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Psicoanalisi e fenomenologia

Non bisogna allora confondere la dissociazione del borderline con la dissociazione che un soggetto si procura attraverso l’uso di sostanze.

Quando la dissociazione è una forma di "autoterapia"

Nella mia pratica clinica trovo frequentemente la necessità di un trattamento preliminare dei sintomi affinché possano diventare messaggeri della verità dell’inconscio. La classica nevrosi freudiana non è molto frequente e quando la si incontra si configura più come un risultato della cura che come un dato di partenza.

Pensando alla mia esperienza (anche come supervisore in diversi servizi di cura) direi che questa è l’epoca della “clinica del vuoto” di cui parla Recalcati. La psicopatologia del presente pone ai clinici e a tutti gli operatori la sfida di trasformare l’agito in pensato, la sfiducia e la diffidenza nella possibilità di aprirsi e affidarsi innanzitutto alla dimensione della parola, una parola che sappia diventare però occasione di legame con l’Altro.

Le forme più gravi di psicopatologia che affronto manifestano infatti l’eclissi dell’Altro e sono espressione di vissuti traumatici che generano a loro volta un funzionamento dissociativo. Il vuoto della clinica contemporanea va attraversato creando innanzitutto delle connessioni, delle trame per metabolizzare i traumi, delle relazioni accoglienti per ristabilire un clima di sicurezza, suoni e simboli per restituire alla vita il silenzio del trauma.

Indice

Leggere i classici

Studiare i classici della psicopatologia fenomenologica è ancora oggi un esercizio ineludibile tanto per ogni apprendista in psicoterapia quanto per ogni clinico di lunga esperienza.

Il confronto con alcuni testi mirabili della letteratura psicopatologica consente di mantenere viva l’attenzione sulla singolarità di ciascun paziente che incontriamo. Nei testi di Jaspers, Minkowski, Binswanger, Blankenburg, Tatossian, Callieri, Ballerini e Calvi (solo per citarne alcuni) possiamo attingere a una ricchezza di pensiero che risulta valida anche nella nostra attività clinica attuale.

Leggere i contributi di questi autori non risponde soltanto a una passione intellettuale o alla necessità di astrazione teorica. Possiamo trarre degli spunti utili soprattutto per instaurare un rapporto vivo con il paziente.

Le psicosi sintetiche

Nel libro curato da Di Petta e Tittarelli sulle psicosi sintetiche, la tradizione fenomenologica italiana viene riattualizzata nello studio delle nuove forme psicopatologiche che emergono dal mondo tossicomane. Le psicosi sintetiche sono nuove configurazioni cliniche che non vanno categorizzate come doppia diagnosi. La psicosi sintetica non è la sovrapposizione di due disturbi, non è la somma di due forme psicopatologiche, è semmai una nuova configurazione clinica di cui va colta la specificità. E questo è un aspetto troppo importante per essere trascurato perché ha una implicazione fondamentale nella diagnosi differenziale e nella costruzione del progetto terapeutico. Trattare una psicosi sintetica come una psicosi endogena espone infatti al rischio di cronicizzare il paziente destinandolo alla continua peregrinazione da un servizio di cura all’altro.

 

Trauma e dissociazione

In molti casi lo stato dissociativo indotto dall’uso di sostanze è una forma di auto-terapia che il soggetto si somministra per trattare l’intrusione di immagini traumatiche che colonizzano la sua coscienza.

La dissociazione dello sballo può essere quindi – e questo è un dato da verificare nei colloqui psicodiagnostici – una strategia che il paziente segue per “curare” una forma di dissociazione che “si riferisce alla frammentazione o alla disintegrazione del senso di esistenza personale” o che esprime uno stato mentale dove “una parte della vita psichica viene sequestrata” (Meares, Un modello dissociativo del disturbo borderline, 2012, p. 140). Non bisogna allora confondere la dissociazione del borderline con la dissociazione che un soggetto si procura attraverso l’uso di sostanze.

L’intrusione di flashback relativi a esperienze traumatiche corrisponde a una riesposizione che il soggetto subisce passivamente. Soltanto dopo, con l’esperienza dello sballo, il soggetto cerca di gestire attivamente ciò che prima lo aveva assoggettato a pensieri ed emozioni intollerabili.

 

Estratti dal libro A ciascuno la sua relazione

 

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