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Lacan forclusione fallo

Lacan e la forclusione: metafora paterna e significante del fallo

Nel complesso di Edipo il Nome del Padre funziona come una metafora perché il meccanismo della metafora sostituisce un significante con un altro significante.

METAFORA PATERNA E FALLO. Il Nome del Padre funziona come operatore Terzo tra il bambino e la madre perché permette al bambino di comprendere l’intenzionalità relazionale della madre nei suoi confronti.

Il Nome del Padre svolge una funzione di simbolizzazione del desiderio enigmatico della madre verso il bambino. All’inizio il bambino non ha nessun codice interpretativo esterno attraverso cui decifrare i messaggi della madre e il Nome del Padre gli dà l’accesso a questo codice esterno. Entra qui in gioco il significante del fallo: il fallo è quel significante attraverso cui il Nome del Padre interpreta la cifra enigmatica del desiderio della madre.

Attraverso la presenza del significante del fallo il bambino comprende che il desiderio della madre non è tutto rivolto a lui. Il bambino sente che non è totalmente ostaggio del desiderio della madre perché la madre si rivolge a qualcos’altro, che è rappresentato dal significante del fallo.

È importante fare attenzione più alla logica che viene indicata dal significante del fallo che alle immagini che può evocare in ciascuno di noi.

Con il concetto del “significante del fallo” possiamo intendere quel qualcosa che va al di là del bambino, quell’altrove che conduce la madre al di là della relazione con il bambino.

La presenza del significante del fallo costituisce per il bambino un momento di castrazione perché il bambino capisce che non è più lui il fallo immaginario nella relazione con la madre: il fallo è altrove. E la presenza di questo altrove, indicata dal significante del fallo, rompe l’incantesimo immaginario che sembrava far coincidere il bambino con ciò che è in grado di colmare la mancanza della madre.

Esiste quindi nella vicenda infantile di ogni bambino (nevrotico) l’incontro con una dimensione che conduce il desiderio della madre altrove.

La presenza di questo altrove salva il bambino dall’essere totalmente ostaggio dell’Altro e introduce nell’esperienza del bambino una mancanza, cioè alla madre manca qualcosa che il bambino non può soddisfare. Se questo momento non si verifica, allora il bambino ristagna in una posizione immaginaria nei confronti della madre e la madre non sembra avere altro desiderio che quello rivolto al bambino. E, per di più, in questa condizione al bambino manca un criterio interpretativo esterno per comprendere effettivamente chi è lui per la madre.

LA MANCATA OPERATIVITÀ DEL FALLO NELLA PSICOSI. Nella psicosi ci troviamo di fronte a una condizione soggettiva in cui non è avvenuta l’iscrizione della metafora paterna, questo comporta il ristagno del soggetto in una posizione relazionale di tipo immaginario, o comunque di puro oggetto assoggettato alla volontà dell’Altro. Il soggetto psicotico rimane assoggettato in una relazione immaginaria con un Altro materno che non è orientato verso quell’altrove indicato dal significante del fallo.

Nella psicosi il soggetto è impantanato nella condizione di fallo immaginario e non percepisce la presenza di un altrove.

L’assenza del fallo produce degli effetti anche nell’esperienza del soggetto psicotico che, oltre a rimanere nella condizione di fallo immaginario, si trova anche a dover fare i conti con la mancata presa del significante sul suo vissuto corporeo e pulsionale.

Nella psicosi l’assenza del fallo condiziona il funzionamento dell’Altro, ma anche la possibilità del soggetto di accedere a una dimensione metaforica in grado di simbolizzare il godimento.  

A causa della forclusione del Nome del Padre, la dimensione del significante non sembra condensare la dimensione corporea e pulsionale del vissuto soggettivo e questo provoca una serie di forme sintomatiche che possiamo ricondurre a quei “disturbi dell’ipseità” di cui parla anche la psicopatologia fenomenologica.

Nella psicosi a causa del mancato intervento del Nome del Padre la funzione di simbolizzazione del godimento risulta particolarmente compromessa.

Nell’economia libidica del soggetto psicotico non c’è infatti la bussola del significante del fallo, cioè non riscontriamo la capacità del significante di orientare e riassumere in sé il godimento.

Il godimento allora, nell’esperienza dello psicotico, si trova sparpagliato nel corpo.

A questo proposito possiamo pensare al corpo in frammenti dello schizofrenico, al corpo senza senso e senza vitalità del melanconico oppure al corpo della paranoia che viene cristallizzato, in modo rigido, attraverso l’immagine riflessa dallo specchio: in questa alienazione immaginaria il soggetto paranoico cerca di bonificare ogni eventuale segnale della sua vita pulsionale.

Il paranoico prova a catturare il suo essere pulsionale attraverso un’immagine di sé contraddistinta dalla purezza, mentre tutto ciò che è impuro viene proiettato sull’immagine degli altri.

Dal punto di vista la psicopatologia descrittiva la mancata operatività del significante del fallo produce una serie di sintomi che possiamo ricondurre alla depersonalizzazione e alla derealizzazione. In entrambi i casi osserviamo la compromissione della funzione del significante di stabilizzare la possibilità di essere presenti a sé stessi e di sentirsi connessi in modo sensato con la realtà.

 


Per qualche spunto in più si veda anche questo video su complesso di Edipo e forclusione del Nome del Padre.

Psicoterapeuta Torino
Nicolò Terminio, psicoterapeuta e dottore di ricerca, lavora come psicoanalista a Torino.
La pratica psicoanalitica di Nicolò è caratterizzata dal confronto costante con la ricerca scientifica più aggiornata.
Allo stesso tempo dedica una particolare attenzione alla dimensione creativa del soggetto.
I suoi ambiti clinici e di ricerca riguardano la cura dei nuovi sintomi (ansia, attacchi di panico e depressione; anoressia, bulimia e obesità; gioco d’azzardo patologico e nuove dipendenze) e in particolare la clinica borderline.

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