Il trauma come vicolo cieco del desiderio
Dal punto di vista psicoanalitico la storia raccontata nel romanzo Lacci di Domenico Starnone si presenta come un’illustrazione efficace di alcuni aspetti che riguardano la logica del trauma e la trasmissione intergenerazionale del desiderio.
Il filo conduttore del romanzo è il fallimento dell’amore coniugale, un fallimento che trascina con sé non solo il destino dei due protagonisti, Aldo e Vanda, ma anche la storia dei loro due figli, Anna e Sandro.
Presi nelle maglie della disfunzionalità coniugale dei genitori, Sandro e Anna si presentano come due soggetti che non hanno trovato la propria strada perché invece di rivolgersi al futuro sono ancora catturati dalle questioni irrisolte della generazione precedente.
I lacci tra le generazioni
Anna e Sandro mostrano che i figli sono figli del legame che unisce i due genitori. Il sentimento e le forme relazionali che caratterizzano il legame tra i genitori sono la vera eredità che impregna la vita psichica dei figli.
Quando Sandro e Anna entrano in scena, la narrazione diventa ancor più incalzante perché apre progressivamente a un finale fatuo e disastroso allo stesso tempo. Figli che non hanno soggettivato il vuoto trasmesso dai genitori e che hanno rincorso la vita fallendo inesorabilmente anche loro.
Il silenzio che ha sommerso il grido di dolore e le follie materne si configura come lo sfondo di insensatezza che li ha accompagnati nella vita.
Il dolore è stato introdotto dalla perdizione del padre per una giovane amante, ma il padre non ha mai dato una spiegazione sensata in grado di rendere ragione del perché una vita familiare stabile e felice sia diventata uno scarto e addirittura un intralcio da eliminare per non limitare la rinnovata libertà di esplorazione delle esperienze vissute con Lidia, l’amante che verrà per sempre amata.
In questa storia familiare il padre introduce la questione del desiderio ma la affronta senza andare fino in fondo, da sconfitto. La breccia che il padre apre con un tradimento, portandolo lontano dalla famiglia per alcuni anni, rimane come una ferita aperta, anche dopo l’apparente riconciliazione che lo riporterà in famiglia. Questa ferita non viene mai rielaborata e come unica cura trova una forma di anestesia relazionale che cela una distanza profonda e un’ostilità mai sopita. Tutto questo arriva ai figli come un messaggio scoraggiante da cui non riusciranno a emanciparsi. E così anche i figli sembrano catturati dall’impossibilità della realizzazione del desiderio, forse perché – come raccontano – sono stati assorbiti da un clima familiare che ha trascurato e misconosciuto la singolarità di ciascuno. Nel loro racconto la loro vita familiare, agiata e mediamente borghese, non ha dato spazio alla trascendenza dell’amore né al riconoscimento del loro particolare idioma, quel nucleo profondo di Sé che rende una vita sensata e degna di essere vissuta. Non c’è stata quella dimensione ulteriore che l’amore innesta nel fare quotidiano.
La madre che è stata una grande risparmiatrice si è sacrificata in modo pervicace cercando di trasmettere la sua benevolenza attraverso le cose che possono essere comprate. Sebbene non mancasse nulla dal punto di vista materiale, i figli avvertivano l’assenza del vero Sé nella relazione con i genitori: il padre si era rifugiato dietro la maschera offerta dai suoi successi professionali, mentre la madre cercava di recuperare la propria spinta affermativa annullando sé stessa nell’accudimento degli altri. Sotto la superficie di fenomeni relazionali comuni, è rimasta la vibrazione inquieta di una coppia che non ha più trovato la sintonia dopo il trauma del tradimento.
Nel romanzo Lacci la fine di un amore, quando un matrimonio continua a esistere, non è presentata come un inciampo del desiderio che invita una coppia a ripartire per riconsiderare tutti quei bisogni che erano rimasti latenti e inascoltati.
La lucidità delle parole di Starnone ci conduce dentro un dolore che dissolve quelle identificazioni che sembravano l’unica possibilità per sentirsi vivi. Senza quelle identificazioni tutto vacilla e l’impegno profuso nella relazione coniugale diventa una condanna all’allontanamento da quel briciolo di verità che dà consistenza all’essere nel mondo.
