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Il discorso dell'università può aprire le porte alla sensibilità dell'esperienza.

Il discorso dell'università e i bordi sensibili dell'esperienza

Il discorso dell’università può essere inteso anche come un dispositivo per la formulazione di “metafore terminologiche”.

Questa possibilità si realizza quando la tendenza a denominare l’esistente in modo esaustivo, cede il passo a una analisi della peculiarità dell’esperienza attivata dall’oggetto piccolo a. In questi casi le parole non vengono utilizzate per colonizzare l’esperienza, ma circoscrivono i bordi sensibili che differenziano un’esperienza da un’altra. Il sapere non mette in moto una catalogazione destinata a essere insufficiente, ma prova a rivolgersi alla causa del desiderio cercando di cogliere le sfumature e le differenze. Se il movimento del discorso dell’università segue questa intenzione, allora il soggetto diviso ($) che viene prodotto non è più un paziente con un disturbo Non Altrimenti Specificato, ma diventa quel soggetto che è diviso dal significante in modo unico.

L’oggetto piccolo a, in questa accezione del discorso dell’università, non viene ridotto a una delle forme di plusgodere catalogate dagli algoritmi che registrano preferenze e gusti dei consumatori.

In queste situazioni gli algoritmi sono applicati dall’esterno e vengono utilizzati come un modo molto sofisticato per catalogare le forme di godimento e le modalità di consumo dei soggetti presi in esame. In queste occasioni i soggetti ($) prodotti dal discorso algoritmico sono deprivati dai nomi propri, sono solo elementi di un disegno più ampio che definisce un consumatore prototipico. E potrebbe anche essere il consumatore prototipico di una certa categoria di psicofarmaci.

In linea generale, questo lavoro di mappatura può rivelarsi estremamente utile, dipende però quali priorità e intenzioni (S1) soggiacciono al lavoro di studio sul plusgodere (a) che viene avviato dal sapere (S2) in posizione di agente. La questione problematica nel discorso dell’università, che possiamo vedere rappresentata oggi nelle forme più avanzate dell’intelligenza artificiale, risiede quindi nella verità inconscia che anima il sapere: quale S1 in posizione di verità dell’agente S2?

Possiamo dare un orientamento etico al discorso dell’università in modo che, anziché produrre il soggetto diviso come un anonimo consumatore, genera la soggettività come effetto del lavoro simbolico svolto sull’esperienza del plusgodere, che non è solo un’esperienza gustativa, ma anche multisensoriale e immaginativa. Però, affinché questa possibilità possa realizzarsi, il discorso dell’università non deve essere applicato dall’esterno, ma deve diventare un movimento del soggetto.

Troviamo un esempio, che può chiarire questo passaggio, nei corsi per sommelier. In questi corsi il sapere, che può derivare anche da una banca dati ed è quindi un sapere già saputo, viene utilizzato per mettersi al lavoro sui bordi sensibili del proprio gusto. Il sapere orienta un lavoro esplorativo sul godimento che scaturisce dall’esperienza del gusto e man mano che si procede emergono sempre più le caratteristiche simboliche che differenziano i bordi sensibili del proprio modo di godere. In queste esperienze di apprendimento, il vino non è l’oggetto causa del desiderio, ma si presenta piuttosto come l’oggetto che consente di esplorare ciò che causa il proprio desiderio, costruendo una mappa simbolica che articola sfumature e tragitti preferenziali del gusto.

In termini lacaniani, potremmo sintetizzare osservando che in questi casi l’oggetto vino permette alla pulsione di fare il suo giro.

Diversi anni fa, mentre lavoravo in una comunità terapeutica, con l’équipe eravamo riusciti ad arginare l’alcolismo di un paziente psicotico ricorrendo a questa chiave di lettura dell’esperienza del plusgodere: il nostro paziente, che abitualmente beveva la birra, aveva mantenuto il regime pulsionale del suo bere sostituendo la birra con l’acqua frizzante. Il problema dell’alcolismo era risolto, ma la forma di godimento pulsionale relativa all’esperienza del bere rimaneva immutata. Ciò che era rimasto come un godimento irrinunciabile non era l’alterazione dello stato di coscienza indotto da una bevanda alcolica, ma la sensazione che il paziente provava nell’assaggiare qualcosa di frizzante.

