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Taglio analitico e scrittura clinica

Taglio analitico e scrittura clinica

La scrittura dell’esperienza clinica tocca il rapporto tra oralità e scrittura, ma anche quello tra esperienza e linguaggio.

La scrittura dell’esperienza clinica non riguarda solo la scrittura del caso clinico, ma tocca tutte quelle pratiche che contornano il lavoro quotidiano di tanti operatori che si muovono nell’ambito di servizi e istituzioni dedicate alla cura psichica.

In particolare, ho ben presente la scrittura delle consegne così come può avvenire in una comunità terapeutica dove ad ogni cambio turno ciascun operatore raccoglie gli aspetti salienti dell’esperienza fatta comunicando con i colleghi.

Indice

Costruire il caso clinico

Un altro ambito importante da tenere in considerazione è quello delle tesine scritte dagli specializzandi delle scuole di psicoterapia dove un passaggio essenziale della formazione consiste nello studio di un caso clinico seguito durante il tirocinio.

Sulla scia tracciata da Freud e Binswanger la scrittura del caso clinico rimane ancora oggi un esercizio fondamentale nella formazione degli psicoterapeuti ad orientamento psicodinamico e fenomenologico, nonostante le posizioni più accreditate della ricerca sulla psicoterapia abbiano relegato i casi clinici freudiani allo statuto di aneddoti perché non si basano su dati raccolti mediante procedure metodologiche che permettono di superare i limiti inevitabili della memoria di chi scrive.

Per qualche spunto in più guarda questo video sull'opera L'Io e l'Es di Sigmund Freud.

 

L'Io e l'Es di Sigmund Freud

 

Non è mia intenzione sviluppare in questo spunto una riflessione sull’empirismo della ricerca in psicoterapia, ciò che mi sta più a cuore in questo momento è sottolineare il valore della scrittura del caso clinico come esercizio imprescindibile per imparare a “costruire” il caso clinico in psicoanalisi.

Quando scriviamo diamo un taglio al caso e ricomponiamo i vari aspetti che riguardano:

  • la prospettiva psicopatologica,
  • il processo diagnostico
  • e la direzione della cura.

La scrittura del caso segna il tempo in cui facciamo decantare il vivo dell’esperienza in una pagina scritta.

Per qualche altro spunto guarda questo video sul testo Sogno ed esistenza di Ludwig Binswanger.

 

Le parole e le cose di Michel Foucault 

Inibizione ed enunciazione 

Chi insegna in una scuola di specializzazione in psicoterapia può osservare che la scrittura del caso clinico mette gli allievi in prossimità di una soglia che a volte è difficile varcare perché si ha troppa paura di mostrare le proprie incertezze teoriche o gli inciampi inevitabili della conduzione di una cura. C’è un effetto di inibizione che attraversa questo esercizio di scrittura, probabilmente perché ogni volta che scriviamo siamo chiamati a prendere posizione verso l’Altro a cui ci rivolgiamo.
 
Con la scrittura del caso clinico ciascuno di noi è spinto inevitabilmente a dover scegliere innanzitutto da quale posizione dar voce alla propria enunciazione.
In fondo, i colleghi di cui ci fidiamo e che riteniamo credibili ci fanno capire quello che è successo con il paziente perché quando scrivono sono interessati innanzitutto a interrogare l’esperienza che ci stanno raccontando e nel raccontarcela mettono in secondo piano la tendenza spontanea a voler fare bella figura. E così, dando voce alla parte di sé che ama, assumono la posizione dell’analizzante, ossia di chi interroga e cerca la verità.
 
Scrittura e verità
 
La scrittura non va considerata soltanto come un contenitore del pensiero, ma come il luogo di elaborazione del pensiero stesso.
 
Bisogna considerare la scrittura nel suo farsi, non soltanto come il veicolo della verità, ma come ciò che fa emergere la verità.
E in effetti, se pensiamo ancora al lavoro degli operatori in una comunità, possiamo notare che scrivere le consegne serve soprattutto a chi le scrive prima ancora che agli altri colleghi. In quei venti minuti che precedono la fine del turno un operatore può ritornare sull’esperienza vissuta ritagliando quello che è successo con l’esercizio della scrittura.
 
Svolgendo supervisione in diversi servizi di cura ho osservato che le esperienze fatte senza il momento della scrittura rischiano di non essere assimilate e tante volte rimangono nella “pancia” dell’operatore condizionando in maniera non riflessiva il suo lavoro con i pazienti e i colleghi.
 
Il tempo della scrittura è necessario affinché l’esperienza possa essere trasmessa agli altri e soprattutto affinché l’operatore possa soggettivarla.

Tre tipi di taglio

Ho accennato al fatto che con la scrittura diamo un taglio al caso clinico mettendone in luce gli aspetti essenziali. Possiamo comprendere il cuore della scrittura clinica se distinguiamo tre tipi di taglio.

Il primo taglio è quello che avviene in seduta e che viene raffigurato dall’atto analitico, ossia quell’intervento clinico che è in grado di toccare il Reale del paziente.

L’obiettivo dell’atto analitico è quello di orientare il discorso del paziente verso un cambiamento capace di esprimere la singolarità del soggetto in analisi.

Il secondo taglio riguarda il passaggio dall’esperienza alla pagina scritta. In questo secondo taglio si passa dalla storia alla storiografia.

Scrivere una storia implica una marcatura del tempo, vuol dire generare un passato, circoscriverlo, organizzare il materiale eterogeneo dei fatti per costruire nel presente una ragione, un filo logico con cui organizziamo i fenomeni.

La scrittura di una storia clinica prende gli eventi e li articola e, laddove questo legame non è pensabile, cerca di ipotizzarne delle possibili forme di articolazione.

Nella scrittura del caso si tratta di far convergere la narrazione e le argomentazioni sul cambiamento e sulle scansioni della cura che lo hanno determinato.

Il nostro resoconto clinico non coincide con i fatti della seduta, la selezione dei dati empirici è già un’operazione di taglio tra la realtà e il discorso.

Il discorso (della ricerca) non è la realtà (empirica) così come la fisica non è la natura.

Nella costruzione del caso clinico ci ritroviamo a compiere un taglio, un passaggio non scontato e non standardizzabile che implica un gesto epistemologico che sposta la ricerca psicoanalitica verso il paradigma delle scienze storiche.

Con questo secondo taglio dobbiamo chiederci non tanto quanto la psicoanalisi sia lontana dal paradigma sperimentale, ma quanto il discorso della ricerca psicoanalitica sappia mantenere una ragione flessibile senza perdere il riferimento alla carnalità del linguaggio. È in questo snodo che si apre la necessità di un terzo taglio della scrittura del caso clinico.

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Psicoterapeuta Torino
Nicolò Terminio, psicoterapeuta e dottore di ricerca, lavora come psicoanalista a Torino.
La pratica psicoanalitica di Nicolò è caratterizzata dal confronto costante con la ricerca scientifica più aggiornata.
Allo stesso tempo dedica una particolare attenzione alla dimensione creativa del soggetto.
I suoi ambiti clinici e di ricerca riguardano la cura dei nuovi sintomi (ansia, attacchi di panico e depressione; anoressia, bulimia e obesità; gioco d’azzardo patologico e nuove dipendenze) e in particolare la clinica borderline.

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