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La dimensione dell’atto mostra che il cambiamento psichico che si realizza in un percorso psicoanalitico, la fine di un’analisi, consiste nel raggiungimento di un nuovo rapporto con l’inconscio.

L’atto analitico: l’evento del desiderio e la destituzione soggettiva

Il concetto di atto analitico è fondamentale per intendere il cambiamento che avviene alla fine di un’analisi.

La dimensione dell’atto mostra che il cambiamento psichico che si realizza in un percorso psicoanalitico, la fine di un’analisi, consiste nel raggiungimento di un nuovo rapporto con l’inconscio.

NEVROSI E INCONSCIO. Il soggetto nevrotico all’inizio di un’analisi, di solito, ha una scarsa confidenza con l’inconscio, potremmo dire che non è amico del proprio inconscio. Il nevrotico non ha una relazione con l’inconscio di tipo generativo.

All’inizio di una cura psicoanalitica il soggetto si presenta con dei sintomi che manifestano una verità che viene rimossa, la verità del proprio desiderio.

I sintomi del nevrotico fanno presente nella vita psichica una verità che è stata trascurata e di cui il soggetto non si è fatto carico. Ecco perché i sintomi nevrotici, dal punto di vista della psicoanalisi, non sono dei disturbi da aggiustare, ma sono il richiamo all’assunzione della responsabilità del proprio desiderio. Sono sintomi di un desiderio rimosso, sintomi di un desiderio che non è stato accolto e che non è diventato parte della propria vita.

Il compito di un’analisi è allora quello di creare una nuova alleanza tra il soggetto e il suo desiderio.

A questo proposito l’atto analitico diventa rilevante perché nell’atto analitico il soggetto fa entrare lo stato di desiderio nel suo rapporto con la vita e con il mondo. L’atto non va pensato soltanto come un’azione concreta, come un qualcosa che facciamo, come la realizzazione di un’opera.

L’atto riguarda innanzitutto la propria postura etica rispetto alla vita, quindi l’atto è un modo di rapportarsi a sé stessi, agli altri e al mondo.

Quindi, quando chiamiamo in causa l’atto analitico, cosa vuol dire realizzare il desiderio? Sicuramente non diventare padroni delle proprie motivazioni o dei meccanismi inconsci. Il concetto di atto indica che alla fine di un’analisi il soggetto non guadagna una nuova padronanza su sé stesso, non diventa padrone dei sintomi o dei messaggi che vengono dall’inconscio. Nell’atto analitico il soggetto diventa solamente più disponibile ad accogliere l’evento dell’inconscio, a farsi assoggettare da quella che è la dinamica del suo desiderio.

ABBANDONARSI. Quindi quando parliamo dell’atto analitico indichiamo un movimento soggettivo che non richiede un esercizio di controllo su sé stessi. L’atto implica semmai la capacità di lasciarsi andare, di abbandonarsi a quella che è la voce dell’inconscio. Accogliere la voce dell’inconscio vuol dire lasciare da parte ogni pretesa dell’Io di essere del tutto consapevole di sé, del tutto padrone di quello che sta succedendo. L’atto è un’apertura all’evento della vita al di là di ogni sensazione di padroneggiamento.

Per qualche spunto in più guarda questo video sulle due anime del desiderio.

 

Inconscio

 

FIDUCIA. Una condizione fondamentale dell’atto analitico è la fiducia verso la chiamata dell’inconscio. E si tratta di una chiamata che, per quanto discernimento e per quanto lavoro di elaborazione nel corso dell’analisi, rimarrà sempre come un mistero. L’atto richiede dunque accoglienza di un mistero che ci riguarda, che esprime la nostra autenticità e che tuttavia non comprenderemo mai fino in fondo. L’atto si fonda sulla fiducia e sulla disponibilità ad accogliere ciò che si presenta come la nostra manifestazione più autentica.

GRAZIA. La grazia dell’atto esprime la possibilità che, sulla base di questa fiducia, avvenga il dono dell’incontro. La grazia è gratis, nel senso che non c’è un lavoro attivo che produce un risultato. Il cambiamento psichico prodotto dalla psicoanalisi non è un raggiungimento di un obiettivo. Non è la maturazione di alcune competenze che permettono di essere efficaci nel raggiungere i propri obiettivi. Eventualmente l’efficacia nel raggiungimento dei propri obiettivi deriva dal rovesciamento di ogni atteggiamento di padronanza.

Ciò che può maggiormente aiutare nel cambiamento non è il recupero della padronanza, ma la possibilità di dare voce al proprio desiderio.

Nell’atto analitico si tratta allora di lasciare gli ormeggi del proprio Io e fare spazio a ciò che costituisce una sorta di alterità interna alla propria soggettività: è questa l’esperienza del desiderio. Il desiderio è una dimensione così intima alla nostra vita che si presenta tuttavia come un’estraneità radicale.

SCHEMI E FANTASMA. L’atto produce una nuova apertura verso il desiderio, un’apertura che non implica solo un viaggio intrapsichico e un incontro inedito con sé stessi. L’atto analitico cambia anche il rapporto verso gli altri perché consente di incontrarli senza la propria abituale chiave interpretativa nel decodificare ciò che gli altri vogliono.

Quindi, nell’atto analitico si realizza la disponibilità verso l’evento del desiderio, ma anche l’abbandono dei propri schemi e dei propri fantasmi. Si tratta di andare oltre i propri schemi interpretativi della realtà. E si tratta anche di superare la modalità tipica attraverso cui viene interpretato il desiderio degli altri. È per tal ragione che nell’atto analitico, oltre a incontrare l’estraneità del proprio desiderio, si può anche incontrare l’estraneità del desiderio degli altri.