Come avrebbero potuto i figli assumere la frattura del legame della coppia genitoriale senza cercare di riempirlo? Evitando che la generazione successiva cedesse alla tentazione di compensare il vuoto lasciato in eredità da quella precedente? Nel caso di questa storia familiare l’inconscio si manifesta come la sceneggiatura che in modo inesorabile si ripete di generazione in generazione senza lasciare spazio per la soggettivazione di ciascuno dei protagonisti. Puro autómaton senza alcuna tuché, pura necessità che non contempla l’evento della contingenza per riformulare un destino già scritto.
In questa storia intergenerazionale il discorso che la fa da padrone sembra sancire il mancato compimento del desiderio. Ed è evidente che per emanciparsi da ciò che è stato trasmesso come l’impossibilità di andare fino in fondo nell’esperienza del desiderio, sarebbe stato necessario riconoscere, e non negare, gli effetti del dolore. Solo reintegrando il dolore nella dimensione della parola condivisa, la ferita del tradimento avrebbe potuto far intravedere qualcosa di nuovo, un orizzonte diverso da quello disegnato dalla negazione del dolore. La via della negazione – se seguiamo il romanzo Lacci – porta solo in un vicolo cieco, dove l’unica soluzione sembra essere la distruzione e lo sfacelo dei segni e degli oggetti che danno testimonianza del passato.
La dissolvenza della coscienza
In Lacci ci sono ancora altri aspetti che riportano la nostra attenzione alla clinica del trauma e della dissociazione. Trauma e dissociazione non sono due markers psicopatologici che si manifestano esclusivamente nella clinica borderline, non è automatico che trauma e dissociazione siano associati a un funzionamento soggettivo che segue la logica dello sciame.
Quando Aldo, marito di Vanda e padre di Anna e Sandro, racconta dello stato soggettivo in cui si trovava quando non si curava del dolore lancinante provato dalla moglie per il suo tradimento, descrive quella tipica dissolvenza della coscienza di sé che contraddistingue le esperienze dissociative.
Aldo parla di uno “schermo di insensibilità” che si è costruito per non sentire il dolore della moglie mentre lui continuava a vivere forme di desiderio inusitate per il suo status socio-economico e per gli ideali che avevano caratterizzato la sua vita fino a quel momento.
Aldo è catturato dall’ebbrezza provocata da un incontro a cui non sa rinunciare e che si trasforma quasi in una dipendenza patologica: in certi momenti dice tra sé e sé che prima o poi ne farà a meno e smetterà il prima possibile, salvo poi rimandare al periodo immediatamente successivo. Le stagioni e gli anni si susseguono fino a quando l’oggetto della dipendenza diventa fondamentale per poter mantenere il senso della propria identità. E non si tratta della parte della propria identità che fa perno sull’identificazione, ma di quella parte di sé che corrisponde alla vibrazione causata dall’oggetto piccolo a. È per tal ragione che la cornice della vita matrimoniale viene svuotata dalla sensazione di autenticità che vive invece con l’amante. E l’oggetto causa del desiderio continuerà a essere evocato soltanto da Lidia, che verrà così considerata come l’unica donna amata durante la sua vita.
Dopo qualche anno però lo schermo di insensibilità che aveva permesso ad Aldo di abbandonarsi senza colpe e senza rimorsi, inizia a perdere efficacia, facendo trapelare quella dimensione famigliare che si era lasciato alle spalle. Il dolore della moglie che inizia ad affermarsi nella sua mente, ma questo non scaturisce da un mutato atteggiamento verso la moglie, non è in gioco alcun sussulto emotivo che riguardi l’amore coniugale ormai perduto. L’interferenza che inizia a compromettere l’insensibilità di Aldo viene dal passato: inizia infatti a ripensare a sua madre e sovrappone il ricordo di alcune situazioni che vedevano protagonista la madre al ricordo di tante scene di dolore con la moglie. E così Aldo racconta che quello schermo di insensibilità, quel distacco dal dolore dell’altro, aveva imparato a costruirlo durante la sua infanzia per fronteggiare la sofferenza nel vedere la madre tormentata dal padre.
