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Psicoanalisi lacaniana

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Il piano dell’enunciazione mostra un soggetto che non sa ciò che vuole dire.

Enunciati ed enunciazione

La lettura del colloquio clinico secondo l’orientamento psicoanalitico lacaniano va intesa come la pratica di un testo significante. Gli elementi da individuare nel testo del colloquio sono già nelle parole del paziente, il testo del colloquio rivela infatti una sua organizzazione che mostra la funzione dei singoli elementi.

In ambito lacaniano l’inconscio non è un contenuto sottostante il discorso cosciente, coincide piuttosto con la trama del testo, con le sue incrinature e i suoi inciampi. A tal fine è necessario individuare i cosiddetti significanti maître che concorrono a strutturare l’esperienza soggettiva del paziente. Si può così ottenere quell’insieme di elementi che consentono un’analogia tra determinate strutture cliniche e gli svolgimenti particolari del progetto di mondo del soggetto. 

Indice

Il piano dell'enunciato

Che cos’è il piano dell’enunciato? Il piano dell’enunciato coincide con le parole del paziente. Gli enunciati del paziente descrivono (e interpretano) i sintomi.

I sintomi sono esperienze e fatti che per il paziente diventano un problema.

Il sintomo è un'esperienza o un disturbo che si presenta con una certa ripetitività e che si configura come una difficoltà di ordine fisico-corporeo e pratico e/o come una difficoltà psicologica.

Per individuare l’enunciato del paziente a proposito dei suoi sintomi bisogna centrare l’attenzione sulla descrizione e sull’interpretazione dei problemi che riferisce e che lo hanno portato a chiedere una consultazione.

Nell’osservare la descrizione e/o l’interpretazione del sintomo occorre reperire gli enunciati che indicano la significatività assunta da quei fatti che si sono trasformati in problemi.

Per qualche spunto in più guarda questo video sull'inconscio tra parola piena e parola vuota:


L'enunciazione tra enunciati e proposizioni 

Gli enunciati sono delle espressioni linguistiche che veicolano dei contenuti (le proposizioni).
 
  1. La stessa proposizione può venir espressa da enunciati diversi: l’enunciato italiano «la neve è bianca» e l’enunciato inglese «the snow is white» sono infatti due enunciati inequivocabilmente diversi che esprimono la stessa proposizione.
  2. Per contro, lo stesso enunciato può anche esprimere due (o più) proposizioni diverse. Si possono quindi osservare degli enunciati ambigui.
La distinzione tra enunciati e proposizioni si offre dunque come paradigma per la lettura del testo del colloquio. C’è infatti una non coincidenza tra il piano dell’enunciato e quello del significato che gli può essere attribuito.
 
Il piano dell’enunciazione prende corpo a partire dalla distinzione tra enunciati e proposizioni: c’è una scissione tra ciò che il paziente dice e il significato che può assumere quel che dice.

Nella psicoanalisi si centra molto l’attenzione sul fatto che la dimensione della parola produce una separazione tra enunciato ed enunciazione.

In ambito lacaniano tale discrepanza viene espressa dalla divisione interna alla stessa parola: infatti anche quando un significante trova un suo significato producendo un enunciato, la frase non riesce comunque ad assorbire il piano dell’enunciazione: «è appunto il fatto che un testo è sempre in qualche modo reticente» (Eco, Lector in fabula, 1979, p. 25).

 

Significante e significato
 
I significanti – intesi come «segni linguistici», anche se non riducibili ad essi – differiscono dunque dai «segnali» e non corrispondono mai in modo univoco ad un significato specifico (polisemia del significante).
 
Per comprendere l’enunciazione che assumono gli enunciati del paziente occorre focalizzare l’attenzione sul livello «significante» del suo discorso.
 
