quei vissuti mai del tutto riassorbili nell’orizzonte della narrazione ma da cui ogni vera narrazione prende avvio.

Il silenzio scandisce la comparsa di un momento assoluto nella nostra vita. Absoluto perché sciolto da ogni legame: si tratta di una dimensione esistenziale che costituisce la matrice temporale comune al trauma, all’amore e all’estasi: eventi che lasciano una traccia indelebile nella nostra memoria e che si presentano al nostro Io senza chiedere il consenso.

Cosa ci spinge a scrivere allora? Possiamo dire che in alcuni casi siamo spinti dal desiderio di difenderci dal silenzio e questa è un’umanissima esigenza che non va confusa con le aspirazioni narcisistiche dell’Io perché si tratta del tentativo di trovare dignità come soggetti, è un modo per non restare del tutto inermi di fronte alle ustioni della vita.

In altri casi la scrittura ribalta questa intenzione di partenza e invece di configurarsi come una barriera protettiva può diventare essa stessa un’ulteriore occasione per lasciarsi scrivere dal silenzio.

Ad ogni modo, in entrambe le situazioni la mano di chi scrive è in rapporto con una spinta che parte dall’inconscio e il narratore percepisce la necessità della scrittura come quella di un respiro. È in questi frangenti che la scrittura, molto più della parola orale, ci fa capire ciò che il filosofo Giorgio Agamben indicava con "il sacramento del linguaggio".

 

Per qualche spunto in più si veda questo video su psicoanalisi, scrittura e autobiografia:


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