Possiamo considerare Clinica del vuoto come un testo sull’amore perché affronta la questione di andare oltre l’“antiamore” dei nuovi sintomi.
Come sottolinea Recalcati, a differenza dei sintomi nevrotici, nella clinica del vuoto “non c’è desiderio dell’Altro ma solo domanda infinita di oggetto da consumare; non c’è la contingenza dell’incontro d’amore, ma solo una tecnica di godimento come pura pratica pulsionale” (p. 152).
Credo che anche di fronte allo spegnimento del sentimento della vita che riscontriamo nelle nevrosi contemporanee abbiamo la stessa questione dell’antiamore perché ciò che risulta centrale è la necessità di ristabilire il legame con l’Altro.
L'AMORE E LA MANCANZA DELL'ALTRO
Forse ci stiamo confrontando con condizioni soggettive che riguardano la fase inaugurale del legame con l’Altro e in questa zona psichica e relazionale dobbiamo introdurre l’esperienza dell’amore, perché l’amore, come fa notare Recalcati in una frase che considero la più bella del libro, “implica […] l’impossibilità di farsi essere senza passare dalla mancanza dell’Altro” (p. 194).
Se incontriamo l’inconsistenza dell’essere, che conduce il soggetto a sentirsi estraneo dalla propria vita, allora forse dobbiamo procedere attraverso l’amore, ovvero dobbiamo introdurre “l’impossibilità di farsi essere senza passare dalla mancanza dell’Altro”.
In Clinica del vuoto la questione dell’antiamore riguarda le nuove configurazioni della psicosi e della perversione nel tempo ipermoderno, ma oggi questa problematica si presenta addirittura nella clinica della nevrosi, che per tanti anni abbiamo considerato inevitabilmente (strutturalmente?) come il destino dialettico dell’essere umano.
I pazienti contemporanei sembrano mettere in discussione questa dimensione strutturale che diamo per scontata.
Forse questa certezza è venuta meno sia nell’esperienza clinica, nell’uno per uno dell’incontro che prende corpo in Jonas, sia nel discorso sociale che mostra un’infinita varietà dei legami che tuttavia non restituiscono la consistenza dialettica del rapporto tra soggetto e Altro. Anche la nevrosi si presenta oggi come una clinica anti-dialettica? Sarà forse per questa ragione che anche i pazienti che non rientrano nelle categorie strutturali della psicosi, della perversione o del funzionamento borderline si presentano senza una domanda effettiva? Osserviamo domande di cura che appaiono rarefatte e non sembrano scaturire da un sintomo, forse perché per produrre un vero e proprio sintomo nevrotico occorre un discorso, il discorso dell’inconscio.
Procedo in questa riflessione a tentoni, con tanti forse e poche certezze, perché pensare alla nevrosi in assenza di discorso dell’inconscio sembra davvero un paradosso teorico, però in qualche modo bisogna prendere atto di una trasformazione della stessa clinica della nevrosi. E allora possiamo ipotizzare che ci troviamo dinanzi a una specifica forma di “assenza di fondamento” di tipo nevrotico? Come definiamo questa assenza di fondamento dialettico che riguarda anche l’esistenza dei soggetti nevrotici?
TENDENZE FORCLUSIVE NELLA NEVROSI
Possiamo avanzare l’ipotesi che Recalcati quando distingue una “tendenza forclusiva” dalle forme di forclusione che caratterizzano le psicosi (forclusione del Nome del Padre e forclusione del sentimento della vita) sta ampliando le possibilità di intendere la forclusione, se con forclusione intendiamo appunto l’assenza di un fondamento, l’assenza di iscrizione di quella funzione che darebbe corpo e struttura al discorso dell’inconscio.
Perché possiamo mettere a confronto l’assenza di fondamento di tipo nevrotico con l’assenza di fondamento della forclusione e quindi arrivare al punto di ipotizzare una sorta di gradiente forclusivo che riguarda anche la nevrosi?
Riprendiamo rapidamente alcuni presupposti teorici della clinica psicoanalitica. Il meccanismo della rimozione entra in azione dopo che qualcosa è avvenuto, prima viene sperimentato un desiderio e poi viene rimosso.
Anche il meccanismo della negazione entra in azione dopo il confronto con qualcosa che esiste di cui si nega l’esistenza: la castrazione.
Quindi nella nevrosi avviene la rimozione del desiderio e nella perversione la negazione della castrazione.
La stessa logica riguarda anche lo sciame borderline: la dissociazione entra in azione dopo che è avvenuto un evento: il trauma. Nella clinica borderline osserviamo la dissociazione del trauma.
Invece nella psicosi la questione che attraversa le varie forme cliniche riguarda qualcosa che non è successo, qualcosa che non si è iscritto nell’esistenza del soggetto: il sentimento della vita o il significante del Nome del Padre.
Nella clinica della psicosi la forclusione esprime l’assenza di un fondamento.
La psicosi ci mostra il fondamento del nostro Dasein proprio nel momento del suo dissolvimento. E la clinica della psicosi ci presenta tutta una serie di fenomeni sintomatici che riguardano la necessità di confrontarsi con la vita cercando di compensare o supplire a un’assenza, che può configurarsi come l’assenza del piede di uno sgabello o di un anello di corda.
