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Psicoterapia psicodinamica

Nella psicosi tra l’Altro e il soggetto manca un Terzo che possa fare da garante del rapporto.

La forclusione del Terzo e la fiducia nell’Altro

La questione del Terzo rimanda alla clinica della psicosi, che è ben diversa dalla clinica della nevrosi. Nella psicosi tra l’Altro e il soggetto manca un Terzo che possa fare da garante del rapporto.

Più precisamente possiamo incontrare nella storia dei pazienti psicotici l’assenza o il rigetto di qualcuno o qualcosa che sia stato in grado di disciplinare e modulare il desiderio dell’Altro nei confronti del soggetto. La condizione di assoggettamento è costituita allora dal fatto che nessun Terzo potrà interporsi in questo rapporto duale dove il soggetto si sente completamente sottoposto alla volontà dell’Altro.

 

Se manca il Terzo

Se manca un Terzo che si interpone tra soggetto e Altro, allora l’Altro apparirà senza vincoli non solo rispetto alla sua volontà ma anche rispetto al senso che possono prendere le sue parole e le sue azioni.
 
Il Terzo modulatore consentirebbe infatti di interpretare le intenzioni dell’Altro, di ordinarle e di riferirle a un insieme più ampio.
 
Se manca il Terzo il soggetto si trova a recepire una serie di messaggi e di azioni senza avere però il codice per decodificarle.
Nella clinica della psicosi il nostro compito terapeutico dovrà allora realizzarsi per introdurre una dimensione terza tra soggetto e Altro. Ciò che può pacificare uno psicotico è la presenza di un Terzo che sappia dare un posto definito all’Altro.
 
A questo proposito ricordo un episodio accaduto durante uno stage in una comunità per pazienti psicotici a Bruxelles. Eravamo lì in cucina e mentre alcuni pazienti sbucciavano e tagliavano verdure e ortaggi io ero fermo lì a guardarli, ma dopo qualche minuto una paziente si voltò verso di me e agitando un coltello si mise a urlarmi in faccia: non ricordo per nulla cosa mi stesse dicendo, per fortuna in quel momento un operatore con molta calma le disse che aveva ragione e nel frattempo mi diede un pomodoro in mano dicendomi di tagliarlo, la paziente si acquietò subito e continuammo a tagliare pomodori uno a fianco all’altra.

 

La resa del terapeuta

Nella clinica della psicosi è fondamentale che il paziente percepisca la resa del terapeuta, perché la resa dell’Altro rassicura il soggetto psicotico sul fatto che esiste un Terzo che regola o media la relazione.

“La resa – come scrive la psicoanalista Jessica Benjamin – comporta libertà da ogni intenzione di controllare o costringere qualcuno a fare qualcosa” (cfr. J. Benjamin, Il riconoscimento reciproco. L’intersoggettività e il Terzo, 2019, p. 34).

È questa la garanzia fondamentale nel rapporto con lo psicotico. Nella cura della psicosi potremmo dire che è la resa del terapeuta che fa esistere il Terzo. Nella nevrosi invece possiamo pensare a un rapporto dialettico tra resa e costruzione di un Terzo condiviso.

Le riflessioni relative al transfert mostrano che l’alleanza terapeutica consente di fare dell’inciampo un nuovo passo nella relazione.

L’alleanza in questa ottica è il lavoro di costruzione di un Terzo che infonde la fiducia necessaria per abbandonarsi. E grazie all’esperienza del “lasciar andare il sé”, grazie alla destituzione soggettiva, può essere superata la lotta hegeliana per il riconoscimento e giungere finalmente al riconoscimento reciproco dove, come scrive il poeta Mak Dizdar:

la via da te a me

Non è uguale alla via

Da me

A te

[devo al collega e amico Aldo Becce la conoscenza di questi versi di Mak Dizdar (poeta bosniaco, 1917-1971). La citazione proviene dal libro Bon voyage (Nuova Dimensione, Portogruaro 2003) dello scrittore bosniaco Božidar Stanišić].

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