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Psicoanalisi e fenomenologia

Dove l’esistenza non è ancora mondo

Dove l’esistenza non è ancora mondo

Il legame tra fenomenologia e psicoterapia non è scontato, sebbene la psicopatologia fenomenologica si sia configurata sin dai suoi albori come un’innovazione epistemologica e metodologica dell’incontro con il malato mentale. L’orientamento fenomenologico in psicopatologia pone in rilievo la dimensione del vissuto soggettivo: la malattia mentale non viene osservata dall’esterno come se fosse un mero fenomeno biologico, ma viene interrogata come l’indice semantico del percorso esistentivo di un paziente[1]. La centralità della persona costituisce dunque il carattere peculiare dell’approccio fenomenologico in psicopatologia.

In tale cornice epistemologica viene privilegiato un vertice di osservazione che intende superare i limiti dell’organicismo aprendo nella malattia mentale un orizzonte di senso in grado di illuminarci su ciò che rende umano l’essere umano. In tal senso la psicopatologia fenomenologica va intesa come una “psicologia del patologico”[2], dove l’obiettivo centrale dell’analisi clinica si traduce in un percorso esplorativo sulle condizioni di possibilità dell’esperienza umana. I disturbi mentali vengono cioè studiati non in quanto deviazioni dalla norma o alterazioni del buon funzionamento, ma in quanto espressioni (fenomeni) che consentono di risalire alla trama fondativa dell’esperienza umana.

Le organizzazioni trascendentali non sono altro che le condizioni di possibilità (i trascendentali appunto) dell’esperienza, e le malattie mentali ci svelano – per sottrazione (in statu detrahendi), proprio nel momento in cui vengono messi in discussione i fondamenti antropologici dell’esperienza – le coordinate irrinunciabili affinché una persona possa introdurre la dimensione progettuale nella sua esistenza.

L’approccio conoscitivo della psicopatologia fenomenologica si realizza valorizzando l’ipotesi che le malattie mentali non siano riconducibili a secrezioni bizzarre del cervello ma siano piuttosto il segnale di una posizione soggettiva che deve ancora trovare una sua piena fisionomia[3]. Non si tratta quindi di distanza dalla norma del buon funzionamento, ma di un modo diverso di essere-nel-mondo: tale prospettiva consente di cogliere la specificità del problema clinico manifestato dal singolo caso.

I testi che hanno contribuito a costruire la tradizione fenomenologica in psicopatologia raccolgono una notevole quantità di dettagli clinici attraverso cui si cerca di scandagliare nelle pieghe del vissuto umano ciò che lo sovradetermina così come potrebbe fare un campo magnetico con la limatura di ferro. I casi clinici studiati dalla fenomenologia si configurano allora come una serie di casi paradigmatici che tentano di mostrare una dimensione universale attraverso l’analisi del singolare.

La ricerca sul “single case” connota la psicopatologia fenomenologica come una disciplina clinica che si preoccupa di definire delle categorie generali attraverso la raccolta e lo studio di innumerevoli ritratti incomparabili e, al tempo stesso, rivelatori della stessa trama sottostante. È come se le differenti incrinature dei diversi casi clinici testimoniassero la presenza di “un qualcosa che sta prima” di ogni possibile differenziazione, tra ciò che potrà assumere una fisionomia normale e ciò che invece imboccherà la via del patologico. “Il qualcosa che sta prima” deve essere concettualizzato come un’organizzazione trascendentale, ossia come quel livello dell’esperienza dove “l’esistenza, come lì si annuncia, non è ancora mondo”[4].

Da un punto di vista conoscitivo il fenomenologo può però individuare la matrice trascendentale soltanto una volta che l’esperienza vivente si sia dispiegata fino a diventare vissuta: solo “dopo” potrà essere compreso ciò che stava “prima”, solo quando il vivente sarà diventato vissuto (cioè non più vivente) la figura del fenomeno potrà evidenziarsi sullo sfondo dell’esistenza[5]. Le parole del paziente andranno allora a tracciare le linee di forza del suo destino[6]: dietro il sintomo si suppone che ci sia un’esistenza che è suscettibile di prendere consistenza in un progetto nel mondo della vita. È questa la visione antropologica che definisce la specificità dell’ascolto clinico orientato dalla fenomenologia[7].
 