"Fin da piccolo mi ero addestrato a ignorare le sofferenze di mia madre quando mio padre la tormentava. Ero diventato così bravo che, pur essendo presente, riuscivo a cancellare le urla, gli insulti, il rumore degli schiaffi, i pianti, certe frasi in dialetto ripetute come una litania: mi uccido, mi butto giù. Imparai a non sentire i miei genitori" (Starnone, 2014, p. 74).
Mentre Aldo riflette sullo schermo di insensibilità e su quanto gli sia servito per distaccarsi dalle scene traumatiche in cui il padre si scagliava sulla madre, sembra comparire la voce dell’autore, Domenico Starnone, che ci espone in poche righe una teoria letteraria sottolineando che in ogni racconto il protagonista arriva in un vicolo cieco, quel momento in cui il soggetto si sente angosciato, messo alle strette, convocato di fronte a qualcosa da cui non ci si può più distaccare, è il momento in cui avviene il confronto con le conseguenze del proprio desiderio. Il confronto con il Reale del desiderio viene però associato da Aldo al confronto con le scene traumatiche del suo passato familiare.
Se con i figli Sandro e Anna osserviamo gli effetti sulla generazione successiva di una testimonianza monca del desiderio e della negazione del trauma dovuto a trascuratezza, in questo passaggio la storia di Lacci riporta la nostra attenzione alla generazione precedente evidenziando la matrice traumatica che rinchiude il desiderio in un vicolo cieco.
L’esperienza del trauma si presenta come quell’eccesso Reale che spaventa il soggetto e che lo confonde nel rapporto con il desiderio: Aldo non sembra in grado di distinguere quando vive il Reale del trauma e quando invece vive la trascendenza del Reale del desiderio. Forse siamo troppo clementi nei confronti di Aldo, se pensiamo soltanto che senza l’interferenza del trauma avrebbe scelto di assumersi le conseguenze Reali della sua scelta desiderante. Rimane quindi il dubbio, né la storia di Lacci ci permette di fare maggiore chiarezza; tuttavia, bisogna considerare che il trauma può effettivamente condizionare l’apertura verso il desiderio, perché il trauma ci assoggetta e ci spiazza come il desiderio.
Se leggiamo le storie di coloro che hanno scoperto la propria vocazione e hanno scelto di seguirla osserviamo che si è trattato sicuramente di una rottura nella trama ordinata della loro esistenza, una rottura che ha sconvolto il cammino precedente, però a differenza del trauma, la vocazione e il desiderio non annichiliscono il soggetto ma gli permettono di realizzarsi al di là della padronanza dell’Io cosciente. La trascendenza del desiderio introduce quindi una condizione a cui occorre abbandonarsi con fiducia. Nel trauma invece è proprio la fiducia che scompare e si teme l’incontro e l’apertura con il presentimento del peggio, come avviene ad Aldo quando associa il momento in cui sta uscendo dall’insensibilità verso la moglie al momento in cui temeva l’arrivo del padre a pranzo (chissà con quale umore il padre si sarebbe seduto a tavola e cosa sarebbe successo). C’è una vibrazione emotiva intollerabile che fa sentire Aldo in un vicolo cieco, però occorrerebbe differenziare simbolicamente il Reale del trauma dal Reale del desiderio: in entrambi i casi si tratta di un’esperienza in cui il soggetto è attraversato dalla vibrazione, ma nel trauma il soggetto viene annichilito mentre nel desiderio si apre un nuovo stato del Sé che apre una traiettoria inedita del destino. Inoltre, nel trauma il soggetto è ostaggio di un Altro disregolato e inaffidabile mentre nel desiderio il soggetto, pur non essendo padrone di sé, viene chiamato in causa come responsabile di una spinta vitale che lo supera e che lo apre alla relazione con l’alterità radicale dell’Altro.
