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Psicoterapia psicodinamica

L'esperienza dell'abbandonarsi di cui parla Ghent costituisce il filo rosso che attraversa la cura delle nevrosi.

Abbandonarsi per esistere

Per vivere il desiderio è necessario "sapersi" abbandonare. Abbandonarsi vuol dire lasciarsi andare per accedere a un'esperienza di sé in cui il soggetto entra finalmente in contatto con la propria verità. Una verità che è marchiata dalle parole e che richiede di essere vissuta in primo luogo attraverso il corpo.

In un articolo apparso diversi anni fa su Contemporary Psychoanalysis lo psicoanalista relazionale Emmanuel Ghent aveva parlato dell'esperienza dell'abbandonarsi (surrendering) per connotare il vissuto soggettivo che corrisponde alla "liberazione e espansione del sé". Nell'abbandonarsi è in gioco una liberazione dalla maschera del falso Sé per giungere a un momento di verità con sé stessi e con gli altri. Le idee contenute in quell'articolo (cfr. Ghent. E. "Masochism, submission, surrender: Masochism as a perversion of surrender", Contemporary Psychoanalysis, 26, 1990, pp. 108-136) sono valide ancora oggi e ci stimolano a evidenziare alcune dimensioni universali del desiderio inconscio.

 

Lasciarsi andare

L’esperienza dell’abbandonarsi così come ne parla Ghent costituisce il filo rosso che attraversa la cura delle nevrosi. Da un punto di vista psicoanalitico lacaniano potremmo intendere la struttura nevrotica come una difesa dall’esperienza del lasciarsi andare. In questa prospettiva la fine e il fine di un’analisi è quello di giungere alla “destituzione soggettiva”, condizione soggettiva e relazionale che in diversi passaggi del suo articolo Ghent indica come “azzeramento soggettivo”, eclissi dell’intenzionalità della coscienza o “capacità negativa” (Keats).

 

Lasciarsi prendere dalla parola

In seduta i pazienti portano la questione dell’abbandonarsi quando per esempio ci riferiscono della loro difficoltà a parlare liberamente. All’inizio di una cura un paziente può arrivare in seduta ed esordire dicendo che questa volta non ha niente da dire e che non si è preparato ciò che deve dire: in questa situazione se si lascerà guidare dal flusso delle sue parole scoprirà che qualcosa da dire ce lo aveva ma non avrebbe mai potuto saperlo prima di prendere parola, anzi con Ghent potremmo sottolineare che si tratta di un lasciarsi prendere dalla parola.

Questo vissuto del lasciarsi prendere dalla parola può risultare problematico anche in un’analisi ben avviata quando un paziente fa fatica a seguire la cosiddetta "regola fondamentale".

Dire tutto ciò che passa per la mente risulta difficile se invece di dire si sta attenti a quello che l’Altro può intendere, può sorgere allora la tentazione di anticipare tra sé e sé il discorso da dire nel vano tentativo di prevedere l’interpretazione che l’Altro potrà dare alle proprie parole.

In questi frangenti il discorso si blocca e alcuni pazienti lo paragonano al blocco dello scrittore di fronte alla pagina bianca. In effetti finché si sta di fronte alla pagina bianca con l’intenzione di tradurre le proprie idee in forma scritta la soluzione non arriverà, anzi in queste situazioni l’insistenza genera resistenza.

Resistenza a lasciar andare il controllo dell’Io su ciò che può emergere con l’atto della scrittura.

Alcuni pazienti in maniera molto lucida dicono che per superare questo blocco bisogna smetterla di essere un soggetto attivo che stabilisce in anticipo ciò che scriverà, piuttosto bisogna mettersi in posizione di oggetto lasciando da parte le proprie intenzioni e lasciando alla pratica della scrittura il compito di far emergere la forma o il ritmo che fino a quel momento era racchiusa al di là del proprio Io.

Per qualche spunto in più sul rapporto tra soggetto dell'inconscio e scrittura si veda questo video sul tema "Perché si scrive?":



Attraverso il corpo

Fino ad adesso abbiamo visto una serie di situazioni in cui la posta in gioco dell’abbandonarsi avviene nel rapporto tra il soggetto e la dimensione simbolica del linguaggio. Ma in una cura psicoanalitica l’esperienza dell’abbandonarsi passa innanzitutto attraverso il corpo.

Quando il paziente si abbandona all’esperienza della parola entra in un contatto diverso con il proprio essere situato nel corpo.

Non si tratta soltanto di simbolizzare i propri vissuti più intimi e indicibili, il destino dei vissuti corporei non è soltanto quello di essere trasferiti sulla pagina bianca. La simbolizzazione dell’esperienza corporea non serve a molto se poi non consente al corpo di diventare un corpo vissuto.

Ciò che fa problema nella nevrosi è il godimento del corpo pulsionale. La pulsione è qualcosa che non acciuffiamo mai del tutto con le nostre rappresentazioni e che non ci togliamo mai di dosso.

Alcune pazienti raccontano di non essersi mai abbandonate al piacere sessuale perché per loro era intollerabile lasciare a qualcun Altro il potere di provocargli un piacere che non controllavano.

Lo stesso blocco lo ritroviamo anche in altri pazienti che dicono che nel corpo a corpo con l’Altro sembra quasi di doversi tuffare in acqua senza saper ancora nuotare.

Per superare queste forme di inibizione è importante attraversare i limiti del sapere perché nell’esperienza dell’abbandono non si tratta tanto di sapere ma di saperci stare. È un passaggio che richiede un atto di fiducia verso quella parte di sé di cui non siamo padroni e che ci condiziona come un’alterità interna, un’alterità straniera che ci restituisce la sensazione di autenticità. Tutto questo non è un passaggio solitario: l’atto di fiducia va compiuto anche verso l’Altro che con la sua presenza ci esorta a concederci quel godimento che ci supera e che ci riscrive.

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Per approfondimenti, tra i libri di Nicolò Terminio, si rimanda a:
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