Gli enunciati infatti sono l’unico medium per entrare in contatto con il senso soggettivo dell’esperienza del soggetto. Eppure nel corso delle sedute da parte del paziente si registra abitualmente la presenza di un «resto» che rimane insaturo rispetto al potere rappresentativo della parola. In ambito lacaniano tale fenomeno viene osservato non come un deficit cognitivo ma come indice della discrepanza strutturale (e non accidentale) tra significante e significato.
 
Un analizzante può ad esempio parlare del suo modo di essere dicendo che si sente come un «alone», come l’alone di una candela, e allo stesso tempo associare un’altra significazione possibile aggiungendo che la parola «alone» in inglese significa «solo» e così iniziare a parlare della sua solitudine.
 
Per qualche spunto in più guarda questo video su metafora e metonimia:


 

Nelle costruzioni che vengono promosse dall’associazione libera entra in gioco la polisemia del significante, la preminenza del significante sugli effetti di significato.

Il livello dell’enunciazione compare nel margine di non coincidenza tra significante e significato, la sua manifestazione dipende dal fatto che sebbene il significato sia effetto dell’articolazione significante, non cessa di sottrarsi alla presa del significante.

C’è sempre uno slittamento del senso che consente ad ogni enunciato di caricarsi di una «significa­zione» peculiare. Possiamo così osservare la «significa­zione» particolare che ricevono certe frasi o eventi relazionali.

Lo stesso evento può avere effetti e risonanze opposte in soggetti diversi. Oltre ai detti, osserviamo dunque il “dire” del soggetto, l’«enunciazione» a cui rimandano i suoi «enunciati».

angoscia

Soggetto dell'inconscio e Io narrante

È importante sottolineare che il piano dell’enunciazione sovverte la padronanza dell’Io cosciente, il soggetto dell’enunciazione non è il soggetto (classico) della conoscenza.

Il livello dell’enunciazione rimanda ad un soggetto (je) che non coincide con l’io narrante (moi).

Per esempio, possiamo chiederci: chi è il soggetto del lapsus? Ciò che il paziente dice e ciò che può comprendere di quel che dice non sono sullo stesso piano: la parola del soggetto dice sempre di più di quanto il soggetto possa comprendere.

Il piano dell’enunciazione mostra un soggetto che non sa ciò che vuole dire, c’è un’intenzione a dire (enunciazione) che si situa al di là del campo di giurisdizione dell'Io padrone del senso.

Per qualche spunto in più guarda questo video su coscienza e inconscio:


 

In seduta un paziente può iniziare a raccontare della separazione dei suoi genitori e nel frattempo parlare della donna che è diventata la compagna del padre: quando sta per dire che conosceva questa signora e il marito, invece di dire «marito» dice «parito». Questo è un lapsus su cui il soggetto si interroga senza sapere se «parito» voglia dire marito o padre. Il paziente inoltre viene sorpreso dal suo stesso dire che rimane enigmatico anche per lo stesso soggetto parlante:

il lapsus apre nell’enunciato lo scarto tra la parola e l’intenzione a dire.

Per spiegare meglio lo scarto tra il je e il moi prendiamo a prestito un esempio tratto da Umberto Eco: «i libri scritti in prima persona inducono il lettore ingenuo a pensare che chi dice ‘io’ sia l’autore. Evidentemente no, è il Narratore, ovvero la Voce-che-Narra, e che la voce narrante non sia necessariamente l’autore ce lo dice P.G. Wodehouse, che ha scritto in prima persona le memorie di un cane» (Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi, 1994, p. 16).

Spostiamoci su un versante più clinico, limitandoci alla struttura nevrotica: chi è il soggetto di un pensiero tormentoso che ostacola un paziente nel raggiungimento dei suoi obiettivi e che si fa ancora più forte proprio quando più si avvicina ad essi?

La psicoanalisi ritiene che tali manifestazioni siano l’indice di una divisione soggettiva che separa il sapere che un soggetto ha su di sé dalla sua verità, ossia l’enunciato dall’enunciazione.

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