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Psicoanalisi e fenomenologia

Il linguaggio ci rende umani permettendoci di partecipare alla dimensione del senso, senza escludere però il rapporto con il non-senso.

Forclusione e significazione

La forclusione del Nome del Padre di cui parla Lacan indica il meccanismo psicopatologico che caratterizza la clinica della psicosi. La forclusione del Nome del Padre va riferita al rapporto tra il soggetto e il linguaggio: le varie forme psicopatologiche, e la psicosi in particolar modo, mettono in luce l’intreccio soggettivo tra la nostra dimensione vivente e il dispositivo del linguaggio.

Nel caso della psicosi la forclusione indica il mancato abbinamento tra il piano del significante e quello del significato: il Nome del Padre va inteso infatti come un operatore linguistico che collega significante e significato in un modo che risulta connesso al common-sense. L’insalata di parole dello schizofrenico mostra in modo eclatante questo scollamento tra i significanti e l’universo semantico del common-sense.

Forclusione del Nome del Padre e disancoraggio dal common-sense sono due modi (uno psicoanalitico lacaniano e l’altro antropo-fenomenologico) per indicare la stessa compromissione dell’atto di significazione nella clinica della psicosi. 

Indice

Lo psicotico fuori dal common-sense

Il cuore della questione filosofica che attraversa l’intera psicopatologia riguarda il modo in cui il linguaggio ci rende umani permettendoci di partecipare alla dimensione del senso, senza escludere però il rapporto con il non-senso.

Nella prospettiva antropo-fenomenologica viene sempre sottolineato che il problema clinico del lavoro con i pazienti psicotici riguarda essenzialmente la rottura del rapporto tra senso e non-senso.

La mancata partecipazione dello psicotico al common-sense, che può esprimersi nel deragliamento del delirio o nello stravolgimento introdotto dai fenomeni allucinatori, ci mostra l’inefficacia della dimensione simbolica del linguaggio nel dare un posto al soggetto nel “mondo della vita”.

Già nella mia tesi di laurea mi ero occupato del nucleo basale della psicosi studiando il libro di Wolfgang Blankenburg su La perdita dell’evidenza naturale. Quando mi spiegarono per la prima volta cos’è la perdita dell’evidenza naturale mi dissero: “Provi ad immaginare che lei ed io in questo momento diamo per scontato di avere il pavimento sotto i piedi. Per lo psicotico non è scontato avere questo pavimento sotto i piedi”. È come se lo psicotico dovesse fondare le condizioni di possibilità del suo stare nel mondo.

Ritroviamo la stessa questione in un testo del giovane Michel Foucault che nel 1954 introduceva Sogno ed esistenza di Ludwig Binswanger. Foucault sottolineava che “sarebbe utile insistere un po’ sulla coincidenza di due date: 1899, le Ricerche logiche di Husserl, 1900, L’interpretazione dei sogni di Freud. Duplice sforzo dell’uomo per rientrare in possesso dei propri significati e di se stesso a partire dall’atto stesso della significazione” [M. Foucault (1954), Il sogno, trad. it. di M. Colò, pref. di F. Polidori, Cortina, Milano 2003, p. 7].

Si veda anche questo video per qualche spunto in più su Sogno ed esistenza di Binswanger.


Psicosi e antropogenesi

Nella tradizione fenomenologica in psicopatologia molti clinici si sono riferiti al sapere filosofico perché essendo impegnati nell’incontro quotidiano con pazienti psicotici si confrontavano in prima persona con il dilemma della costituzione della soggettività.

La clinica della psicosi mostra ciò che ci rende umani nel momento del suo dissolvimento.

In alcune pagine dove Giorgio Agamben introduce un libro di Ivan Illich ci viene ricordato che “la filosofia è innanzitutto memoria dell’antropogenesi, cioè del diventare umano del vivente uomo” [G. Agamben, Introduzione, in I. Illich (1982), Gender. Per una critica storica dell’uguaglianza, trad. it. di E. Capriolo, BEAT, Vicenza 2016, p. 9].

È questo “il problema filosofico per eccellenza” (Ibid.). Ecco perché possiamo dire che quando la psicopatologia fenomenologica e le psicoanalisi si interrogano sui presupposti del diventare umano del vivente uomo (o donna) stanno compiendo una ricerca filosofica, si stanno incamminando in un percorso conoscitivo che sposta l’asse della riflessione trasformando la clinica in antropologia. Quando le nostre ricerche puntano al cuore della costituzione della soggettività umana stanno ripercorrendo le orme tracciate dalla riflessione filosofica.

