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Adolescenza, educazione e famiglia

Peter Fonagy e Mary Target hanno dato un contributo fondamentale per comprendere lo sviluppo della funzione riflessiva (mentalizzazione).

Il bambino tra gioco e realtà

La prima infanzia è caratterizzata dalla presenza di due particolari modalità esperienziali, quella dell’equivalenza psichica e quella del far finta. Il bambino, non essendo in grado di comprendere la natura rappresentazionale della sua conoscenza, attua una sorta di equivalenza psichica tra apparenza e realtà, tra mondo interno e mondo esterno. Simultaneamente quando gioca è consapevole di far finta e del fatto che la sua attività immaginativa non ha alcuna relazione con il mondo esterno. In tal caso, il bambino opera invece una distinzione tra gioco e realtà.

Peter Fonagy e Mary Target sostengono che nei primi quattro-cinque anni “le modalità dell’equivalenza psichica e del far finta normalmente vengono sempre più integrate, e si struttura una modalità della realtà psichica riflessiva o mentalizzante” [Cfr. P. Fonagy, M. Target (1996), «Giocare con la realtà. I. Teoria della mente e sviluppo normale della realtà psichica» in P. Fonagy, M. Target, Attaccamento e funzione riflessiva, Cortina, Milano 2001, pp. 137-160].

Indice

Lo sviluppo della funzione riflessiva

Lo sviluppo della funzione riflessiva il bambino riesce a collegare la realtà interna con quella esterna e, al contempo, stabilisce una differenza fra questi due aspetti dell’attività psichica, senza per questo dover necessariamente operare delle distorsioni o scissioni delle sue rappresentazioni mentali.

Una condizione di attaccamento sicuro è la cornice evolutiva necessaria che consente al bambino di esplorare nell’attività ludica i suoi stati mentali riflessi nella mente dell’Altro. Il gioco si rivela un’esperienza prototipica in cui l’armonica partecipazione dell’adulto offre al bambino un legame con la realtà, proponendo l’esistenza di un altro mondo mentale al di fuori del suo. La modalità del far finta, quindi, si configura come una giocosa e ludica circostanza che consente di intervenire sulla realtà esterna.

Nello sviluppo di alcuni bambini avviene un parziale fallimento di quest’integrazione e la modalità del far finta si riduce ad un piano di equivalenza psichica in cui le fantasie e gli affetti assumono esclusivamente carattere di realtà. A questo proposito, Fonagy presenta alcuni frammenti paradigmatici del caso clinico di Rebecca, una bambina di quasi cinque anni. La bambina all’età di quattro anni viene accompagnata dalla madre all’Anna Freud Centre di Londra, riportando “un insieme di sintomi, tra cui incubi ricorrenti, terrori diurni che erano spesso, ma non sempre, connessi a separazioni, un insistente aggrapparsi e altri indizi della sua ansietà come iperattività, aggressività e paura della solitudine e della morte” (ibidem).

Il caso di Rebecca

Il suo trattamento analitico incontra delle difficoltà iniziali poiché da un lato la bambina desiderava la presenza della madre nella stanza d’analisi, mentre dall’altro appariva chiaramente inibita dalla stessa. Fonagy cerca subito di affrontare l’angoscia di Rebecca concentrando le sue interpretazioni sulla paura della bambina di escludere la madre dal rapporto e perdere, per questo, il suo amore. Tutto ciò consente il proseguimento della terapia su un pia­no ludico di realtà in cui la piccola mette in scena le sue angosce e le sue fantasie.

Il gioco di Rebecca evidenzia il bisogno per cui l’analista trasformi le sue idee rigide e fisse in pensieri flessibili e in movimento. Il nucleo qualitativo fondamentale della problematica di Rebecca è caratterizzato da un’incontenibile rabbia verso la madre per non averle dato un padre e dalla vergogna per non essere lei stessa riuscita a trattenerlo. L’analista, in seguito, interpreta la terrificante convinzione, presente nell’inconscio di Rebecca, secondo cui il padre, così come gli occasionali partner della madre e l’analista stesso, fuggono perché spaventati e sconvolti “dalla rabbia violenta e dai voraci, e distruttivi per gli uomini, appetiti sessuali sia di lei che di sua madre” (ibidem).

Grazie alla possibilità offerta dalla presenza dell’analista la bambina impara a “giocare con la realtà”, integrando la modalità del far finta con il riconoscimento degli aspetti reali dei suoi problemi. Infatti, solo giocando con la realtà Rebecca può esplorare la mente dell’analista relativamente al suo far finta sviluppando e mantenendo all’interno di un contesto mentale il desiderio di avere un padre.

Nell’illustrazione di questo caso Fonagy non si esime mai dal sottolineare il carattere fondamentale e trasformativo dell’attività ludica, anche nel corso di un’analisi, che può così aprire ad un’esperienza dialettica tra realtà psichica e realtà materiale.

Occorre dunque riprendere con energia il filo che lega gli esseri umani nel passaggio tra le diverse generazioni, per accorgerci che la vecchiaia segnala la presenza irrimediabile di una dimensione della vita che è fuori commercio e che non esaurisce il suo senso nell’attimo della soddisfazione. Con la sua presenza l’anziano offre la testimonianza del significato di una vita… una vita non da imitare ma che mi ricorda che la vita ha un significato che va al di là del suo valore d’uso.

La costituzione del Sé

Le linee evolutive tracciate dalla presenza dell’Altro possono essere varie e collocarsi su diversi piani d’esperienza, ma nella poliedricità delle espressioni personali rimane imprescindibile il rapporto di significato che il bambino stabilisce con lo sguardo interiore che lo riconosce. In tale prospettiva, l’intervento psicoterapeutico si propone innanzitutto di ri-creare quelle opportunità che la vita ha lasciato in sospeso.

La costituzione del Sé è un processo intersoggettivamente fondato, la cui valenza cruciale non consiste nella possibilità di dare forma alle successive relazioni, bensì nella strutturazione di un sistema di elaborazione psichica che in futuro produrrà rappresentazioni mentali, incluse rappresentazioni di relazioni.

 

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