In Lacci il confronto del desiderio assume i connotati del trauma, fare i conti con le conseguenze del desiderio richiama quel vicolo cieco da cui non si può scappare come se si trattasse di una situazione traumatica.
Il desiderio sembra quasi una trappola, una trappola perché ammettere le conseguenze del desiderio sembra ricondurre al Reale della condizione traumatica. Ovviamente, nel caso di Aldo non possiamo sapere se è proprio questo aspetto che gli impedisce di andare fino in fondo nell’esperienza del desiderio. Ad ogni modo, la storia raccontata in Lacci si configura sicuramente come un’illustrazione capace di intrecciare trauma, desiderio e dissociazione, senza ricondurre questo intreccio alla stabile instabilità a cui sembrano consegnati i soggetti borderline. In questo romanzo vediamo dunque allargarsi la prospettiva sul trauma al di là della clinica borderline, è un trauma che non genera sciame ma che chiude il desiderio in un vicolo cieco.
Al di la del fantasma
In Lacci troviamo ancora un altro aspetto che riguarda l’oggetto causa del desiderio quando viene imbrigliato dal fantasma del soggetto. Nel caso di Aldo l’oggetto piccolo a si presenta nelle sembianze di alcune foto che ritraggono dei momenti intimi trascorsi con Lidia. Niente foto oscene, tuttavia alcune sono ancora in grado di evocare la carica erotica che scaturiva dagli incontri con lei. Sono delle immagini che condensano e commemorano dei momenti irripetibili, sono la traccia di un godimento perduto che rimane ancora vivo nello scenario privato orchestrato dalla fantasia di Aldo. Solo che a un certo punto, dopo tantissimi anni queste foto saltano fuori: Aldo è diventato vecchio e ancora una volta si sente in un vicolo cieco, pronto a sovrapporre il venire alla luce delle tracce del suo desiderio con il trovarsi in preda alla volontà traumatica del padre. In realtà in questo frangente, in cui Aldo è angosciato – ricordiamo che per Lacan l’angoscia è un affetto che non mente e che rivela la posizione del soggetto rispetto all’oggetto causa del desiderio, ma senza il supporto dello scenario fantasmatico –, ci sarebbe l’occasione per uscire dal vicolo cieco, dal vicolo cieco del fantasma. Il fantasma che sostiene la contemplazione nostalgica (e autoerotica) delle foto che ritraggono Lidia è un vicolo cieco diverso dal trauma, ma è anch’esso una forma di chiusura che restringe la trascendenza del desiderio in un circuito virtuale che consente al soggetto di evitare le conseguenze dell’atto desiderante. In termini lacaniani, possiamo osservare che nella formula del fantasma il soggetto diviso si rapporta a quel resto di godimento pulsionale che viene prodotto dal discorso del padrone, invece nel discorso dell’analista – che è il rovescio del discorso del padrone – l’oggetto piccolo a viene messo in posizione di agente e mette il soggetto diviso nella condizione di produrre un S1, un Uno-tutto-solo che si configura come quel godimento che trascende ogni possibilità di rappresentazione, quel godimento che non si tratta di colonizzare con la coscienza. È in gioco quel godimento a cui occorre abbandonarsi per avvenire come soggetti, non come soggetti della rappresentazione però, ma come parlesseri, come esseri marchiati dalla lalangue, marchiati dalla vibrazione che caratterizza il nostro aprirci alla vita come soggetti incarnati e desideranti.
Anche in questo passaggio possiamo notare una distinzione fondamentale tra trauma e desiderio: nel trauma il C’è dell’Uno non è ancora salito sulla giostra del discorso, quel discorso da cui nasce il soggetto. Invece quando l’oggetto causa del desiderio viene posto in posizione di agente, il C’è dell’Uno diventa il prodotto di un discorso, diventa il più di vita che supera il discorso che lo ha generato. È questo il destino differente che avrebbe potuto aprire una cura per Aldo? Attraverso un cammino di soggettivazione avrebbe potuto trasformare la condizione di sentirsi traumatizzato dal padre nella possibilità di sentirsi esposto alla trascendenza del desiderio?