Senso e denotazione

In uno dei suoi libri il filosofo Michael Dummett parla delle Origini della filosofia analitica e propone di ricondurre all’opera di Gottlob Frege la matrice comune della tradizione analitica e di quella continentale [M. Dummett (1993), Origini della filosofia analitica, introd. di E. Picardi, Einaudi, Torino 2001].

Secondo Dummett, Frege distinguendo senso e denotazione ha aperto il cammino della filosofia verso la “svolta linguistica”, svolta che sta alla base della tradizione analitica ma che restituisce anche il tassello originario da cui ha preso le mosse la fenomenologia di Husserl.

In modo molto sintetico possiamo dire che

  • la denotazione indica il rapporto tra la parola e la cosa
  • il senso invece è staccato dalla cosa
  • nel linguaggio c’è una produzione di senso che non è semplicemente riconducibile all’adeguazione della parola alla cosa
  • la parola non è la cosa ma un segno che rimanda a un altro segno
  • la parola è un segno che trova il suo senso nella connessione con altri segni

Per alcuni pazienti psicotici il livello del senso rimane forcluso e la dimensione della parola rimane relegata alla funzione denotativa. La struttura del linguaggio nella psicosi non produce senso e verità nel rimando da un segno verso altri segni. Piuttosto, di fronte alla rete di connessioni possibili tra i segni lo psicotico sperimenta uno stato di “perplessità” o di ironia nichilista in base a cui le parole non dicono nulla o suonano come puro artificio.

Nella psicosi l’ordine semiotico dei segni viene rigidamente ricondotto a quello ontologico del mondo. Ricordo, per esempio, un paziente psicotico che diceva: “i cattolici sono dei cannibali perché mangiano il corpo di Cristo”. Potremmo dire che lo psicotico compie un esercizio di rigore denotativo perché prende la parola alla lettera, ossia nel suo riferimento alla cosa.

Il problema nella psicosi sorge quando ci si inoltra nel campo della significazione, quando cioè si cerca di superare un uso meramente denotativo del linguaggio.

Quando studiamo il nucleo psicopatologico della psicosi ci stiamo dirigendo verso il punto di insorgenza della soggettività umana, verso quel luogo dove “l’esistenza, come lì si annuncia, non è ancora mondo” [M. Foucault (1954), Il sogno, p. 61].

Dalla langue alla parole

L’atto di significazione ci distingue in quanto esseri umani e ci rende dei “parlesseri”, direbbe Jacques Lacan. La questione clinica della psicosi tocca nel profondo il problema dell’antropogenesi perché evidenzia la non-ovvietà del passaggio dalla langue alla parole.

Ferdinand de Saussure ha parlato della distinzione tra la langue – cioè l’aspetto condiviso, collettivo e sociale del linguaggio – e la parole, ossia l’atto individuale che dà corpo alla langue nell’esperienza di chi parla [Cfr. F. de Saussure (1922), Corso di linguistica generale, introd. e tr. it. di T. De Mauro, Laterza, Roma-Bari 1967 (1994)].

La difficoltà dello psicotico consiste nell’assumere nella propria esperienza soggettiva l’aspetto sociale e condiviso del linguaggio.

La psicosi rappresenta l’eclissi di quella funzione di mediazione capace di convertire la langue in parole.

Nei termini degli studi semiotici possiamo dire che la psicosi esprime il fallimento dell’istanza di enunciazione in quanto l’attività di enunciazione del soggetto appare sganciata e non concatenata alla dimensione sociale e condivisa del linguaggio.

Se ascoltiamo i pazienti psicotici quando ci parlano del loro rapporto con le abituali convenzioni sociali, possiamo notare quanto per loro sia impossibile fondare la propria parola su un “già detto”. In altri casi osserviamo invece quanto il “già detto” sovrasti in modo totalizzante l’esistenza del soggetto non lasciando spazio alcuno per l’enunciazione. Si tratta dei due estremi opposti lungo cui lo psicotico sperimenta il dramma esistenziale di chi non può attingere al fondamento del common-sense per costruire la propria parola in rapporto a quella degli altri.

Per ulteriori approfondimenti si rimanda al libro L'intervallo della vita.

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