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Oggi i temi del silenzio, della scrittura e della autobiografia sono diventati parte della mia ricerca e della mia vita.

Raccontarsi: tra scrittura autobiografica e psicoanalisi

Diversi psicoanalisti hanno già incontrato il nome e i libri di Duccio Demetrio, alcuni lo hanno conosciuto anche di persona.

In questi anni trascorsi nella comunità di Jonas Italia ho ascoltato diverse volte i commenti di amici e colleghi che seguivano la scia tracciata da Demetrio, soprattutto quella che sfociava nel silenzio.

La luce della polis

Ci sono alcune parole chiave del percorso di Demetrio che toccano il vivo della nostra pratica psicoanalitica e che ci permettono di rivisitarla con luce nuova, con quella stessa luce che cerchiamo quando ci apriamo alla polis.

Allo stesso tempo il lavoro di Demetrio ci consente di recuperare la fiamma iniziale da cui ha preso origine l’impresa freudiana. È una fiamma che continua a rendere vibrante il nostro movimento di ricerca e che dovrebbe interrogarci tutte le volte che, con le nostre teorie, aspiriamo a raggiungere qualcosa di oggettivo. Attraverso i testi di Demetrio possiamo dare il giusto valore al carattere autobiografico dell’opera freudiana e rintracciare in quell’impronta autobiografica il perno più saldo per trovare la nostra posizione di analisti all’interno della stanza di analisi, ma anche quando ci apriamo al discorso sociale.

Sappiamo, e Demetrio ce lo ricorda, che Freud iniziò a costruire il suo edificio teorico partendo dall’autoanalisi dei suoi sogni.

“L’autoanalisi clinica nacque con il suo inventore, con l’esploratore dell’inconscio che, sdoppiandosi, si indagò e vagliò […] autorizzandosi a cimentarsi nel lavoro impervio dell’interpretazione di quanto da sé secreto. di quanto più intimo: innanzitutto dei sogni” (D. Demetrio, Autoanalisi per non pazienti. Inquietudine e scrittura di sé, Cortina, Milano 2003, p. 105).

Certo, va sottolineato che è stata un’autoanalisi rivolta all’Altro e questo l’ha resa un esercizio autobiografico che invece di chiudersi sull’Io si è aperto sull’inconscio.

Nel libro Autobiografie dell’inconscio ho preso in considerazione alcuni punti nevralgici dei libri di Demetrio e ho cercato di farli risuonare con i temi di ricerca che mi stavano più a cuore. Mentre scrivevo mi sono accorto però che i confini del mio ambito di ricerca si stavano confondendo con quelli che rintracciavo nel percorso di Demetrio. Alla fine ho rinunciato a ogni pretesa di analisi oggettiva e non so dire quanto la mia chiave interpretativa sul lavoro di Demetrio non sia in realtà un effetto della voce di Demetrio sulla mia enunciazione.

 

Tra i libri

Quando ho conosciuto Demetrio ci trovavamo nella libreria del Gruppo Abele a Torino, ero stato invitato da un amico libraio a intervenire sul suo libro Ingratitudine. La memoria breve della riconoscenza (2016). Per me fu l’occasione per leggere per la prima volta Demetrio, fino a quel momento nella mia immaginazione Demetrio era la figura di maggiore ispirazione per le educatrici della comunità terapeutica di cui ero responsabile clinico.

Leggere Demetrio era stata quindi l’occasione per avvicinarmi agli interessi che animavano le mie colleghe d’équipe.

Pian piano però la parola di Demetrio iniziò a lavorare in me senza che me ne accorgessi. Perché quando Demetrio scrive sembra che ti stia parlando standoti a fianco, lo fa delicatamente però, intanto, si sta mettendo lì vicino a te e ti sta ricordando lievemente quelle cose che non puoi più tralasciare se vuoi continuare a sentirti autenticamente in contatto con te stesso e con gli altri.

Dopo aver letto quel primo libro di Demetrio non ho più detto “grazie” allo stesso modo, quando leggi Demetrio sembra che i fogli accartocciati dell’esistenza si dispieghino in piano mostrando tutte quelle insenature che ci sono sempre state ma che, fino a quel momento, sembravano non esserci. Direi che Demetrio è un filosofo dell’esistenza perché riporta la nostra attenzione sui presupposti impensati delle nostre camminate nel buio della vita.

 

Camminare al buio

Questa frase sul camminare al buio non è venuta a caso, c’è infatti un episodio che è rimasto scolpito nella mia memoria e che in qualche modo segna l’inizio della mia passione per Duccio Demetrio.

Fin quando si studia o si dialoga con un autore si rimane in qualche modo a una certa distanza, non è detto che avvenga un incontro trasformativo. Da psicoanalisti possiamo comprendere molto bene quanto in effetti lo studio e i testi dell’Altro non siano la via privilegiata per l’incontro con l’Altro. Ciò che risulta realmente trasformativo è l’incontro con la testimonianza singolare dell’Altro.

