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Psicoanalisi e fenomenologia

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Corrado Pontalti sostiene una posizione di ascolto che valorizza il sapere di cui il paziente si fa portatore.

L'incontro clinico tra fenomenologia e gruppoanalisi

Nell’incontro clinico possiamo correre il rischio si seguire esclusivamente un approccio psicopatologico che consiste nella categorizzazione dei fenomeni osservati o, in altri casi, di appoggiare le nostre inferenze a un uso dei modelli e delle teorie psicoanalitiche che riconduce il non ancora conosciuto del soggetto al già saputo della teoria.

Le varie parrocchie del mondo “psi” rischiano infatti di alimentare un approccio alla persona che tende a escludere ciò che non si lascia addomesticare dal proprio modello di riferimento. È a partire da tale considerazione che Corrado Pontalti sostiene una posizione di ascolto che nella clinica valorizza il sapere di cui innanzitutto si fa portatore il paziente.

 

Indice

Trame simboliche e campi gruppali

Pontalti considera il paziente come "narratore privilegiato di una storia fatta di relazioni, di connessioni significanti, di saperi a me del tutto preclusi non solo all’inizio ma sicuramente per molto tempo del mio cercare percorsi che sedimentino il coacervo in trame simboliche. Molti sono i campi gruppali che si dispiegano davanti a me fin dal primo colloquio, campi di cui solo l’interlocutore ha il filo di Arianna: lo ha comunque, per quanto tortuoso sia il suo percorso di vita mentale; sa di avere un sapere che è fondativo per lui ed essenziale per me terapeuta in ogni incontro nella relazione di aiuto" (Cfr. C. Pontalti, “Campo familiare-campo gruppale: dalla psicopatologia all’etica dell’incontro”, 2000).

Il sapere da elaborare in una cura non è quindi collocato dalla parte dell’operatore “psi” e della sua teoria di riferimento. Il sapere e le trame narrative (le concatenazioni di significanti) da esplorare in seduta trovano il loro fondamento nel discorso del paziente. È da lì che Pontalti parte per ogni transito terapeutico.

L’alleanza con il paziente non si fonda su un patto tra coscienze, ma su una questione: ciò che crea ancoraggio nella cura è la questione che anima il soggetto e la sua rete relazionale.

Come scrive Pontalti: “Le persone vivono in ambientazioni umane ognuna delle quali ha codici di significazione peculiare e mutevoli nel tempo; ogni ambientazione è importante per il sentimento di identità e di comprensibilità della propria esperienza soggettiva (Erlebnis come esperienza vissuta secondo la psicopatologia fenomenologica). La famiglia, la scuola, il mondo del lavoro, la socialità amicale sono contemporaneamente ambienti psicologici, affettivi ed organizzazioni socio-antropologiche (Pontalti, 2001). Sono in sé campi gruppali ad alta pregnanza simbolica. Definire tali gruppalità come campi simbolici significa che sono costituite da continui rimandi ed evocazioni di senso rispetto alla propria personale esperienza di senso sedimentata nella storia dello sviluppo. L’insieme di queste caratteristiche è da noi definito campo mentale (Pontalti et all., 1993)” (Cfr. C. Pontalti, “Persone e gruppi: il lavoro ambulatoriale nella psichiatria pubblica”, 2002).

Per qualche spunto in più guarda questo video sull'ascolto dell'Altro del soggetto:


La posizione etica del clinico

La vera molla dell’azione terapeutica risiede nella partecipazione attiva (analizzante) del soggetto che entra nella cura. Pontalti tiene molto a precisare che non è il paziente a dover entrare nel dispositivo della cura, ma è piuttosto il terapeuta a dover entrare nel “campo mentale” del paziente sapendo declinare le coordinate e i principi della cura in modo da rispettare la soggettività del paziente

È in questo nodo concettuale che possiamo assimilare questa posizione di ascolto a un atteggiamento “senza memoria e senza desiderio” (Bion). Dire “senza memoria e senza desiderio” può essere forse equiparato all’atteggiamento conoscitivo degli psicopatologici di matrice fenomenologica, che, ispirandosi a Husserl, parlano di “messa in parentesi” (epoché)  del proprio mondo. 

Il punto cruciale che riguarda la posizione etica del clinico riguarda dunque la necessità di non incarnare un Altro che faccia del paziente o un oggetto del proprio sapere o un oggetto del proprio amore e/o della propria angoscia. È sul crinale di una posizione difficile da tenere che si snodano le riflessioni epistemologiche di Pontalti sull’uso clinico delle teorie e dei modelli.

Per qualche spunto in più guarda questo video su soggetto e rettifica dell'Altro:


 

Per un quadro ragionato del pensiero clinico di Corrado Pontalti si veda il capitolo "Il simbolico e l'azione terapeutica" del libro La generatività del desiderio di Nicolò Terminio.

Per approfondire l'intreccio tra psicoanalisi e fenomenologia vedi anche altri due testi di Nicolò:

borderline
 
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