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Adolescenza, educazione e famiglia

 La scuola e il cervello playboy

La scuola e il cervello playboy

Sappiamo che nei libri di Daniel Pennac[1] l’attenzione viene puntata sul piacere e il desiderio della lettura. Nel libro La scuola raccontata al mio cane di Paola Mastrocola possiamo invece cogliere delle annotazioni che ci dicono quanto sia importante il senso del dovere. La Mastrocola è contraria a «un eccesso di pennacchismo» che oggi sembra attraversare la scuola, inducendo una prevalenza del piacere sul dovere di leggere.

Pennac ci fa comunque capire che il vero apprendimento passa per il ritrovamento del proprio soddisfacimento nell’attività di studio. Si tratta di un piacere che non è solo piacere, perché in realtà richiede anche momenti di studio e applicazione. Un’applicazione che, sebbene rischi di soffocare la cosiddetta libera espressione, si fa garante della possibilità di scoprirsi presenti in prima persona nelle cose che si fanno. La riflessione della Mastrocola ci permette di evidenziare come ciò possa accadere solo attraverso un rapporto virtuoso con il limite che non deve configurarsi come un’imposizione fine a se stessa, ma deve essere finalizzato a circoscrivere un percorso simbolico che dia una bussola al proprio soddisfacimento.

Nelle indicazioni di Paola Mastrocola viene evidenziato più da vicino in che modo il piacere di cui parla Pennac dipenda da un vincolo, dall’applicazione e dallo studio. E la scuola rappresenterebbe appunto il luogo dove poter elaborare il proprio particolare modo di mettere in relazione desiderio e dovere, creatività e impegno.

Nel periodo storico che viviamo osserviamo però una trasformazione del senso di questo messaggio. Oggi infatti il legame tra il desiderio del soggetto e il campo dell’Altro è sempre più labile, la scuola fa fatica ad essere il luogo dove il soggetto possa trovare, attraverso il viaggio nel sapere, l’occasione per darsi un fondamento nel proprio desiderio. La scuola diventa piuttosto un luogo dove viene innanzitutto promosso l’adattamento alla realtà e ai tempi moderni. Paola Mastrocola sottolinea che oggi la scuola si trova a competere con una società dove il modello vincente viene rappresentato da un cervello playboy, capace di navigare tra diversi input e diverse informazioni, che necessariamente non possono che essere superficiali.

Il tempo della lettura e dello studio non viene più concepito come funzionale allo sviluppo delle competenze adatte per vivere nell’epoca contemporanea. In effetti studiare «vuol dire applicarsi con zelo, passione e costanza a una certa cosa»:[2] si tratta di un modo di rivolgersi alla realtà che risulta inattuale perché quello che viene richiesto oggi è di essere dinamici e flessibili, estremamente adattabili come il software di un computer.

Se le richieste e i modelli socio-culturali dominanti privilegiano la capacità di oscillare nella molteplicità degli stimoli, come farà un insegnante a chiedere ai suoi allievi di studiare? In che modo la scuola e il discorso educativo che la attraversa potrà svolgere la sua funzione di formazione?

La scuola rischia di diventare uno specchio della realtà sociale e virtuale: una scuola aperta e flessibile che sta al passo con i tempi, dove però il giovane, non incontrando nessun limite, si comporta in modi così eclatanti – si pensi agli atti violenti e ai fenomeni di bullismo – che fino a qualche tempo fa sembravano inconcepibili.

La fluidità promossa dal discorso sociale e dalla realtà virtuale non può che produrre un calo della motivazione degli studenti, che in effetti quando vogliono trovare forme e linguaggi che siano in sintonia con la contemporaneità si rivolgono non alla scuola ma ai nuovi oggetti che la civiltà propone: parafrasando una riflessione dello psicoanalista Angelo Villa, potremmo dire che la società ci dà i suoi giocattoli e ci assegna anche il gioco.[3]

La questione che si pone allora per ogni insegnante può essere espressa da una delle 22 domande che lo scrittore francese François Bégaudeau elenca nel romanzo La classe: «Come motivare e far lavorare efficacemente gli studenti?»[4]

Tale questione sposta il focus dei nostri argomenti sulla responsabilità degli insegnanti e degli educatori nella trasmissione e nella testimonianza del desiderio. In che modo gli insegnanti mettono in gioco il proprio desiderio, la propria passione per gli autori e i testi che sono stati per loro significativi?
 
 
 
 

[1] D. Pennac (1992), Come un romanzo, trad. it. di Y. Melaouah, Feltrinelli, Milano 1993 (2007); D. Pennac (2007), Diario di scuola, trad. it. di Y. Melaouah, Feltrinelli, Milano 2008.
[2] P. Mastrocola, La scuola raccontata al mio cane, Guanda, Parma 2004, p. 158.
[3] Cfr. A. Villa, Il bambino adulterato. Psicoanalisi e questione infantile: ipotesi di lettura, Franco Angeli, Milano 2008.
[4] F. Bégaudeau (2006), La classe, trad. it. di T. Lo Porto e L. Pieri, Einaudi, Torino 2008, p. 44.

Per approfondimenti si rimanda al libro La generatività del desiderio. Legami familiari e metodo clinico, pref. di C. Pontalti, Franco Angeli, Milano 2011.

 
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