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Psicoanalisi e fenomenologia

La ricerca antropo-fenomenologica descrive la struttura esistenziale di una persona singolare.

La trasmissione della psicopatologia fenomenologica

Un’altra annotazione sul contributo della psicopatologia fenomenologica italiana alle psicosi indotte da sostanze riguarda la metodologia della ricerca che è stata seguita per isolare e trasmettere le caratteristiche essenziali delle psicosi sintetiche.

I lavori presentati nel libro Le psicosi sintetiche. Il contributo della psicopatologia fenomenologica italiana alle psicosi indotte da sostanze non raggiungono mai il livello di una vera ricerca epidemiologica, si configurano piuttosto come ricerche dove gli autori arrivano alle loro conclusioni cercando di rendere ognuno dei casi trattati come un esempio paradigmatico di un certo modo di essere nel mondo.

Indice

Caso per caso 

Il modo di procedere della ricerca fenomenologica ci pone una questione di metodo che potremmo formulare così: in che modo la ricerca sulla singolarità del “caso per caso” può configurarsi valida e attendibile in un panorama scientifico dove la ricerca sui disturbi psicopatologici privilegia la costruzione e la formulazione di prototipi diagnostici?
 
Troviamo una risposta nelle pagine finali, nella postfazione di Messas viene sottolineato che
 
la ricerca fenomenologica in campo psicopatologico non intende descrivere una visione sindromica, seppur raffinata, ma intende piuttosto evidenziare la struttura esistenziale di certe proporzioni antropologiche.
E la ricerca antropo-fenomenologica raggiunge questo scopo disegnando il volto umano della struttura esistenziale che descrive, raccontando cioè l’incontro fenomenologico con una persona singolare, un incontro anch’esso singolare che proprio in virtù della sua unicità assume validità “attraverso evidenze empatiche”.

Per qualche spunto in più si veda questo breve video sull'operatore come intercessore dell'evento:


Appartenenza e metodo

Infine, al discorso sulla validità della ricerca fenomenologica è direttamente legata un’altra questione, quella che riguarda la trasmissione di un sapere fondato sul “caso per caso”.
 
Sebbene Di Petta e Tittarelli non affrontino direttamente questo punto, non mancano di sottolineare quanto sia importante che gli operatori siano formati secondo i crismi della fenomenologia e della tradizione psicopatologica.
 
Sarà pur vero che gli operatori debbano saper distinguere una compromissione dell’Io trascendentale o dell’Io empirico, oppure che gli operatori debbano essere capaci di visione eidetica; ma come facciamo a spiegare questi concetti in modo che siano prima assimilati e poi applicati dagli operatori con cui lavoriamo?
 
Come facciamo a spiegare cos’è l’Io trascendentale, l’Io empirico, la visione eidetica ad operatori che non hanno la passione per diventare filosofi o psicopatologi e che non sposeranno mai la fenomenologia come ha fatto Gilberto Di Petta?
 
Il problema della psicopatologia fenomenologica oggi non è nella rilevanza clinica che è estremamente importante, ma nella possibilità di trasmetterla e renderla vivente anche per chi non ne è innamorato.
Se non si tiene in considerazione questo aspetto si rischia di proporre l’appartenenza a una classe di pochi eletti anziché un metodo utile per l’incontro clinico.
 
Di Petta e Tittarelli sfuggono a questo rischio grazie alla loro testimonianza: in quello che scrivono e nelle esperienze di cui parlano ci mettono l’anima e questo basta per convincerci della validità dell’approccio Dasein-analitico. Per il resto della trasmissione li aspettiamo però sul selciato delle turbolenze e delle sfide cliniche quotidiane, lì dove il sole di tutti i giorni non è ancora tramontato e non ha ancora smesso di porci le domande sulla praticabilità dell’incontro fenomenologico.

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Per un approfondimento sulla cura della tossicomania si veda questo intervento su Fenomenologia dell'uso di sostanze e dei disturbi comportamentali tipici degli adolescenti e giovani adulti:


 
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