Nel caso del paziente psicotico con problemi di alcolismo l’intervento terapeutico si è concentrato sul giro pulsionale dell’oggetto piccolo a, mettendo tra parentesi, come se non fosse decisivo, il discorso sulle qualità che differenziano il bere la birra dal bere l’acqua frizzante.

L’accezione soggettivante con cui possiamo utilizzare il discorso dell’università mira invece a introdurre una differenziazione simbolica riguardo alle forme e all’intensità pulsionale che caratterizzano la causa del desiderio del soggetto. Per certi aspetti il paziente con problemi di alcolismo illustra una questione simile a quella di un altro paziente che seguendo il filo delle sue libere associazioni si è accorto che la sua tendenza a trattenere il denaro, ad essere avaro e tirchio, era riconducibile a una prima forma di attivazione pulsionale relativa al trattenere le feci quando era ancora un bambino. Anche in questo secondo caso l’equivalenza tra il denaro e le feci è basata sul fatto che l’oggetto della soddisfazione (feci o denaro) è ridotto a un mero strumento che serve alla pulsione per fare il suo giro, perché si tratta di un giro pulsionale basato sull’attività del trattenere: è il trattenere la causa del desiderio, in modo quasi indipendente dall’oggetto che si trattiene.

Ciò che invece ci interessa evidenziare attraverso un uso soggettivante del discorso dell’università riguarda la possibilità di introdurre delle sfumature e delle differenze nei bordi sensibili del corpo.

È un movimento discorsivo che non punta a colonizzare con la mappa del sapere tutto ciò che può attivarsi in modo contingente, non si tratta di ridurre la contingenza dell’incontro con un oggetto evocativo a uno schema di prevedibilità.

Se rivediamo lo schema del discorso dell’università, possiamo considerare il soggetto diviso ($), collocato nel posto del prodotto, come effetto del lavoro di soggettivazione sulle forme del plusgodere. L’uso soggettivante del sapere può infatti favorire una maggiore soggettivazione della propria divisione soggettiva, che consiste nella non coincidenza tra ciò che si pensa di sé e ciò che caratterizza la propria spinta pulsionale.

Questo approccio al discorso dell’università ha delle ricadute pratiche nella conduzione della cura perché spesso l’orientamento clinico porta a concentrare l’attenzione sui sintomi, sulla sofferenza, sulle difese e su tutto ciò che fa da ostacolo all’espressione creativa del soggetto. Oltre a questo tipo di focalizzazione, si tratta allora di dedicare un certo interesse verso quelle esperienze da cui scaturisce il plusgodere, una jouissance che è capace di generare nuovi stati del Sé pur facendo il giro su quei bordi sensibili che portano le tracce del passato. In questo modo si mette l’oggetto piccolo a al lavoro nel luogo dell’Altro, un lavoro che ha come fine la produzione/soggettivazione della propria divisione ($). Si tratta di una divisione soggettiva che consiste nella mancanza di un rapporto immediato con il proprio godimento. In questa accezione soggettivante il discorso dell’università non propone una mediazione esaustiva perché non c’è un rimedio alla mancanza, sappiamo già che mancherà sempre una mappa del sapere capace di abbracciare la complessità del territorio e dei bordi sensibili del corpo singolare di un soggetto. Ed è grazie a questa mancanza che per il soggetto diventa possibile la contingenza dell’incontro.

 

Per qualche spunto in più si veda anche questo video su complesso di Edipo e forclusione del Nome del Padre.

 

Complesso di Edipo e Forclusione del Nome del Padre, complesso edipico

 
Per approfondire, tra i libri di Nicolò Terminio, si rimanda a Lo sciame borderline. Trauma, disforia e dissociazione, Raffaello Cortina editore, Milano 2024.
 
Psicoterapeuta Torino
Nicolò Terminio, psicoterapeuta e dottore di ricerca, lavora come psicoanalista a Torino.
La pratica psicoanalitica di Nicolò è caratterizzata dal confronto costante con la ricerca scientifica più aggiornata.
Allo stesso tempo dedica una particolare attenzione alla dimensione creativa del soggetto.
I suoi ambiti clinici e di ricerca riguardano la cura dei nuovi sintomi (ansia, attacchi di panico e depressione; anoressia, bulimia e obesità; gioco d’azzardo patologico e nuove dipendenze) e in particolare la clinica borderline.

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