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Psicoanalisi e fenomenologia

La centralità della persona costituisce il carattere peculiare dell’approccio fenomenologico in psicopatologia.

Dove l’esistenza non è ancora mondo

Il legame tra fenomenologia e psicoanalisi non è scontato, sebbene la psicopatologia fenomenologica si sia configurata sin dai suoi albori come un’innovazione epistemologica e metodologica dell’incontro con il malato mentale.
 
L’orientamento fenomenologico in psicopatologia pone in rilievo la dimensione del vissuto soggettivo: la malattia mentale non viene osservata dall’esterno come se fosse un mero fenomeno biologico, ma viene interrogata come l’indice semantico del percorso esistentivo di un paziente.
 
La centralità della persona costituisce il carattere peculiare dell’approccio fenomenologico in psicopatologia. In tale cornice epistemologica viene privilegiato un vertice di osservazione che intende superare i limiti dell’organicismo aprendo nella malattia mentale un orizzonte di senso in grado di illuminarci su ciò che rende umano l’essere umano.
 
In tal senso la psicopatologia fenomenologica va intesa come una “psicologia del patologico” [Minkowski (1966), Trattato di psicopatologia], dove l’obiettivo centrale dell’analisi clinica si traduce in un percorso esplorativo sulle condizioni di possibilità dell’esperienza umana.
 
I disturbi mentali vengono cioè studiati non in quanto deviazioni dalla norma o alterazioni del buon funzionamento, ma in quanto espressioni (fenomeni) che consentono di risalire alla trama fondativa dell’esperienza umana.

Trascendentali e casi paradigmatici

Le organizzazioni trascendentali sono le condizioni di possibilità (i trascendentali appunto) dell’esperienza, e le malattie mentali ci svelano – per sottrazione (in statu detrahendi), proprio nel momento in cui vengono messi in discussione i fondamenti antropologici dell’esperienza – le coordinate irrinunciabili affinché una persona possa introdurre la dimensione progettuale nella sua esistenza.

L’approccio conoscitivo della psicopatologia fenomenologica si realizza valorizzando l’ipotesi che le malattie mentali non siano riconducibili a secrezioni bizzarre del cervello ma siano piuttosto il segnale di una posizione soggettiva che deve ancora trovare una sua piena fisionomia.
Non si tratta quindi di distanza dalla norma del buon funzionamento, ma di un modo diverso di essere-nel-mondo: tale prospettiva consente di cogliere la specificità del problema clinico manifestato dal singolo caso.

I testi che hanno contribuito a costruire la tradizione fenomenologica in psicopatologia raccolgono una notevole quantità di dettagli clinici attraverso cui si cerca di scandagliare nelle pieghe del vissuto umano ciò che lo sovradetermina così come potrebbe fare un campo magnetico con la limatura di ferro.
 
I casi clinici studiati dalla fenomenologia si configurano allora come una serie di casi paradigmatici che tentano di mostrare una dimensione universale attraverso l’analisi del singolare.
 
Per qualche spunto in più su CASI PARADIGMATICI e ORGANIZZAZIONI TRASCENDENTALI si veda questo video sul libro La perdita dell'evidenza naturale di W. Blankenburg (1971):


 

Esistenza e mondo vissuto

La ricerca sul “single case” connota la psicopatologia fenomenologica come una disciplina clinica che si preoccupa di definire delle categorie generali attraverso la raccolta e lo studio di innumerevoli ritratti incomparabili e, al tempo stesso, rivelatori della stessa trama sottostante. È come se le differenti incrinature dei diversi casi clinici testimoniassero la presenza di “un qualcosa che sta prima” di ogni possibile differenziazione, tra ciò che potrà assumere una fisionomia normale e ciò che invece imboccherà la via del patologico.
 
 
“Il qualcosa che sta prima” deve essere concettualizzato come un’organizzazione trascendentale, ossia come quel livello dell’esperienza dove “l’esistenza, come lì si annuncia, non è ancora mondo”[Foucault, Il sogno, p. 61].

Per qualche spunto in più su ESISTENZA e MONDO si veda questo video sul libro Sogno ed esistenza di L. Binswanger (1930):


 
Da un punto di vista conoscitivo il fenomenologo può individuare la matrice trascendentale soltanto una volta che l’esperienza vivente si sia dispiegata fino a diventare vissuta: solo “dopo” potrà essere compreso ciò che stava “prima”, solo quando il vivente sarà diventato vissuto (cioè non più vivente) la figura del fenomeno potrà evidenziarsi sullo sfondo dell’esistenza.
 
Le parole del paziente andranno allora a tracciare le linee di forza del suo destino: dietro il sintomo si suppone che ci sia un’esistenza che è suscettibile di prendere consistenza in un progetto nel mondo della vita. È questa la visione antropologica che definisce la specificità dell’ascolto clinico orientato dalla fenomenologia.
 
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Per ulteriori approfondimenti sull'intreccio clinico tra fenomenologia e psicoanalisi, tra i libri di Nicolò Terminio, si rimanda a:
 
 
 
 
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