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Psicoanalisi e fenomenologia

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Pontalti oppone al riparo offerto di una ragione assoluta la necessità di pensare alla clinica “caso per caso”.

L'umanità della teoria tra fenomenologia e gruppoanalisi

Come ben sottolinea Corrado Pontalti, lo “stile” e la “persona” del terapeuta sono degli elementi ineludibili nella conduzione della cura e nella valutazione di ogni relazione che cura: il terapeuta non può ripetersi sempre uguale a se stesso, ma deve ogni volta saper declinare il proprio stile terapeutico mantenendo come vincolo etico e scientifico il reale contesto della cura, nonché la singolarità dei soggetti che incontra.

L’ascolto che non satura discende da una prospettiva epistemologica che non vuole assolutizzare i modelli. Il rapporto tra clinica ed etica implica quella dimensione che Husserl definiva “umanità della teoria”.

 

Indice

Senza standard ma non senza principi

Il setting non è una serie di clichés da applicare in modo standard, poiché chiama in causa la possibilità di pensare e accogliere l’incontro con l’Altro.

“Senza standard ma non senza principi” diremmo in una prospettiva lacaniana e con le parole di Colette Soler: "Il “Come fare?” resta a carico dell’analista perché non c’è una regola fondamentale che glielo dica. C’è dunque, iscritta nel dispositivo freudiano, un’apertura tra il sapere e l’analista quanto alle finalità del suo intervento e alla realizzazione di esso. […] Lasciava forse Freud la porta aperta a una pratica senza regole? È una questione mal posta, che l’insegnamento di Lacan ci permette di rivedere, perché la questione giusta è quella di sapere cosa giustifichi queste regole. Il problema non è allora: standard o no, ma piuttosto: valido o no" [Cfr. C. Soler (1984), “Standard non standard”, in J. Lacan et al., Il mito individuale del nevrotico, 1986, p. 170].

Tale assenza di una regola standard che leghi teoria e prassi, ricerca e clinica mostra che non c’è un modello per applicare i modelli, che non c’è una regola che ci dica come applicare le regole, per dirla con Wittgenstein.

L’utilizzo delle cosiddette “linee guida” chiama in causa un gap, uno iato tra la nozione e il suo uso. Tale gap riguarda anche la differenza tra teoria e prassi: si colloca nello spazio aperto da questo iato la responsabilità etica e scientifica dell’operatore “psi”.

Per qualche spunto in più guarda questo video su psicopatologia, teoria del linguaggio e soggetto:


 

Caso per caso

Nelle sue riflessioni Pontalti si schiera contro quelle teorie che identificano la causa di una patologia individuando il colpevole, sia esso un gene egoista o un genitore schizofrenogeno:

"Sarebbe interessante esporre una analisi di come i modelli interpretativi dei disturbi psichiatrici, nella loro apparente scientificità, siano in realtà difese istituzionali rispetto all’angoscia della impredicabilità delle cause e all’angoscia della estrema difficoltà per la mente umana nel non attribuire relazioni lineari tra gli eventi.

La formazione dell’operatore e il suo itinerario professionale avvengono tramite acquisizione di modelli, paradigmi e procedure (tecniche) ben ancorate ad attribuzioni etiologiche. Poco importa che la 'causazione' sia biologica (cromosomi e mediatori biochimici) o psicologica (madri simbiotiche, padri assenti, stallo di coppia, famiglia rigida, etc.. etc..); viene comunque identificata e proposta. L’operatore psi può quindi proteggersi dall’angoscia riferendosi ad un preteso sapere scientifico 'ritenuto neutro, dimostrato', che non occorre più interrogare quale difesa collettiva ma che può essere utilizzato per piegare l’interlocutore – paziente ed i suoi familiari entro il proprio campo semantico e progettuale" (Cfr. C. Pontalti, “Campo familiare-campo gruppale: dalla psicopatologia all’etica dell’incontro”, Gruppi, 2000, 2, pp. 35-50).

Pontalti oppone quindi al riparo offerto di una ragione assoluta la necessità di pensare alla clinica “caso per caso”. Un metodo piuttosto che un sapere già saputo.

Il rigore concettuale della prassi trova i suoi vincoli in una prospettiva epistemologica che da un lato esce dal mito scientista di una soluzione terapeutica che vale come verità universale, dall’altro valorizza la necessità di porsi in un ascolto che sappia essere consapevole della singolarità della persona e del suo mondo:

"“Come bene ci insegna il lungo percorso filosofico e clinico della Psicopatologia Fenomenologica il costrutto ‘essere nel mondo’ non rimanda alla concezione di una pienezza solipsistica rispetto ad una generica Alterità chiamata ‘Mondo’ (Di Petta, 2003). Mondo significa ‘molti mondi’; i mondi sono abitati da persone ed intessuti da matrici di senso che sono spesso transpersonali, cioè rimandano ad altre storie, ad altre configurazioni, ad altre strutture. Diventa così evidente, in modo icastico, che il costrutto ‘Persona’ può differenziarsi dal costrutto ‘Individuo’ solo comprendendo che l’esperienza di essere persona rimanda alla complessità sopra delineata. Siamo ‘Persona’ se esistiamo nella trama di tante complessità ‘mondane’, sia come sentimento di esperienze (Erlebnis), sia come competenza di attraversarle significandole (simbolopoiesi) nel loro fluire durante la vita (Ballerini, 2003)” (Cfr. C. Pontalti, “Prospettiva multipersonale in psicopatologia. Connessione o lacerazione dei contesti di vita?”, in G. Lo Coco, G. Lo Verso, La cura relazionale. Disturbo psichico e guarigione nelle terapie di gruppo, Cortina, Milano 2006, pp. 123-146).

Le riflessioni sulla cautela nell’utilizzo della teoria e del sapere del clinico non devono però essere confuse con un invito a un eclettismo teorico-clinico che mira a integrare diverse prospettive in un polpettone concettuale che prende spunti qua e là.

Leggendo i lavori di Pontalti emergono infatti da un lato le preoccupazioni epistemologiche e dall’altro la necessità di fondare e definire chiaramente un modello di intervento clinico che possa tener conto della complessità e della particolarità di ogni incontro clinico.

In diversi contributi Pontalti sostiene che "la nostra epistemologia debba ancorarsi fortemente alla necessità di comprendere i codici di senso del paziente e del suo contesto familiare, comunitario e storico. Quindi non il paziente deve entrare nel nostro campo mentale, nel nostro territorio modellistico, ma noi dobbiamo ‘cercare’ il paziente nel suo territorio, nelle sue appartenenze, nelle vicissitudini della sua storia e del senso che la storia ha rappresentato per lui e per le trame delle sue appartenenze” (Cfr. C. Pontalti, “Disturbi di personalità e campi mentali familiari”, Rivista di Psicoterapia Relazionale, 1999, 9, pp. 25-43).

Per qualche spunto in più guarda questo video sui dispositivi di vulnerabilità:


 

Per un quadro ragionato del pensiero clinico di Corrado Pontalti si veda il capitolo "Il simbolico e l'azione terapeutica" del libro La generatività del desiderio di Nicolò Terminio.

Per approfondire l'intreccio tra psicoanalisi e fenomenologia vedi anche altri due testi di Nicolò:

borderline
 
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