Non vorrei sembrare eccessivo, però non trovo altre parole: sono stato “rapito” dalla prospettiva di Demetrio in un monastero che si trova a Campello sul Clitunno, in Umbria.

Nell’agosto del 2017 Demetrio mi aveva invitato a intervenire a un seminario residenziale organizzato dall’Accademia del silenzio. Il seminario si svolgeva in un fine settimana e cominciava di venerdì pomeriggio con un intervento magistrale di Demetrio, e già lì ero rimasto colpito.

Ma il vero punto di svolta per me è avvenuto la sera, dopo cena, quando Demetrio ha invitato tutti (relatori e partecipanti) a fare una passeggiata al buio, e in silenzio, tra gli ulivi intorno al monastero.

Camminavamo tutti in silenzio e si percepiva qualcosa di sacro, di laicamente sacro.

Ci fu un momento in cui ciascuno di noi fu invitato ad appostarsi comodamente per terra ed eventualmente a scrivere qualche parola sul proprio taccuino, con il solo ausilio della luce della luna.

Adesso mentre lo racconto mi sembra di stare ancora lì e forse da lì non me ne sono più andato. Il giorno dopo toccò parlare a me e il mio intervento che si intitolava Tradurre dal silenzio era così intriso dalla sera precedente che non riesco più a immaginare un mio discorso sul silenzio senza ripartire da lì.

 

Silenzio, scrittura e autobiografia

Oggi i temi del silenzio, della scrittura e della autobiografia sono diventati parte della mia ricerca e della mia vita. Non so pesare quanto fossi predisposto a farmi influenzare da Demetrio, non saprei distinguere quanto era già pronto a germogliare e quanto di nuovo è stato seminato dalla parola di Demetrio. So che è successo ed è di questo incontro che ho parlato nel libro Autobiografie dell’inconscio. L’ho fatto a mio modo, ho seguito una strada in cui risulta evidente che ho appreso da Demetrio più di quanto potrebbe far emergere la mia interpretazione.

Mi sono mosso sviluppando quattro nuclei tematici che sono a confine tra il discorso di Demetrio e il discorso della psicoanalisi.

Il primo capitolo sviluppa il tema dell’inconscio e ho messo in luce la profonda analogia tra la concezione di matrice lacaniana-recalcatiana e quella di Demetrio. In particolare, ho rintracciato dei punti di contatto focalizzando l’attenzione sul battito temporale dell’inconscio.

Dopo questo primo capitolo, che in qualche modo tratteggia una teoria del soggetto, mi sono concentrato sul tema dell’autobiografia sottolineando la dimensione del silenzio e l’atto della scrittura.

Il discorso su silenzio, scrittura e autobiografia ha posto le basi per fare un esercizio insolito, perlomeno per me. Nel terzo capitolo mi sono avventurato nell’autobiografia di Marsha Linehan: la sua storia aiuta a comprendere fino in fondo l’importanza della scrittura autobiografica per ridare voce alla propria enunciazione. L’approfondimento della storia della Linehan è stata un’occasione per applicare e vedere in vivo la centralità della prospettiva di Demetrio e per metterla in dialogo con quella di Recalcati.

Nel quarto capitolo ho concluso il mio tragitto affrontando il tema della scrittura del caso clinico. Non è un argomento a cui Demetrio si è dedicato apertamente, anzi in diversi passaggi dei suoi testi ha ribadito la differenza tra la sua scrittura clinica e la scrittura dei casi clinici. Dal mio punto di vista però possiamo riprendere il contributo di Demetrio per mettere in luce il cuore pulsante della ricerca psicoanalitica, una ricerca che non è mai sganciata dalla soggettività di chi la compie e che anche nella scrittura del caso clinico deve saper restituire sulla pagina quella stessa fiamma che aveva portato Freud a dar voce alla sua interpretazione dei sogni.

*** ***

 

Per approfondire si rimanda al libro scritto da Nicolò Terminio insieme a Duccio Demetrio:
 
 
Psicoterapeuta Torino
Nicolò Terminio, psicoterapeuta e dottore di ricerca, lavora come psicoanalista a Torino.
La pratica psicoanalitica di Nicolò è caratterizzata dal confronto costante con la ricerca scientifica più aggiornata.
Allo stesso tempo dedica una particolare attenzione alla dimensione creativa del soggetto.
I suoi ambiti clinici e di ricerca riguardano la cura dei nuovi sintomi (ansia, attacchi di panico e depressione; anoressia, bulimia e obesità; gioco d’azzardo patologico e nuove dipendenze) e in particolare la clinica borderline.

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