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Psicoanalisi e fenomenologia

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Ciò che diventa cruciale e trasformativo non è la ricognizione di ciò che è stato scritto ma il movimento con cui la vita continua a scrivere in noi.

Diventare sé stessi con l'autobiografia

Scrivere la propria autobiografia è un modo per diventare sé stessi e i percorsi per raggiungere il traguardo sono tanto diversi quanto le persone che li intraprendono.

La Libera Università di Anghiari tiene viva questa possibilità e il libro La cura nell'accompagnamento autobiografico di Maria Gaudio (di prossima pubblicazione con le edizioni Mimesis) si configura come una testimonianza singolare di questa possibilità.

Come scrive l’autrice:

Scrivendo l’autobiografia cerchiamo una forma alla nostra esistenza e in tale ricerca risiede la nostra stessa possibilità di andare oltre. Un movimento che la scrittura rende visibile, tra l’effettività dell’essere nel mondo e la possibilità, la progettualità, la possibilità di formarsi, di divenire ciò che più propriamente si può: sono questi due poli che costituiscono l’orizzonte esistenziale e al tempo stesso la criticità della condizione umana.

Grazie a questo libro denso, articolato e fluente possiamo comprendere che per definire il compimento dell’autobiografia non dobbiamo pensare al raggiungimento di un traguardo o di un obiettivo. E non credo neanche che Maria Gaudio ci suggerisca di pensare all’autobiografia come una traversata nella propria storia. La posta in gioco è più complessa e allo stesso tempo molto più aderente alla nostra esperienza quotidiana.

Il movimento autobiografico

Maria Gaudio ci fa comprendere quanto sia fuorviante concepire il cammino autobiografico secondo la logica che oppone il punto di arrivo al punto di partenza: quando finiamo la nostra autobiografia siamo giunti a un punto di arrivo o a un punto di partenza? Siamo sulla vetta della montagna o ci ritroviamo ancora una volta a cominciare un nuovo cammino?

La scrittura autobiografica è un percorso di soggettivazione perché disattiva una sorta di pregiudizio in base a cui saremmo sempre tesi verso il raggiungimento di un obiettivo, di un risultato e ad ogni modo di qualcosa di tangibile e in qualche maniera utile.

È vero che la scrittura autobiografica produce un testo, ma ciò che resta impresso nell’esperienza di chi la scrive non è dell’ordine dello scritto ma dello scrivere.

L’accompagnamento autobiografico viene inteso come un “movimento, non un luogo da raggiungere, una destinazione, ma un andare”.

L’autrice di questo libro sa ricollegarsi a una tradizione filosofica e clinica per mostrarci la parte vivente della scrittura. Ci fa entrare nel processo di scrittura e ce lo fa assaporare prima ancora che lo capiamo.

In queste pagine non troviamo soltanto riflessioni accurate sulla scrittura autobiografica, vediamo innanzitutto il farsi della scrittura, della scrittura di Maria. Siamo quindi di fronte a un intreccio singolare di riflessioni e narrazioni che diventano testimonianza. Era il filosofo Wittgenstein che ci ricordava che alcune cose non si possono dire ma solo mostrare.

 

Abitare il linguaggio

Attraverso queste pagine possiamo ritornare sui presupposti del nostro incedere nella vita perché l’autrice ci fa attraversare il suo tragitto interiore: pian piano ci ritroviamo sulla sua stessa via e iniziamo a percepire gli snodi esistenziali dell’accompagnamento autobiografico.

Questo libro parla dell’incontro e sa farsi esso stesso occasione d’incontro. Possiamo capire dal vivo la posta in gioco della scrittura clinica perché da lettori siamo trasportati dentro l’esperienza del cammino. Non è un’operazione semplice e non credo che siano sufficienti artifici tecnici: ciò che la rende effettiva è l’enunciazione del soggetto che scrive prima ancora che la tecnica compositiva dei contenuti.

Maria Gaudio mentre scrive questo testo ci fa sentire che vuole trasferire sulla pagina la parte più incarnata dell’incontro intersoggettivo. È questa la tensione che anima la scrittrice Maria e che ci fa comprendere più di ogni altra argomentazione la postura etica, prima ancora che metodologica, di chi ha forgiato la propria vocazione attraverso la scrittura clinica. Come scrive Maria:

Si tratta di una postura e non di un abito professionale, di una posizione etica che si muove alla ricerca di un appoggio metodologico per stare in relazione, tra ascolto e sguardo, all’Altro e al Sé, che necessita di riferimenti operativi. È una disposizione e non un ruolo, una modalità anche personale, legata alla sensibilità tanto che alcuni autori parlano dell’ingenium necessario per restare in una situazione relazionale complessa e in continua evoluzione.

Enunciazione ed enunciati

L’enunciazione prima degli enunciati: ecco il cuore pulsante di ogni esistenza e di ogni disagio che vuole venire alla luce attraverso la scrittura.

È l’enunciazione del soggetto che esprime, prima ancora che gli enunciati abbiano iniziato a prendere forma in una trama, il taglio singolare con cui ciascuno di noi abita il linguaggio.

È vero che il nostro essere abita la casa del linguaggio, ma il nostro ingresso nel linguaggio ritaglia il nostro essere e lo incide in diversi punti che diventeranno le cicatrici del nostro modo di amare e di soffrire.

E così il viaggio dell’accompagnamento autobiografico sarà un andare alla fonte, al momento inaugurale in cui linguaggio ed essere si sono intrecciati definendo la nostra singolarità.

Non dobbiamo però immaginare che si tratti di un viaggio a ritroso come se la questione fosse quella di portare il cursore del tempo nel passato. Assolutamente no, le pagine scritte da Maria ci danno testimonianza di un percorso che è sempre rivolto in avanti.

Quando pensiamo al momento inaugurale dell’intreccio tra linguaggio ed essere dobbiamo considerare la specificità dell’esperienza della scrittura che nel suo rievocare la traccia originaria si configura sempre come apertura verso il futuro.

La scrittura clinica di cui parla Maria Gaudio non è la mera rievocazione di ciò che è stato, non è la riproposizione degli eventi che hanno scandito una vita secondo un ordine sensato più o meno narrativo. Se si tratta di recuperare con la scrittura l’enunciazione del soggetto allora ogni eventuale discorso sui momenti più significativi o traumatici della propria vita viene finalizzato a scorgere non il marchio lasciato dalle esperienze soggettive ma l’atto di marchiatura della vita sulla carne viva del soggetto. In questo senso possiamo dire che la scrittura clinica coglie il momento aurorale del nostro ingresso nel mondo del linguaggio:

ciò che diventa cruciale e trasformativo non è la ricognizione di ciò che è stato scritto ma il movimento con cui la vita continua a scrivere in noi.

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Per qualche spunto in più si veda questo video su psicoanalisi, scrittura e autobiografia:


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