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Psicoanalisi lacaniana

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Nella separazione il soggetto si confronta con la mancanza dell’Altro, che è un punto enigmatico che scaturisce dal confronto con il desiderio dell’Altro.

Separazione e oggetto causa del desiderio nell'insegnamento di Lacan

Nella separazione da una parte osserviamo l’appello che il soggetto rivolge all’Altro per ricevere il complemento alla sua mancanza d’essere e dall’altra il soggetto si interroga sul desiderio che apre una divisione (Spaltung) nello stesso Altro.

Nella parte iniziale del Seminario XI Lacan aveva esemplificato la separazione riproponendo il fort-da che il nipotino di Freud reitera nel gioco del rocchetto per rispondere all’enigma del desiderio dell’Altro. «Freud quando coglie la ripetizione nel gioco del nipotino, nel fort-da reiterato, può sì sottolineare che il bambino tampona l’effetto della scomparsa della madre facendosene l’agente, ma questo fenomeno è secondario. […] L’insieme dell’attività simbolizza la ripetizione, ma non certo quella di un bisogno che farebbe appello al ritorno della madre e che si manifesterebbe più semplicemente nel grido. Si tratta della ripetizione della partenza della madre come causa di una Spaltung nel soggetto – superata dal gioco che si alterna, fort-da, che è un qui o , e che non ha di mira nella sua alternanza che di essere fort da un da e da da un fort» [J. Lacan (1964), Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, pp. 60-61].
 

Che cosa vuole l'Altro da me?

L’Altro si configura come luogo del desiderio nel momento in cui presentifica un al di là della catena significante, un intervallo del senso a proposito del quale il soggetto si chiede: “che cosa vuol dire?”. Ma l’interrogativo diventa ancor più cruciale quando il soggetto si chiede: “che cosa vuole da me?”.
 
Il soggetto non può trovare una risposta alla sua domanda nel campo del significante.
Anche se l’Altro dicesse al bambino che vuole che egli si comporti bene, ciò non elimina l’interrogativo che il bambino si pone: “perché mi dice questo?”. «Una mancanza viene incontrata dal soggetto nell’Altro, nell’intimazione stessa che l’Altro gli rivolge nel suo discorso. Negli intervalli del discorso dell’Altro, sorge, nell’esperienza del bambino, una cosa che vi è radicalmente reperibile – Mi dice questo, ma che cosa vuole? […] Il desiderio dell’Altro viene afferrato dal soggetto in ciò che non quadra, nelle mancanze del discorso dell’Altro, e tutti i perché? del bambino testimoniano meno di un’avidità della ragione delle cose, di quanto non costituiscano una messa alla prova dell’adulto, un perché mi dici questo? sempre risuscitato dal suo fondo, che è l’enigma del desiderio dell’adulto» [J. Lacan (1964), Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, p. 210].
 

 Enunciazione e desiderio dell'Altro 

La domanda rivolta all’Altro potrebbe ricevere una risposta, ma questo non farà altro che spostare la questione di enunciato in enunciato, senza mai assorbire del tutto l’enunciazione, l’intenzione a dire dell’Altro. «La presenza dell’inconscio, situandosi nel luogo dell’Altro, va cercata in ogni discorso nella sua enunciazione» [J. Lacan (1964), Posizione dell’inconscio, in Scritti, vol. II, p. 837].
 
L’operazione della separazione interviene qui per dare al soggetto la possibilità di evitare l’indeterminazione della catena significante. «Se si coglie il soggetto dell’inconscio nella sua nascita nel campo dell’Altro, la sua caratteristica è di essere, sotto il significante che sviluppa le sue reti, le sue catene e la sua storia, in un posto indeterminato» [J. Lacan (1964), Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, p. 204].
 
Nella separazione il soggetto si confronta con la mancanza dell’Altro, che è un punto enigmatico, un punto d’angoscia che scaturisce dal confronto con il desiderio dell’Altro. Lacan dice che la separazione «va a finire in se parere, generarsi da sé» [J. Lacan (1964), Posizione dell’inconscio, in Scritti, vol. II, p. 846].
 

Le due mancanze

Nella separazione il soggetto va a mettere la propria mancanza d’essere nel posto della mancanza dell’Altro: il soggetto mette in gioco l’oggetto a, la parte di sé elisa dal significante, per far fronte al desiderio dell’Altro.
 
Nella separazione il soggetto risponde all’interrogativo sul desiderio dell’Altro chiamando in causa la sua mancanza d’essere, ossia ciò che aveva perduto nel tempo dell’alienazione significante.
Nella faglia aperta dal desiderio dell’Altro «egli vi collocherà la sua stessa mancanza nella forma della mancanza che produrrebbe nell’Altro con la propria sparizione. Sparizione che, se così possiamo dire, ha sottomano, di quella parte di se stesso che gli viene dalla sua alienazione d’origine» [J. Lacan (1964), Posizione dell’inconscio, in Scritti, vol. II, p. 847].
 
Nel tempo logico della separazione le due mancanze si sovrappongono, anzi si intersecano e «grazie alla funzione dell’oggetto a, il soggetto si separa, cessa di essere legato alla vacillazione dell’essere, al senso che costituisce l’essenziale dell’alienazione» [J. Lacan (1964), Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, p. 253].
 
Nel rispondere alla presa del desiderio dell’Altro il soggetto «apporta la risposta della mancanza antecedente, della propria scomparsa, che egli viene a situare nel punto della mancanza intravista nell’Altro. […] Una mancanza ricopre l’altra. Quindi la dialettica degli oggetti del desiderio, in quanto raccorda il desiderio del soggetto con il desiderio dell’Altro – da molto tempo vi ho detto che è la stessa cosa –, questa dialettica passa attraverso il fatto che a essa non viene risposto direttamente. È una mancanza generata dal tempo precedente che serve a rispondere alla mancanza suscitata dal tempo seguente» [J. Lacan (1964), Il seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, p. 210].
 
 
La causa del desiderio
 
Con la manovra che mette in gioco nella separazione il soggetto non colma soltanto la mancanza che incontra nell’Altro, ma recupera innanzitutto quella perdita d’essere che era scaturita dal suo avvento nel campo del significante.
 
La separazione è quindi un ritorno al momento aurorale dell’alienazione, ma dopo esser passati per il campo dell’Altro.
La separazione non è un cammino a ritroso verso l’oggetto perduto, verso un momento mitico in cui il marchio del significante non si è ancora iscritto, la separazione è piuttosto quel processo in cui il soggetto introduce nella dialettica con l’Altro proprio quella parte che era stata tagliata dalla costituzione nel campo dell’Altro. «L’oggetto a in quanto tagliato presentifica una relazione essenziale con la separazione. […] La separazione essenziale da una certa parte del corpo, da una certa appendice, diventa simbolica di una relazione con il proprio corpo fondamentale per il soggetto ormai alienato» [J. Lacan (1962-1963), Il seminario, Libro X, L’angoscia, p. 231]. 
 
Nella parte finale del Seminario L’angoscia Lacan aveva parlato a lungo delle forme dell’oggetto a, aggiungendo lo sguardo e la voce alla serie freudiana dell’oggetto orale, anale e fallico. Nel Seminario XI quest’eccedenza che funziona come resto alla dialettica del soggetto con l’Altro viene inserita in una logica che sigilla la posizione del soggetto in relazione al desiderio dell’Altro. È questa la logica del fantasma.
 
Per qualche spunto in più guarda questo video su alienazione, separazione e logica del fantasma:


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