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Psicoanalisi lacaniana

Nella nostra pratica clinica dobbiamo saper trovare la via per risvegliare l’apertura verso la creatività.

Il discorso dell’università secondo Lacan

Nel discorso dell’università troviamo il sapere (S2) in posizione dominante e l’oggetto a che rappresenta la singolarità del plusgodere viene collocato nel luogo dell’Altro. In questo discorso possiamo osservare un movimento che intende installare il singolare in una posizione universale.

Quando il sapere è in posizione di agente l’attività che viene promossa mira a situare a nel luogo dell’Altro. Da questo processo viene prodotto e scartato il soggetto ($). Quello che viene dunque mostrato dal discorso dell’università è un movimento di elaborazione che ponendo la singolarità di a nel luogo dell’Altro produce come resto inassimilabile il soggetto ($).

Indice

Il cigno nero

L’attività promossa dal sapere (S2) implica un processo induttivo che può assomigliare alla precisa e paziente catalogazione delle varie differenze, tale processo però è destinato a inciampare su un resto che in questo caso è costituito dalla soggettività del paziente che incontriamo.

Nella nostra esperienza professionale possiamo ritrovare la tentazione del discorso dell’università ogni volta che vogliamo costruire un insieme omogeneo di pazienti, una categoria in grado di contenere nel luogo dell’Altro le differenze.

Proviamo per esempio a immaginare la predisposizione di alcuni target clinici su cui calibrare il lavoro di tre comunità terapeutiche che si trovano nella stessa regione. Lo studio della popolazione clinica compiuto seguendo la logica del discorso dell’università proverà a distinguere tre tipi diversi di patologie da destinare a tre comunità diverse.

In questo modo vedremo che il plusgodere viene collocato nel luogo dell’Altro diventando un caso particolare di una certa patologia o categoria di problemi clinici e sociali. Le patologie o psicopatologie costruite secondo il metodo induttivo assomiglieranno tanto alle tre strutture comunitarie.

Il luogo dell’Altro assomiglierà alle tre strutture dove di volta in volta ospiteremo i nostri pazienti. Il movimento discorsivo sarà quello di far accomodare i pazienti nei vari ambienti che avremo arredato con le nostre procedure.

Otterremo così tre insiemi psicopatologici: quello con i pazienti bianchi, quello dei rossi e quello dei verdi. Immancabilmente succederà che incontreremo un paziente blu e così il nostro impianto vacillerà ed entrerà in crisi. E magari, durante una pseudo-discussione clinica a qualcuno verrà da pensare che la crisi dipende dalla scarsa aderenza del paziente all’appartamento psicopatologico che gli è stato destinato.

Ci troveremo a discutere riducendo la nostra funzione clinica a quella di un albergatore che non sa dove mettere gli ospiti fuori lista. E così il paziente blu sarà lo scarto che verrà prodotto dal nostro discorso dell’università. Il soggetto scartato dal discorso dell’università è quel paziente che esce fuori dalle statistiche, è il residuo del nostro tentativo di abbinare il suo plusgodere all’attività dell’Altro. Sarà il cigno nero che macchierà l’insieme dei cigni bianchi.

Sapere già saputo 

Di fronte al $ prodotto dal discorso dell’università il sapere (S2) che sta in posizione di agente risulterà come un sapere già saputo.

Nel discorso del padrone il sapere è la catena significante che abita nel luogo dell’Altro; nel discorso dell’isterica il sapere che viene prodotto può aggiungere un nuovo senso oppure può risultare irrilevante per l’avanzamento del sapere, ma è comunque qualcosa di nuovo; nel discorso dell’analista il sapere è nel luogo della verità, è un sapere rimosso che viene supposto; nel discorso dell’università il sapere è invece un sapere che è sembiante della verità di padrone che viene misconosciuto.

Il discorso dell’università è un movimento dove il sapere orienta un lavoro che vuole mettere l’oggetto a in attività nel luogo dell’Altro. È un modo per catalogare le differenze e per introdurre la singolarità in un panorama universale, ma il prezzo che si paga è l’esclusione di quello stesso soggetto ($) che alimenta invece il discorso dell’isterica.

Il rovescio del discorso dell'università

Il discorso dell’isterica è il rovescio del discorso dell’università perché mira a produrre un sapere nuovo interrogando i significanti padroni. Da questo punto di vista il discorso dell’isterica è omologo a quello del ricercatore scientifico che continua a interrogare e a mettere in discussione le conoscenze stabilite per rilanciare la produzione di sapere che porti un valore aggiunto. L’isterica non è a servizio di un sapere già consolidato perché intende produrre un sapere nuovo. «Seguendo l’effetto del significante-padrone, il soggetto isterico non è servo» [J. Lacan (1969-1970), Il seminario, Libro XVII, Il rovescio della psicoanalisi, p. 112].

Il discorso dell’isterica non indica un esercizio universitario di codifica dell’esistente, ma è piuttosto un movimento che mette in discussione quegli stessi significanti padroni (S1) che il discorso dell’università rimuove e di cui si fa agente. L’isterica rovescia la posizione dell’universitario perché fa della propria mancanza di padronanza ($) l’agente che spinge verso la ricerca di un nuovo sapere.

Il discorso dell’universitario rappresenta allora per noi il rischio di dare per scontati (rimuovendoli) i significanti padroni (S1) della nostra pratica clinica. È il discorso che può essere sotteso a un certo modo di praticare la psicoanalisi dove ci siamo ormai seduti su dei presupposti che abbiamo smesso di interrogare, utilizzando il nostro sapere come un sapere già saputo che però non ci fa incontrare il soggetto diviso dal significante, il soggetto diviso dalla verità dell’inconscio.

Il discorso dell’universitario facilita una pratica routinaria che rimane però sempre sconvolta dall’emergenza della soggettività del paziente. È il discorso del sonno della creatività. Nella nostra pratica clinica dobbiamo invece saper trovare la via per risvegliare l’apertura verso la creatività. Solo in questo modo saremo capaci di un atto sensibile alla verità dell’inconscio. «E perché, dunque, non sottoporre questa professione alla prova di quella verità di cui sogna la funzione chiamata inconscio, con cui essa va trafficando? Il miraggio della verità, da cui ci si deve attendere solo la menzogna (è quella che in termini educati viene chiamata resistenza), ha come termine solo la soddisfazione che segna la fine dell’analisi» [J. Lacan (1976), Prefazione all’edizione inglese del “Seminario XI”, in Altri scritti, pp. 564-565].

 

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