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Psicoanalisi lacaniana

Oltre al rapporto tra il soggetto e l’Altro è importante considerare il rapporto tra il soggetto e la sua soddisfazione.

In ambito lacaniano c’è un ritornello che dice che nella clinica dei nuovi sintomi dobbiamo far passare il soggetto che chiede una cura “dalla domanda di trattamento al trattamento della domanda”.

Di fronte a questa questione clinica per uno psicoanalista la possibilità del trattamento della famiglia non è immediata. Dal punto di vista lacaniano il lavoro dell’inconscio punta alla singolarità del soggetto: non mettiamo sul lettino la famiglia, la coppia o i gruppi. Sul lettino si va uno alla volta e da soli.

La psicopatologia delle psicosi rivela una struttura psichica marchiata dall’assenza di un si¬gni¬ficante primordiale: il Nome-del-Padre.

Nella clinica delle psicosi la forclusione del Nome-del-Padre indica l'assenza della funzione del Terzo nel rapporto tra soggetto e Altro. La presenza di un Terzo in grado di modulare il rapporto tra soggetto e Altro è la condizione di possibilità della significazione.

La presenza di un rapporto dialettico con l’Altro garantisce al soggetto la possibilità di entrare nel campo del linguaggio. «L’Altro è il luogo ove si costituisce colui che parla con colui che ascolta […]. L’Altro dev’essere considerato anzitutto come un luogo, il luogo in cui la parola si costituisce» (Lacan, Il seminario, Libro III, Le psicosi, 1955-1956, pp. 323-324).

Il cammino psicoanalitico di Massimo Recalcati attraversa l'insegnamento di Jacques Lacan mettendo in luce l'intreccio fecondo tra desiderio e godimento.

Nel libro L'uomo senza inconscio troviamo due aspetti principali dell’opera di Massimo Recalcati. In esso il rapporto soggettivato con il testo di Lacan è strettamente intrecciato con un modo di essere psicoanalisti che è sensibile ai temi e ai problemi della contemporaneità. In quel libro Recalcati supera la mera ripetizione dei concetti lacaniani e mantiene un rapporto insaturo con il Reale della contemporaneità. Studia e approfondisce Lacan e al contempo lo usa come trampolino di lancio per dire qualcosa in prima persona sulle questioni cliniche e sociali che affronta nel suo lavoro quotidiano.

Con l’atto analitico il soggetto si assumerà il proprio marchio di godimento.

Nella prospettiva tracciata da Lacan l’atto analitico si configura come il paradigma dell’atto, compresi gli atti e gli interventi che l’analista compie durante la conduzione della cura. «L’atto psicoanalitico sembra idoneo a riverberarsi con più luce sull’atto, poiché è atto che si riproduce a partire dal fare stesso che esso comanda» [J. Lacan (1969), L’atto psicoanalitico, in Altri scritti, p. 369].

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