DESTITUZIONE SOGGETTIVA. In questo passaggio possiamo osservare come la grazia dell’incontro si realizzi non solo sulla base della fiducia, ma facendo leva anche sulla destituzione soggettiva. L’atto analitico si realizza infatti come effetto di una progressiva erosione delle identificazioni.

L’atto analitico non è un momento in cui c’è soltanto un prima e un dopo. Potremmo considerare l’atto analitico come l’inizio di una serie di momenti della vita in cui il soggetto prende le distanze e lascia la sicurezza offerta dalle proprie identificazioni, dai ruoli, dalle posizioni, dai titoli accademici, professionali o sociali.

L’atto analitico richiede dunque la possibilità di confrontarsi con la vita senza gli abituali punti di riferimento, avendo il coraggio di mettere tra parentesi gli schemi e tutte quelle certezze già scritte che in qualche modo incanalano quello che può avvenire nella propria vita.

Nell’atto analitico il soggetto si affida alla pagina bianca ancora da scrivere, senza farsi troppo condizionare da quello che è stato già scritto.

Scritto non soltanto dagli altri, non soltanto dal discorso dell’Altro, ma anche dalle proprie aspettative e dalle proprie convinzioni. Quindi vediamo che l’atto analitico conduce il soggetto verso un luogo che non ha dei confini ben tracciati, verso un luogo psichico che assomiglia più al deserto, dove i confini vengono smarriti.

Da questo punto di vista, l’atto analitico si configura come l’apertura verso una dimensione infinita, una dimensione che non può essere delimitata dalla pretesa di padronanza, di controllo e di previsione dell’Io.

L’atto analitico richiede il coraggio di compiere quel passaggio trasformativo che è la destituzione soggettiva.

La dimensione dell’atto fa constatare che non bisogna fidarsi troppo delle proprie identificazioni, perché le identificazioni sono come dei vestiti prêt-à-porter, dei vestiti che saranno sempre tagliati male perché non corrisponderanno mai alla propria misura soggettiva. E se consideriamo la misura del soggetto dal punto di vista dell’atto analitico, allora ci accorgiamo che il soggetto del desiderio non ha misura, il desiderio è qualcosa di infinito, è qualcosa che non potrà mai essere del tutto compiuto. È per questa ragione che l’atto analitico è un passaggio che apre a un divenire. L’atto analitico non è un cambiamento che fissa l’acquisizione di una competenza, è piuttosto un cambiamento che apre alla possibilità di esplorare il mondo ogni volta in modo nuovo.

DOLORE E CREATIVITÀ. L’atto analitico è caratterizzato dunque dalla disponibilità all’incontro e dalla possibilità di lasciarsi attraversare dalla vita, non soltanto negli aspetti gioiosi, ma anche nel punto del dolore. Perché essere disponibile all’incontro vuol dire raccogliere la vita così com’è, senza cercare di rivestirla del tutto con la coperta del senso, senza cercare di adornarla con un eccesso di significati e interpretazioni. A volte le interpretazioni possono configurarsi come un modo per difendersi dalla vita, un tentativo di resistere a ciò che accade cercando di ricondurlo a una cornice di senso.

Resistere al non senso della vita però può non essere il modo migliore per trasformarlo.

Opporsi insistentemente al non senso del dolore può indurre infatti a ripetere gli stessi schemi interpretativi e comportamentali con cui ci è sempre difesi dal dolore.

Nell’atto analitico, come sottolineava Lacan, si tratta allora di uscire dalla maledizione della ripetizione. La maledizione, in quanto “dire male”, è uno schema che si ripete nell’affrontare i dolori della vita.

La trasformazione della propria posizione soggettiva nell’atto analitico consiste nell’affrontare in maniera creativa ciò che nella vita insiste come qualcosa di intollerabile. L’atto analitico non è soltanto un’apertura alla gioia dell’incontro, ma è anche un modo nuovo per accogliere ciò che nella vita si presenta con una ferita sempre aperta: però, grazie all’atto, questa ferita può diventare non soltanto fonte di dolore, ma una feritoia per qualcosa di nuovo.

È questa la scommessa della psicoanalisi: confrontarsi con quella dimensione che non è del tutto rappresentabile e non del tutto modificabile per farsene qualcosa, per farla diventare occasione per una nuova opera. Ecco perché l’atto analitico è sempre collegato alla questione della creatività e alla funzione dell’arte.

L’arte non estingue il dolore con la bellezza, ma offre al dolore un nuovo destino.

È questa la possibilità creativa aperta dalla dimensione dell’atto analitico, dall’accoglienza dell’evento del desiderio e dalla destituzione soggettiva, cioè dall’abbandono di quegli ormeggi che ci danno sicurezza. La fine di un’analisi, se la consideriamo da questo punto di vista, è un cambiamento radicale, perché ci espone a qualcosa di nuovo, con fiducia.

Per qualche spunto in più guarda questo video sulla logica del fantasma. 

 

Inconscio

 

Psicoterapeuta Torino
Nicolò Terminio, psicoterapeuta e dottore di ricerca, lavora come psicoanalista a Torino.
La pratica psicoanalitica di Nicolò è caratterizzata dal confronto costante con la ricerca scientifica più aggiornata.
Allo stesso tempo dedica una particolare attenzione alla dimensione creativa del soggetto.
I suoi ambiti clinici e di ricerca riguardano la cura dei nuovi sintomi (ansia, attacchi di panico e depressione; anoressia, bulimia e obesità; gioco d’azzardo patologico e nuove dipendenze) e in particolare la clinica borderline.

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