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Adolescenza, educazione e famiglia

In modo sempre più frequente mi ritrovo ad ascoltare storie familiari dove il primo tempo della cura consiste nel dare trama a ciò che non fa trama.

Il compito della famiglia

Nel mio percorso di ricerca sulla clinica del famigliare mi sono soffermato in modo sempre più convinto su alcune coordinate di base del lavoro con le famiglie. La centralità della dimensione desiderante costituisce un perno metodologico del lavoro clinico che viene svolto quando i genitori chiedono aiuto per risolvere i problemi o i sintomi dei loro figli. Nella consultazione clinica sappiamo che dobbiamo spostare l’attenzione rivolta verso il sintomo del figlio e promuovere un lavoro attivo dei genitori sulla questione del proprio desiderio.

Questo passaggio è preliminare a una seconda fase dove ciascun genitore viene chiamato in causa nella difficoltà a fare i conti con il proprio desiderio. In questo momento possono emergere le questioni irrisolte dei singoli genitori nei confronti del partner o della generazione precedente (i nonni del figlio). Se la mente dei genitori riesce a ritornare sugli scenari e sulle “regole d’oro” che gli sono state trasmesse, allora possiamo notare che la polemica sul sintomo del figlio si attutisce perché inizia a disegnarsi la fisionomia di un problema che li coinvolge da un lato come genitori e dall’altro come figli.

Indice

Separazione e generatività

Durante il colloquio il genitore può accorgersi che l’inciampo nella relazione con il figlio ha radici antiche: ciò che non è stato elaborato rispetto all’esser stati generati si ripete come nodo problematico quando si transita verso la responsabilità del generare.

Se non ci si è separati dall’Altro non si potrà assumere su di sé la responsabilità di una scelta realmente generativa, che si confronta cioè con l’abisso che apre al nuovo, all’inedito, a ciò che non era ancora scritto. Ecco perché nel trattamento della famiglia l’attivazione del desiderio può diventare il motore principale della trasmissione che avviene di generazione in generazione.

Ascoltare la generatività 

Il concetto di generatività pone l’accento sulla funzione attiva che un soggetto può svolgere nello scambio tra le generazioni. La famiglia è il luogo dove si impara ad appartenere a un legame ma anche a separarsene, dove si riconosce l’eredità delle generazioni precedenti senza però precludersi il desiderio di rinnovare la tradizione. La famiglia si configura come un dispositivo che da un lato organizza la trama che attraversa le generazioni e dall’altro lascia ancora degli spazi aperti a nuove forme di significazione.

Il salto generazionale lascia una zona insatura dove si gioca, per il soggetto e per l’Altro, la possibilità dell’incontro. È per tal motivo che il legame tra le generazioni costituisce il baricentro antropologico dell’invenzione e dell’esperienza creativa. La soggettivazione è la strada attraverso cui recuperare la dimensione trasformativa dell’esistenza.

A colloquio con i genitori

Nei colloqui con i genitori è fondamentale poter valorizzare una loro prima implicazione in quanto soggetti e non semplicemente in quanto utenti che chiedono una consultazione attraverso cui ricevere consigli. Si tratta di un primo intervento finalizzato alla loro responsabilizzazione nella cura.

Nel mio lavoro clinico osservo sempre più delle situazioni familiari caratterizzate da dinamiche relazionali confusive. In modo sempre più frequente mi ritrovo ad ascoltare storie familiari dove il primo tempo della cura consiste nel dare trama a ciò che non fa trama. Se prendiamo come riferimento la psicopatologia fenomenologico-dinamica, sappiamo che ciò che non fa trama è il trauma.

Con il termine trauma non dobbiamo immaginare solo degli eventi gravi, ma tutti quegli eventi che nelle storie delle famiglie limitano la possibilità di costruire una trama. Possiamo dire che costruire una trama è un modo per connettere i traumi: essi sono tali perché interrompono la costituzione della trama.

Più precisamente, nella pratica clinica vediamo che da un lato ci sono delle famiglie che non trasmettono una trama perché la loro storia è caratterizzata da micro-eventi che impediscono di dare una rappresentazione alla traumaticità della vita, mentre dall’altro lato osserviamo delle famiglie dove non viene introdotta quella mancanza necessaria perché possa sorgere la dimensione del desiderio.

Per intendere l’esperienza del desiderio possiamo fare un’analogia con la vocazione perché il desiderio come la vocazione è qualcosa che ci chiama, noi ci sentiamo chiamati dal desiderio. Nella vita familiare e nella sfida educativa il compito di ogni genitore in fondo è quello di aiutare i figli a entrare in rapporto con la propria vocazione. Credo che sia la cosa più importante che oggi debba fare un genitore per proteggere un figlio dalle insidie della vita, dall’imprevedibilità della vita.

La psicoanalisi suggerisce che in quest’epoca dove i riferimenti sociali sono meno stabili e duraturi è ancora più importante puntare sulla dimensione della vocazione singolare di ciascun soggetto. Puntare sulla singolarità non vuol dire però fare a meno del legame dell’Altro, ma investire diversamente il proprio slancio desiderante verso l’Altro.

 

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