In questo quadro teorico la nevrosi, seguendo la logica introdotta dal meccanismo della rimozione, si presenta come una clinica del conflitto, un conflitto che riguarda la dialettica tra il desiderio di avere un proprio desiderio e il desiderio di essere riconosciuti o di corrispondere al desiderio dell’Altro.
I pazienti nevrotici che si rivolgono oggi a Jonas non manifestano forme sintomatiche che si presentano come la metafora di un desiderio rimosso, sembrano piuttosto mettere in scena una configurazione psichica antecedente al momento in cui lo slancio vitale si iscrive nella vita del soggetto. Sono forme di neo-melanconia nevrotica dove la mancanza di articolazione del discorso segue la logica dell’olofrase, però non si tratta dell’olofrase che sostiene l’insegna sintomatica che stabilizza la psicosi, né si tratta dell’olofrase che riscontriamo nella clinica dei fenomeni psicosomatici e neanche nelle forme di alessitimia dove il congelamento difensivo deriva dall’ustione del trauma.
L’olofrasizzazione della nevrosi esprime una particolare forma di forclusione del sentimento della vita che può presentarsi anche in soggetti che non sono psicotici, borderline o perversi.
Il gradiente forclusivo della nevrosi ci mostra l’impossibilità di farsi essere senza passare dalla mancanza dell’Altro: ci mostra questa impossibilità in statu detrahendi, per via forclusiva.
Abitualmente invece abbiamo osservato questa impossibilità attraverso l’ipertrofia della domanda del soggetto verso l’Altro. Domanda e desiderio dell’Altro ci sono sempre apparsi come i cardini dei sintomi nevrotici, la vera sorgente degli enigmi e delle peripezie relazionali del desiderio del soggetto. Adesso forse è venuto il momento di considerare che esiste una base che non dobbiamo dare per scontata neanche nella nevrosi.
Abbiamo sempre definito la nevrosi come una clinica dove il sintomo intreccia l’Uno e l’Altro, ma prima ancora che ci sia l’esperienza del “C’è dell’Uno”, con e senza l’Altro, occorre che nell’esistenza del soggetto venga superato il grado zero del Reale, lì dove lo slancio vitale del soggetto inizia a prendere corpo.
I diversi gradienti forclusivi della nevrosi ci pongono dunque la questione di risvegliare la vita del soggetto prima ancora che si instauri la dialettica della domanda e del desiderio. Su questa strada Clinica del vuoto continua a illuminarci perché mette in risalto la necessità dell’amore, di quell’amore che precede la nascita della relazione.
In questa nuova configurazione della clinica della nevrosi dobbiamo tralasciare, perlomeno nella fase preliminare della cura, gli interventi clinici basati sulla logica della punteggiatura e del taglio, sarebbero fuori luogo perché il luogo e il tempo del soggetto non hanno ancora preso forma. E non si tratta neanche di trasformare le forze pulsionali della clinica dell’Es senza inconscio nella forma simbolica della domanda – come avviene, per esempio, nella cura dei pazienti borderline. Ci troviamo di fronte alla nevrosi, ma prima che il balbettio dell’essere abbia iniziato a prendere forza e consistenza. Ecco dunque la centralità della presenza dell’analista che “deve” saper sostare e partecipare ai vissuti di pazienti che manifestano la desolazione di un Reale che non è stato ancora inciso dal desiderio dell’Altro.
IL TAGLIO DELL'INCONSCIO
L’esperienza dell’inconscio permane come elemento fondamentale della prassi psicoanalitica, che va costantemente rinnovata anche nel caso della clinica della nevrosi. Oggi, partendo dalla clinica Jonas, constatiamo che nella cura delle nevrosi gli psicoanalisti non possono limitarsi alle tecniche di intervento basate sulla logica della punteggiatura e del taglio. Non è solo una questione relativa alla metonimizzazione dell’olofrase o alla metaforizzazione dello sciame, né si tratta di costruire forme di supplenza o compensazione. È in gioco l’amore come occasione per far nascere l’esperienza dell’inconscio: far passare il soggetto dalla mancanza dell’Altro per iniziare a sentirsi esistere.
Nella clinica Jonas occorre presentare la mancanza dell’Altro testimoniando il desiderio dell’analista.
Come insegna Lacan, l’inconscio è taglio in atto[1]. Dobbiamo però precisare che il taglio in atto nella clinica delle nevrosi contemporanee introduce la discontinuità non come interruzione o intervallo della trama dei significanti, ma come elemento relazionale che incide il grado zero del Reale per far sorgere il sentimento della vita laddove il soggetto sembrava consegnato alla confusione e allo smarrimento. Come fare tutto questo senza scivolare sul piano del fare e mantenendo invece la dimensione dell’atto come fattore di trasformazione del gradiente forclusivo delle nevrosi contemporanee? È attorno a questa possibilità che continua a giocarsi la forza e la forma della clinica Jonas.
[1] J. Lacan (1964), “Posizione dell’inconscio”, in Scritti, vol. II, ed. it. a cura di G.B. Contri, Einaudi, Torino 1974, p. 843.