 
 
 

[1] La psicopatologia fenomenologica, inaugurata da Karl Jaspers con la pubblicazione nel 1913 del suo Psicopatologia generale, nasce in contrapposizione al mito positivista di una psichiatria organicistica, che riduce l’incontro con il malato a una mera descrizione dei sintomi, per poi raggrupparli in entità nosografiche che richiamano semmai le classificazioni della botanica. A tal proposito “il fatto che le malattie mentali siano fondamentalmente umane ci obbliga – come osserva Jaspers – a non vederle come un fenomeno naturale generale, ma come un fenomeno specificamente umano” [K. Jaspers (1913-1959), Psicopatologia generale, ed. it. a cura di R. Priori, Il Pensiero Scientifico, Roma 1964, p. 8].
[2] Cfr. E. Minkowski (1966), Trattato di psicopatologia, trad. it. di L. Schwarz, Feltrinelli, Milano 1973.
[3] Tale visione della malattia mentale è collocabile all’interno del più vasto panorama della psicopatologia strutturale che raccoglie, tra gli altri, l’approccio fenomenologico. “Il punto decisivo, il punto che sta all’origine di tutta la psicopatologia strutturale, è la consapevolezza che qualcosa può essere detto o mostrato solo se c’è qualcuno disposto ad ascoltare e capire. L’orizzonte strutturale della psicopatologia si dischiude, pertanto, attraverso il progressivo mutamento della relazione tra lo psichiatra e il malato psichico” (A. Civita, Psicopatologia. Un’introduzione storica, Carocci, Roma 1999, p. 63).
[4] M. Foucault (1954), Il sogno, trad. it. di M. Colò, pref. di F. Polidori, Cortina, Milano 2003, p. 61.
[5] “Alla presenza dell’Erleben e del suo eidos accedo sempre, dice caratteristicamente Husserl, attraverso un altro atto e un altro Erlebnis, che è propriamente un «nachleben»: qualcosa che vive nel segno del dopo, del postumo, del ritardo. Il cammino della fenomenologia è allora, almeno in questo senso, il cammino che via via riconosce che il vissuto di cui essa si nutriva è tutt’altro che vivo, che esso è, al contrario, una rassicurante maschera di morte: il costituente scivola di continuo nel costituito, il senso intenzionale o intenzionate si irrigidisce nel significato intenzionato, e incessantemente il «vissuto» si raffredda nel «saputo» di quel vissuto” [F. Leoni, “Introduzione”, in E. Minkowski (1933), Il tempo vissuto. Fenomenologia e psicopatologia, pref. di E. Paci, Einaudi, Torino 2004, p. XVII].
[6] “La direzione (il senso di marcia) di questa psicopatologia, a mio avviso, è quella indicata dal cammino vitale del suo padre fondatore, Karl Jaspers, percorso fino al limite della percorribilità dai suoi eredi tedeschi (Schneider, Blankenburg, Janzarik, Mundt) e italiani (Borgna, Callieri, Calvi, Galimberti): è il sentiero (interrotto) che si snoda dalla clinica all’esistenza (Existenz), dalla nosografia al mondo vissuto (Lebenswelt)” [G. Di Petta, “La descrizione dell’incontro in psicopatologia clinica. Intuire, comprendere, interpretare: tre modi possibili di essere-con-l’altro”, A. Ballerini, B. Callieri (a cura), Breviario di psicopatologia. La dimensione umana della sofferenza mentale, Feltrinelli, Milano 1996, p. 69].
[7] L’ascolto clinico, secondo una prospettiva fenomenologico-dinamica, viene focalizzato su “come vive ciò che sta vivendo la persona che abbiamo di fronte, incoraggiandola a volgere una sorta di occhio interno verso ciò che le sta accadendo: come si sente? che cosa le è successo? da quanto tempo le accade? che relazione ha questo suo modo di sentirsi con ciò che le è accaduto in precedenza? ha già vissuto simili esperienze? in che modo e in che misura quello che sta vivendo ora richiama qualcosa che ha già vissuto nel suo passato? e così via” (Stanghellini G., Rossi Monti M., Psicologia del patologico. Una prospettiva fenomenologica-dinamica, Cortina, Milano 2009, p. 5).

 
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