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Psicoanalisi e fenomenologia

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Nell’incontro con i soggetti borderline il terapeuta è una sorta di segretario della funzione esplorativa.

Variazioni del setting e campo gruppale

Nel pensiero clinico di Corrado Pontalti viene data molta importanza alla scelta di un setting che sia in grado di configurare le condizioni di possibilità affinché il processo simbolopoietico possa essere favorito.

Non ci sono setting corretti a priori. È necessario assumere una “mobilità di valutazione” e una conseguente “mobilità di variazione del setting” in modo da stimolare nuove significazioni possibili che possano connettere e districare i tre registri della relazioni familiari (relazioni attuali, relazioni storiche, relazioni fantasmatiche).

 

Indice

A ciascuno il suo progetto

Come scrive Pontalti: "ogni situazione richiede il suo progetto e richiede soprattutto una estrema duttilità di gestione sull’interfaccia del campo terapeutico e del campo familiare (Pontalti, 1998). Esprimo questa convinzione con l’affermazione che il costrutto setting è un operatore psichico del terapeuta il quale deve valutare, momento per momento, le variabili in gioco, in modo da modificare il suo set formale per garantire sempre la stabilità evolutiva delle matrici gruppali dei campi familiari. La stabilità garantisce che la relazione terapeutica non susciti angoscia intollerabile in nessun punto del campo mentale (non nel paziente ne nei familiari) e garantisce che le situazioni di impasse siano gestibili non solo da lui ma anche dalla rete relazionale che si presenta spontaneamente nel campo terapeutico o che può essere convocata per elaborare strumenti condivisi efficaci al proseguimento della terapia" (Cfr. C. Pontalti, “Campo familiare-campo gruppale: dalla psicopatologia all’etica dell’incontro”, Gruppi, 2000, 2, pp. 35-50).

Tale posizione epistemologica si fonda sulla tesi in base a cui la “funzione esplorativa” – che si nutre della “funzione simbolopoietica” – non è il patrimonio individuale ed esclusivo di una persona, ma è piuttosto “una proprietà comunitaria in quanto richiede per potersi attivare la compresenza di funzioni di mediazione e di persone che le incarnino ed esercitino” (Cfr. C. Pontalti, “Disturbi di personalità e campi mentali familiari”, Rivista di Psicoterapia Relazionale, 1999, 9, pp. 25-43).

In tale prospettiva il terapeuta, nell’incontro con i soggetti borderline, svolge la funzione di “operatore comunitario di mediazione”: è una sorta di segretario della funzione esplorativa.

Il lavoro con la rete familiare e con il gruppo di appartenenza mira dunque a stimolare la funzione virtuosa del legame intersoggettivo.

Il famigliare viene così inteso non solo come il luogo dove si sedimentano le matrici di senso della persona, la storia e la trama di relazioni che la precede e che ne caratterizza la posizione simbolica.

Il famigliare è anche il luogo dove si può imparare a vivere separati, è il luogo dove si impara a superare il confine endogamico delle relazioni per esplorare la dimensione del transito verso un “nuovo” avvenire.

Nella prospettiva di Pontalti il terapeuta è un "operatore dei confini”, del confine che apre una possibilità di esistenza per il nuovo.

Come ha scritto Pontalti (insieme a due allievi), si tratta "di assumere la seguente responsabilità terapeutica: quella di porsi quali operatori dei confini che diventano competenti dei transiti dei pazienti dei quali si assume la responsabilità.

Stiamo affrontando dunque il tema della gestione e cura dei confini. I confini sono territori sia di demarcazione che di transito, sono anche territori “confusi”, luoghi di sovrapposizione un po’ di tutti e un po’ di nessuno, nei quali è più visibile l’attraversamento. I sistemi di cura che si fondano in apertura in genere presidiano i confini, anche se con fatica. Quelli autoreferenziali si tengono ben lontani dai confini, all’interno di territori sicuri e fortificati. (Cfr. L. D’Elia, C. Pontalti, M. De Crescente, “Rete istituzionale e rete naturale. Clima terapeutico e cura dei confini nelle comunità terapeutiche”, 2000).

Per qualche spunto in più guarda questo video sull'essere intercessori dell'evento:


Il compito della clinica gruppoanalitica

Il compito del clinico è quello di mettersi al servizio dell’irrappresentabile e del non ancora nato. In questa cornice gruppoanalitica il cambiamento terapeutico viene concepito come la possibilità per il paziente di trasformare il proprio modo, il proprio stile nell’abitare il posto simbolico da cui è partito.

Il lavoro terapeutico mira dunque a ristabilire un ordine simbolico che sia in grado di tenere insieme il filo delle generazioni e i confini delle varie comunità.

Il coinvolgimento della rete familiare nell’impostazione terapeutica è volto a creare delle connessioni tra campi mentali che nei soggetti borderline è confuso e frammentato. Attraverso la mobilitazione delle relazioni attuali si prova a sostenere un nuovo modo di narrare la storia personale e famigliare.

Per qualche spunto in più sulla differenza tra nevrosi, psicosi e borderline guarda questo intervento su Essere soli, ma non senza l'Altro:


 

Il misconoscimento delle matrici di senso che permeano i legami famigliari viene curato attraverso una serie di incontri che raccolgono tutte quelle variabili che, a volte, non possiamo mai conoscere solo sulla base del racconto olofrastico-alessitimico del singolo paziente.

La narrazione del famigliare e delle appartenenze gruppali ha il duplice scopo di connettere attraverso una trama le vicissitudini e le esperienze di vita e di costruire codici per rendere comprensibile “ciò che è nuovo, quel nuovo che si pone al confine di situazioni diverse” (Cfr. C. Pontalti, “Epistemologia gruppale e trattamento del disturbo borderline di personalità”, relazione presentata al Convegno "Gruppi in gioco" - Roma, 9 giugno 2001).

Si situa in questo snodo del pensiero di Pontalti la declinazione clinica del concetto di “generatività”: "generare, per il clinico, significa quindi generare, nelle situazioni nelle quali interveniamo, nuove competenze mentali e nuove responsabilità etiche per la salvaguardia di ciò che la generatività ha comunque fatto esistere nella sua 'materialità irriducibile'" (Cfr. C. Pontalti, “Epistemologia gruppale e trattamento del disturbo borderline di personalità”, relazione presentata al Convegno "Gruppi in gioco" - Roma, 9 giugno 2001).

Nella prospettiva di Pontalti il campo terapeutico viene aperto alla possibilità di dialogo con i familiari e le persone con cui il paziente vive e si rapporta, affinché – soprattutto nei casi gravi – possa emergere una significazione che per il soggetto rappresenta non la lacerazione dell’identità ma l’assunzione della complessità che determina la sua divisione fondamentale da ogni forma di mono-appartenenza.

Tali mono-appartenenze sono sempre a rischio di “patologie autoimmuni”, dove la malattia è causata da un eccesso di identità, ossia da una saturazione-seclusione dei campi mentali.

È a partire da questa strutturazione del concetto di “persona” e di “malattia mentale” che Pontalti incontra i suoi pazienti e ascolta le loro storie di vita, seguendo dei principi condivisibili che tentano il più possibile di sintonizzarsi con il reale del soggetto.

Per qualche spunto in più guarda questo video su clinica del vuoto e trattamento della famiglia:


 

Per un quadro ragionato del pensiero clinico di Corrado Pontalti si veda il capitolo "Il simbolico e l'azione terapeutica" del libro La generatività del desiderio di Nicolò Terminio.

Per approfondire l'intreccio tra psicoanalisi e fenomenologia vedi anche altri due testi di Nicolò:

borderline
 
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