Scrivere il romanzo familiare: brevi note su "L'anniversario"
Nel romanzo L’anniversario di Andrea Bajani troviamo una rappresentazione efficace della funzione simbolica del discorso.
In diversi passaggi possiamo osservare la funzione del discorso attraverso “il dispositivo pensante del romanzo” (Bajani, 2025, p. 77). La scrittura del romanzo apre la possibilità di far emergere alcuni aspetti chiave dallo sfondo della vita familiare e consente anche di fare delle congetture sulle motivazioni, consce e inconsce, dei genitori e della sorella. E in questa fenomenologia accurata dei vissuti e delle intenzioni profonde degli altri, il soggetto narrante ristabilisce una posizione che gli permette di sentirsi al riparo dalla dimensione traumatica della relazione con l’Altro. Il rapporto con questa dimensione viene raffigurato da diversi vertici di osservazione, in ciascuna prospettiva emerge sempre la vibrazione del C’è dell’Uno traumatico. “La loro cornetta che si sollevava, e che interrompeva la sequenza delle pulsazioni nella mia, poteva spalancare la porta a qualsiasi tipo di scenario, di cui ovviamente quello dell’ira era lo spettro costante. La voce di mia madre era la porta che si apriva, e imparare a discernere, nella vibrazione delle sue corde vocali, l’assenza di pericolo dalla guerra in corso era un istinto che possedevo da tempo (Bajani, 2025, p. 87)”.
A questa condizione di allerta, si affianca però – a differenza di ciò che osserviamo nei soggetti borderline – la capacità di distinguere i significanti traumatici dalla trama, e in modo ancor più fine lo sfondo traumatico dalla trama apparente. “Il senso di minaccia era la costante della nostra vita quotidiana. Quando anche la giornata sembrava filare lungo binari di una normalità ordinaria, pacifica nelle sue manifestazioni – cosa che, ripeto, avveniva in proporzione assai maggiore rispetto ai momenti di esplosione d’ira –, c’era sempre, parallelo, il crepitare del fuoco sulla stoppa, la possibilità che di colpo e per ragioni a noi incomprensibili, arrivasse lo scoppio (Ivi, p. 82)”.
Nel racconto della voce narrante gli “episodi di violenza casalinga” sembrano manifestarsi nella “forma di un’allucinazione” che si intromette nella rappresentazione della vita ordinaria. Questi episodi diventano dei ricordi vividissimi che tuttavia si dissolvono e sembrano quasi inventati, lasciando sfumare il confine tra ciò che si è vissuto veramente e ciò che è stato inventato. Grazie al “dispositivo pensante del romanzo” si pone per il narratore la possibilità di prestare attenzione a questi eventi come se fossero dei punti luminosi che si stagliano su uno sfondo buio, provando così a costruire una trama che li colleghi e che fa emergere la figura della verità, la verità di “una famiglia sventurata” (Ivi, pp. 73-74).
Per qualche spunto in più si veda questo video su psicoanalisi, scrittura e autobiografia:
Per approfondire questi temi, tra i libri di Nicolò Terminio, si rimanda a:












