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Adolescenza, educazione e famiglia

La vecchiaia tra identificazione e testimonianza

Quando si invecchia bisogna fare i conti con le identificazioni che hanno guidato l’intero percorso di una vita, bisogna lasciarle e scoprire che “la verità del mattino diventa l’errore della sera”, come suggeriva Jung ("Gli stadi della vita", in Opere, p. 478). Le trasformazioni della vecchiaia coincidono allora con l’eclissi del potere rappresentativo delle immagini in cui ci si era identificati e che avevano dato fisionomia al proprio destino. Ecco un primo effetto psicologico della vecchiaia: non si può più ripetere la stessa cosa, ciò che valeva prima adesso deve essere lasciato.

La vecchiaia condivide con l’adolescenza la condizione di non avere dei confini certi. L’adolescenza inizia con la pubertà ma non si sa bene quando poter dire che sia finita. La vecchiaia termina con la fine della vita, ma il momento in cui inizia non è sempre chiaro e uguale per tutti. Nella prospettiva del ciclo di vita “l’invecchiamento può essere definito come un processo di modificazione di un organismo in funzione del tempo, e in questo senso rientra nei processi di accrescimento e maturazione. Nello stesso tempo però indica il progredire del nostro organismo verso uno stadio inevitabile – la vecchiaia –, il cui inizio, nonostante tutte le possibili differenze individuali, non può comunque essere spostato troppo avanti nel tempo” (Baroni, I processi psicologici dell’invecchiamento, p. 7).

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Identità senza rottamazione

Solitamente l’inizio della vecchiaia viene associato al pensionamento oppure ai cambiamenti dell’immagine di sé e del proprio corpo. La variabilità interindividuale rimane comunque notevole ed è sottoposta alle differenti influenze socio-ambientali che cambiano a loro volta a seconda del periodo storico che si attraversa. Potremmo ricondurre i parametri fisici e socio-lavorativi sotto il criterio del “cambiamento”, un criterio che a prima vista potrà sembrare scontato ma che in realtà non lo è in quanto ci consente – se lo analizziamo – di far emergere la dimensione psicologica del transito verso la vecchiaia.

La vecchiaia impone un passaggio obbligato in cui viene messo in discussione ciò che dava stabilità e continuità al proprio Sé. L’immagine del corpo o il ruolo sociale con cui ci si rappresentava non è più quel riferimento che consentiva di riconoscersi e di esprimere la propria personalità. E allora, attraverso cosa l’anziano può continuare a riconoscersi? In che modo armonizzare identità e cambiamento?

Credo che per rispondere a tale questione occorra rivalutare e assumere una posizione critica rispetto ai tratti dominanti del discorso sociale contemporaneo. “In questa società del consumo, vince chi dimostra di poter produrre, di poter entrare nel mercato del consumo e di poter essere un anello della catena di produzione (da fruitore o da produttore). È chiaro che in questa logica l’anziano ha un ruolo irrilevante. È anche evidente che il ‘pensionato’ nulla sembra più aver da dare né da chiedere al mercato” (Carotenuto, Vivere la distanza, p. 122).

Vediamo quindi come la logica delle cose e dei beni di consumo influenzi negativamente la nostra percezione del termine “vecchio”, che rischia di essere riferito esclusivamente all’idea di inefficienza o di inutilità. Un mio giovane paziente per commentare la sua incapacità a sostenere alcuni ritmi di vita sregolati diceva: “ormai sono vecchio”. In tale accezione la dimensione della vecchiaia mal si accorda a un regime di funzionamento che riconduce la vita a una modalità sfrenata di godimento. La comparsa della vecchiaia verrebbe associata alla comparsa di un limite nella realizzazione di una soddisfazione sempre più piena. In un certo senso la vecchiaia rappresenta l’ombra del messaggio sociale dominante che, come immagine vincente, promuove il principio della prestazione o della rincorsa all’ultimo modello di oggetto tecnologico.

La terza età non può però essere ridotta all’epoca della rottamazione delle persone. Se cambiamo ottica e, invece di rappresentare l’uomo attraverso i significanti che sostengono il ciclo del consumo, ci rivolgiamo al filo delle generazioni, allora possiamo accorgerci che gli anziani hanno depositato nella loro vita qualcosa che rimane valido anche per coloro che vengono dopo.

 

Testimoni per le generazioni future

Durante una conferenza sugli “aspetti psicologici della terza e della quarta età” mi è capitato di ascoltare una signora che mi chiedeva come recuperare una posizione di rilievo all’interno della relazione con i propri nipoti, che ormai le sembrano appartenere a un’altra vita, una vita piena di oggetti tecnologici che lei non sa maneggiare. La signora partiva già da una posizione di svantaggio perché ricavava il valore della sua presenza seguendo i parametri delle competenze tecnologiche. Mi sono permesso di osservare che in tal modo la questione del legame tra le generazioni veniva completamente evitata: ciò che entra in gioco nel passaggio intergenerazionale non è infatti il sapere tecnico ma il sapere come luogo dove si deposita il senso. Avevo perciò suggerito alla signora l’immagine del contenitore e del contenuto, proponendole di vedere negli oggetti tecnologici dei contenitori nuovi che richiedono però una presenza matura per poter essere riempiti di contenuti in grado di dare uno slancio generativo alla crescita dei suoi nipoti. Cercavo di sostenere questa proposta invitandola a riflettere su tutte quelle situazioni dove osserviamo appunto che se i bambini e gli adolescenti vengono lasciati da soli nella gestione dei contenitori tecnologici allora possiamo notare come i contenuti che di cui si riforniscono siano frammentati, disordinati e sregolati, privi cioè di una direzione e di un senso. L’uso di un contenitore tecnologico senza una bussola simbolica appiattisce l’uso stesso a una pratica omologante di godimento, dove l’altro non viene incluso nella relazione ma fatto a pezzetti, ridotto a oggetti parziali che vengono filmati sulla scena come pezzi di corpo senza volto, perlomeno senza un volto in grado di unire carne e poesia.

Se la questione delle generazioni future è quella di trovare un modo per canalizzare il desiderio nel vettore della relazione – e dove questa possibilità venga annullata osserviamo l’esordio dei cosiddetti sintomi contemporanei (anoressia-bulimia, dipendenze patologiche, ansia, attacchi di panico, ecc.) – allora possiamo sostenere che la presenza degli anziani diventa molto rilevante in quanto offre l’occasione per il confronto con un universo di senso che sebbene possa apparire di un’altra generazione rimane comunque un riferimento imprescindibile per scoprire il valore particolare della propria fase di vita. Gli anziani quindi come testimoni di un mondo di valori che per essere superato deve innanzitutto essere metabolizzato. Gli anziani allora come risorsa per sfatare il mito dei cosiddetti “genitori di se stessi”, che in realtà sono soggetti senza radici e senza dimora, identità liquide o chiuse nell’armatura del proprio narcisismo.

Occorre dunque riprendere con energia il filo che lega gli esseri umani nel passaggio tra le diverse generazioni, per accorgerci che la vecchiaia segnala la presenza irrimediabile di una dimensione della vita che è fuori commercio e che non esaurisce il suo senso nell’attimo della soddisfazione. Con la sua presenza l’anziano offre la testimonianza del significato di una vita… una vita non da imitare ma che mi ricorda che la vita ha un significato che va al di là del suo valore d’uso.

 

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