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Psicoanalisi lacaniana

La costruzione dell’opera d’arte mette in luce la necessità di sapersi abbandonare e coinvolgere nella propria esperienza soggettiva.

Insight e costruzione in psicoanalisi

In psicoanalisi, ma anche nella psicologia dei processi creativi, si parla di insight per indicare quel momento così affascinante dove l’invenzione si confonde con l’inventore, dove ogni nuova configurazione scaturisce dalle possibilità aperte da un nuovo punto di vista.

Il lampo dell’insight si realizza in seguito a un lavoro di costruzione che lo anticipa senza tuttavia poter garantire la sua realizzazione.

Indice

Insight e costruzione 

In un percorso analitico l’insight dell’analizzante è spesso preceduto da un periodo di gestazione che poi, solo dopo l’insight, può essere letto come un percorso progressivo.
 
In una serie di interventi sul mestiere dell’artista Claudio Strinati ha evidenziato quanto l’opera d’arte sia il frutto di un lavoro di costruzione (cfr. C. Strinati, Il mestiere dell’artista. Da Giotto a Leonardo, Sellerio, Palermo 2007).
 
Questo ci permette di non ridurre il tempo dell’atto creativo a un mero istante fulminante, a quella sorta di folgorazione che sperimentano anche gli scienziati quando scoprono qualcosa di nuovo.

Abbandono e creatività 

La costruzione dell’opera d’arte mette in luce la necessità di sapersi abbandonare e coinvolgere nella propria esperienza soggettiva fin quando la mano diventa intelligente.
 
A questo proposito il pittore e disegnatore Tullio Pericoli scrive: “Vedo affiorare un metodo, il metodo della mia mano, di cui non sapevo niente. Non ne sospettavo nemmeno l’esistenza. Allora mi accorgo che la mano non agisce per puro istinto, che il gesto casuale, puro, non esiste. Che nella mano c’è una sapienza, e insieme, a volte, il peso della sapienza” (T. Pericoli, Pensieri della mano. Da una conversazione con Domenico Rosa, Adelphi, Milano 2014, p. 16).
 
La creatività non si programma a tavolino, ma l’evento inatteso che scompagina il codice non capita a caso.
È necessario partire dalle rive dell’Altro per poter scoprire le cose da soli, avventurandosi in un viaggio che può trovare senso e soddisfazione al di là dell’oggetto a cui si mira.
 
Per qualche spunto in più guarda questo video sull'adolescenza come scoperta della propria vocazione:


 
Così come avviene nella costruzione di un’opera d’arte, anche nel lavoro dell’analizzante è necessario associare i significanti avendo la capacità di partire senza nessuna garanzia in anticipo e di non aver nessuna meta ben definita.
 
Bisogna attraversare un momento in cui si è soli e senza appigli, dove non si è garantiti nelle nostre scelte.
In questo momento non c'è nessun Altro a cui appellarsi per trovare orientamento, dove non si può addebitare la responsabilità della propria rotta a nessun punto di partenza.
 
Allo stesso tempo pur sentendosi responsabili della propria rotta non si può pretendere di avere la sensazione di padroneggiare quel cammino, si è in viaggio ma non si ha la certezza della meta: veri viaggiatori sono coloro che partono per partire, diceva Charles Baudelaire [cfr. C. Baudelaire (1857-1861), Il viaggio, in I fiori del male, trad. it. di G. Bufalino, Mondadori, Milano 1994, pp. 136-141].
 
Il tempo dell'atto
 
Nel tempo del processo creativo siamo trovati dall’evento, siamo presi dalla vita nella vita, nell’evento siamo presi alla sprovvista, non scegliamo ma siamo scelti.
 
Nel “momento presente” ci abbandoniamo alla possibilità di essere abitati dall’estatico, nel tempo della sorpresa siamo svegliati dalla tuché dell’inconscio come quando siamo spiazzati da un lapsus e cadiamo in un inciampo rivelatore del nostro rapporto di fondo con l’esistenza, lì dove abbiamo comunque la possibilità di avvenire come soggetti, lì dove ci perdiamo di vista assumendoci il godimento che siamo.
 
inconscio
 
Quando nella nostra esperienza si genera qualcosa di nuovo siamo riportati al nostro Erleben senza gli ormeggi della nostra capacità di concettualizzare l’esperienza, siamo immersi nel “flusso” del nostro essere senza poterci appellare al riparo significante dell’Altro (cfr. M. Csikszentmihalyi, Creativity: Flow and the Psychology of Discovery and Invention, Harper Perennial, New York 1996).
 
L’atto analitico vuole puntare a rendere possibile l’incontro con questa dimensione del nostro esserci (Dasein). L’atto analitico punta a staccare l’essere dal pensiero, aprendo il soggetto alla possibilità di vivere la propria esperienza prima di ogni interpretazione.
 
Si tratta dell’esperienza del Reale, un’esperienza che lascia una traccia che funziona come un significante zero, prima ancora cioè che al significante sia stato messo il sasso in bocca del significato.
Con l’esperienza del Reale non indichiamo soltanto l’esperienza della scarica pulsionale, ma il vivere momento per momento ciò che siamo, ciò che siamo un attimo prima di rivestire il nostro esserci con le parole.
 
Credo però che allo stesso tempo dobbiamo fare attenzione al fatto che non giungiamo all’esperienza del Reale se non passando per le strettoie del linguaggio, senza il quale non possiamo produrre ciò che entra a far parte del senso e ciò che resta in disparte come quel margine di nuda vita che ci concediamo.
 
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